Lei con la fascia nei capelli e il rossetto per le labbra a cuore; lo zio, e i cugini, con le pale dopo “un lavoro fatto bene”, cioè il suo assassinio. Tra le due immagini c’è la drammatica storia di una ragazza di 18 anni, Saman Abbas, che cercava di essere libera e quella della sua famiglia pakistana (tutta tranne il fratello di 16 anni) che decide di ucciderla per punirla, perché “indegna”, perché non piegata all’integralismo islamico, perché rifiuta il matrimonio combinato. Dalle carte e dai video dell’inchiesta di Reggio Emilia emerge una sentenza spietata, in nome della famiglia e della religione. Siamo a Novellara, Saman è riuscita ad andarsene una volta, seguita dai servizi sociali. Poi torna, anche se ha paura, come racconta al fidanzato. Al quale è capace di mandare un vocale prima del nulla: “Se non mi vedi per 48 ore, chiama le forze dell’ordine”. Con sé ha uno zainetto rosso. Quello che lo zio riconsegna al padre dopo averla fatta sparire nei campi. Servono tredici minuti per il niente, la notte del primo maggio: dalle immagini della telecamera di sorveglianza in cui si vede Saman uscire di casa con i genitori (mezzanotte e 9) a quelle in cui il padre torna con lo zainetto in mano (mezzanotte e 22) passano appunto 13 minuti. Nessuno l’ha protetta davvero. Bisogna pensare anche a questo.