Gli economisti di tutto il mondo si interrogano da qualche mese sulla forma che la crisi economica più violenta della storia moderna avrà nei grafici. I più ottimisti promettono che l’impatto del coronavirus prenderà la forma di una V. Tanto veloce la caduta dei consumi, tanto rapida la ripresa. Gli Stati Uniti sembrano aver preso quella strada. Ma la capacità di un’economia di ripartire dipende da molti fattori, anche dai contratti di lavoro.
Finora l’Italia è intervenuta con tamponi emergenziali, per frenare l’emorragia. La cassa integrazione è stata prorogata, i licenziamenti sono stati bloccati. Ma al governo sanno bene che queste misure non potranno essere replicate all’infinito. La conseguenza del ragionamento rimette in discussione uno dei capisaldi della legislatura in corso: il decreto Dignità, uno dei totem del Movimento 5 Stelle, portato avanti dall’allora ministro del Lavoro, Luigi Di Maio.
Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ragiona dunque sulla necessità di rimuovere i disincentivi sui contratti a tempo determinato. Traduzione: ci saranno meno vincoli sul lavoro a termine, purché il lavoro ci sia. Ma bisogna convincere i 5 stelle. E trovare una volta per tutte un equilibrio necessario tra tutela dei diritti dei lavoratori e garanzia della libertà di fare impresa. La strada, insomma, è lunga.