ROMA - La notizia, clamorosa, è arrivata dagli schermi tv, a rivelarla è stato Silvio Berlusconi: sul Financial Times, sull' Economist, su Le Monde, sul New York Times, sul Times, sul Pais e sulla stragrande maggioranza della stampa americana, inglese, francese, tedesca, spagnola ed estera in genere scrivono mani "comuniste". La prova? Gli articoli che avanzano dubbi o addirittura critiche nei confronti di Forza Italia. Ecco quindi l' annuncio durante una Tribuna politica fatto del leader del polo della libertà: "La grande stampa internazionale non ha giudizi propri ma esprime i giudizi dei corrispondenti e su questi le sinistre hanno lavorato benissimo. Tra gli stessi corrispondenti ci sono molti che fanno capo alle sinistre. Anche qui ci sono i comunisti e i giornalisti che a loro rispondono". Qualche corrispondente ha sentito in diretta, ad altri è stato raccontato il giorno dopo. Uno dopo l' altro hanno appreso di essere stati iscritti d' ufficio al partito comunista oppure di esser stati smascherati nella loro funzione di megafoni della sinistra comunista italiana. A qualcuno è venuto da sorridere, altri se lo sono fatti spiegare più volte perché, in omaggio al buon senso, non riuscivano a non essere increduli. Ma non c' erano dubbi, Berlusconi aveva spiegato agli italiani in diretta tv la sua equazione: se non scrivi bene di Forza Italia è perché te lo dicono, ordinano o consigliano i comunisti. Alla fine i corrispondenti della stampa di tutto il pianeta o quasi qualcosa hanno deciso di scrivere: "Quello che dice Berlusconi non è solo preoccupante, è semplicemente falso. Non rispetta la nostra professionalità e dice bugie. Sia più prudente quando parla e accetti il confronto con la stampa estera". Firmato: cinquecento giornalisti di ogni latitudine e continente. Tanti avversari in un sol colpo devono esser sembrati troppo perfino a Berlusconi che, poche ore dopo, provava a dividere il fronte: "Quando leggevo dell' Italia sui giornali stranieri, mi sembrava di leggere La Repubblica o L' Espresso. Non fosse stato per la lingua, non c' era differenza quanto a ispirazione politica e pregiudizio. Ma quando, su quegli stessi giornali, ho letto servizi a firma di giornalisti venuti per l' occasione e che non vivono in Italia, non è stato così. Se questi sono i fatti, e questi indubbiamente sono, la mia opinione è arbitraria o imprudente? Ogni giornalista onesto e sereno non può rispondere in maniera diversa da me". Dunque, colpevoli solo i corrispondenti, quelli che In Italia vivono, assolti i giornalisti che vengono e vanno. Se ne deduce una sorta di teoria del contagio ambientale, tanti e tali sono i comunisti in Italia che chi vi soggiorna a lungo lo diventa per forza, specie se appartiene a una specie predisposta come i giornalisti. Comunque distinguere tra contagiati e non è facile: gli onesti rispondono come Berlusconi, gli altri no. Firmato: Forza Italia, il comandante in capo. La parola a qualcuno degli accusati. Vania Luksic, corrispondente di Le Soir: "Dice che siamo tutti comunisti? Diciamo che non c' è giornalista che non racconti con preoccupazione ai lettori del suo paese cosa sta succedendo in Italia. E Berlusconi conferma che c' è da aver paura, paura del suo modo di pensare. Dice che i non corrispondenti parlano bene di lui? Si legga l' ultimo numero di L' Express, il titolo a lui dedicato è "Berlusconul?", cioè il dubbio che ci sia il nulla dietro il palcoscenico di Forza Italia. L' ha scritto Olivier Duhamel, non vive in Italia, infatti non c' è bisogno di venir qui per sentire e capire. Ciò che Berlusconi minaccia varca le frontiere". John Philips, corrispondente del Times fa ricorso all' ironia: "Forse è vero, abbiamo una visione distorta della campagna elettorale. Certo, se potessimo avere accesso a Berlusconi ci illumineremmo. Ma lui non dà interviste, ne ha concessa una a un settimanale americano chiedendo la procedura cara al Kgb, le domande scritte preventive". Sabine Bayer, corrispondente della Leipziger Wolkszeitung: "Dice cose strane, siamo più di cinquecento. Tutti comunisti? Noi siamo osservatori neutrali. Forse Berlusconi scambia per comunismo tutto ciò che non gli piace. Ciò che sostiene è assolutamente campato in aria". Lapidario Alan Cowell, corrispondente del New York Times: "Le notizie le scrivo e non le faccio". Sconsolato Peru Egurdide, corrispondente del Pais: "Ma come si fa a sostenere la pazzia della stampa inglese imbeccata dai comunisti? Berlusconi cambia le carte in tavola: qui finisce che il giornalismo sarà accusato di essere comunismo, finisce che scrivere sarà la prova del complotto". In arrivo il prossimo numero di Liberation che addirittura ironizza su Berlusconi "vittima" dei comunisti e mette perfino in dubbio la sua vittoria finale. E' questa la cronaca di 24 ore di campagna elettorale, tema: la libertà di opinione e il rapporto tra stampa e potere. Da una parte Berlusconi, dall' altra i giornalisti dell' Europa occidentale e di oltre oceano. Dicono che ci sarà un confronto ravvicinato sotto forma di intervista collettiva per corrispondenti esteri. Forza Italia non esclude questa eventualità, anzi fissa un appuntamento sia pure senza data. Ma Berlusconi ci andrà davvero? Se da Londra a Parigi, da Washington a Bonn sui giornali sventola bandiera rossa, cadrà Berlusconi nella trappola politica subdolamente camuffata e preparata con la tecnica comunista delle domande e risposte?
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