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Gianfranco Miglio, il ritorno di Nosferatu

Il busto di Gianfranco Miglio nei giardinetti di piazzale Garibaldi a Brescia 

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Il costituzionalista scomparso più di vent'anni orsono è il teorico delle riforme che il governo vorrebbe perseguire
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Nosferatu è tornato, anche se qualche traccia era pur visibile: una targa, alcune vie, una scuola, un giardino, un ponte e il busto che si vede qui sotto, che certo non rallegra i giardinetti al centro di Brescia, ma restituisce a Gianfranco Miglio, grandissimo e discusso costituzionalista scomparso più di vent'anni orsono e un po' dimenticato, una spiccata somiglianza con il celebre vampiro del film di Murnau (1922).


"Il Professor Tuono" l'aveva d'altra parte ribattezzato la macchina mitologica leghista prima che Bossi crudelmente lo sacrificasse preferendogli Speroni come ministro delle Riforme, e a tal punto Miglio ne fu offeso da riempire di contumelie il Senatùr, ciò che tuttora impedisce al Carroccio di santificarlo appieno nel suo scarno Pantheon. Per parecchi suoi colleghi era "il Dottor Stranamore", capofila del decisionismo, alfiere del pensiero forte e tecnico del realismo politico; un bel fior di reazionario…

Nosferatu è tornato, anche se qualche traccia era pur visibile: una targa, alcune vie, una scuola, un giardino, un ponte e il busto che si vede qui sotto, che certo non rallegra i giardinetti al centro di Brescia, ma restituisce a Gianfranco Miglio, grandissimo e discusso costituzionalista scomparso più di vent'anni orsono e un po' dimenticato, una spiccata somiglianza con il celebre vampiro del film di Murnau (1922).


"Il Professor Tuono" l'aveva d'altra parte ribattezzato la macchina mitologica leghista prima che Bossi crudelmente lo sacrificasse preferendogli Speroni come ministro delle Riforme, e a tal punto Miglio ne fu offeso da riempire di contumelie il Senatùr, ciò che tuttora impedisce al Carroccio di santificarlo appieno nel suo scarno Pantheon. Per parecchi suoi colleghi era "il Dottor Stranamore", capofila del decisionismo, alfiere del pensiero forte e tecnico del realismo politico; un bel fior di reazionario, sapiente e perfino raffinato nelle sue provocazioni fra le quali vale ricordare la menzione del linciaggio come "forma di giustizia nel senso più alto della parola", l'idea di delegare ai capi della mafia i rapporti diplomatici con i Paesi del Maghreb e l'auspicio di una crisi che portasse a uno sbrego nel tessuto della Costituzione, da lui ritenuta arcaica e contraddittoria testimonianza di una democrazia malata.

 


Se qui e oggi se ne riparla è perché nessuno più del Professore può oggi essere considerato il teorico di quel velleitario e scombiccherato impianto di riforma costituzionale che la maggioranza di governo persegue cercando affannosamente di combinare il federalismo leghista di Calderoli con l'elezione diretta del presidente - della Repubblica o del Consiglio ancora non s'è capito - che è patrimonio di Giorgia Meloni.


Presidenzialista spinto Miglio lo era dai primi anni 60 del secolo scorso, proponendosi consigliere di quelli che via via individuava come uomini forti - Fanfani, Cefis, Craxi, Cossiga - ma sempre rimanendone deluso. Prescelto infine da Bossi, ormai ultrasettantenne pose la sua indubbia scienza al servizio dell'autonomia, che allora non si schermava dietro l'aggettivo "funzionale", ma che Miglio articolò inventandosi tre macro-regioni, Padania, Etruria e Mediterranea, pure dilettandosi a proporre Frosinone come capitale di quella centrale.

 


Era un signore insieme rigoroso ed eccentrico. Abitava in una splendida magione a Domaso, sul lago di Como, coltivando una certa vite che gli produceva il prediletto Domasino, e collezionava cappelli scozzesi, anche con pon-pon. "Tanto peggio, tanto Miglio" scherzavano arguti i democristiani. Un monumento equestre dovrebbero costruirgli i nuovi riformatori - se mai riusciranno a sfasciare l'Italia rendendola più autoritaria.

Pubblicato sul Venerdì del 10 febbraio 2023