C’era una volta l’Italia unita

Un congresso-assemblea con i lavoratori dell'Alfa Romeo di Arese (Mi). Nel 1977. Fotogramma

Un congresso-assemblea con i lavoratori dell'Alfa Romeo di Arese (Mi). Nel 1977. Fotogramma

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In attesa dell’autonomia differenziata del governo Meloni-Calderoli, quando (non sia mai) l’Italia sarà irrimediabilmente spezzata in due o tre monconi, è consigliabile tirare un bel sospiro e abbandonarsi al ricordo di un tempo che il pensiero unico dell’egoismo territoriale ha strappato dalla memoria, ma anche dal cuore degli italiani. Voci, volti, cultura e sacrifici che a partire dal Risorgimento giungono fino ai primi anni 80 del secolo scorso. Da Giuseppe Mazzini, grosso modo, per cui «l’Italia sarà ciò che il Mezzogiorno sarà», a Giustino Fortunato, da Guido Dorso a Ugo La Malfa: tutti illustri pensatori e uomini d’azione per cui la questione meridionale non era un problema locale, ma una sfida per l’intera Nazione, come oggi si sforza di chiamarla la premier turbo-patriottica mentre dà corda agli ex secessionisti dell’ampolla.

E in così tanti la pensavano in questo modo che nel 1970, al momento di creare le regioni, negli statuti del Piemonte, dell’Emilia e della Toscana si sentì il bisogno di ribadire la centralità del Mezzogiorno e il primo presidente della Lombardia, Piero Bassetti, sostenne che lo sviluppo del Sud era «un preciso interesse dei lombardi». Tra il 1951 e il 1971, d’altra parte, grazie alla Casmez e all’intervento straordinario il reddito pro capite nel Mezzogiorno crebbe con un tasso medio annuo del 6 per cento, tipo tigre asiatica. Anche per questo l’intero movimento sindacale pose la riduzione del divario come un obbligo morale e politico prioritario che nel 1972 spinse decine e decine di migliaia di operai del Nord a sfidare faticose nottate e bombe sulle rotaie per raggiungere Reggio Calabria sotto gli striscioni “Nord e Sud uniti nella lotta”. Tutto dimenticato, compresa la canzone di Giovanna Marini che a quell’avventura rese epica testimonianza ne I treni per Reggio Calabria. E neanche a dire che l’antica tensione unitaria potesse addebitarsi a una sola parte politica, come dimostra l’opera di Pasquale Saraceno, luminosa figura di meridionalista nato da genitori siculo-campani a Morbegno (Sondrio); così come fu un esempio di generosità lo sforzo di tantissimi giovani scesi dal Nord dopo il terremoto dell’Irpinia o la stessa preghiera per l’Italia pronunciata dopo la fine della Prima Repubblica da Papa Wojtyla, Primate d’Italia.

Nel 1983, anniversario secco, comparvero in Veneto le prime scritte “Forza Etna”, ma non c’era più nessuno a cancellarle e il Sud fu peggio che mollato a se stesso in nome della Questione Settentrionale, anch’essa come quella meridionale, irrisolta. Tutto questo torna vivo, con fredda e documentatissima malinconia, in Nord contro Sud. La grande frattura dell’Italia repubblicana dello storico Filippo Sbrana.

Sul Venerdì del 7 luglio 2023

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