ROMA - "L'Italia sta perdendo una generazione, varare le riforme è urgente. E il sistema politico deve fare in modo che vengano realizzate, senza farle sparire nel labirinto dei gruppi di interesse. Renzi si sta impegnando con forza, parla direttamente alla gente e alle sue frustrazioni. In questo mi ricorda Ronald Reagan". John R. Phillips discute con passione della situazione politica italiana: da un anno esatto ambasciatore degli Stati Uniti a Roma ritiene un privilegio "assistere al cambiamento".
Ambasciatore, com'è stato il suo primo anno in Italia?
"È un momento interessante per l'Italia. Il grande cambiamento è stato l'arrivo di un presidente del consiglio che spinge a fondo per l'adozione di riforme. Tutti ne dibattevano da anni, ma nessuno è riuscito a realizzarle. A mio parere nascondono potenzialità enormi per il paese. Il vero problema è se questo sistema politico saprà recepire le trasformazioni o se invece è troppo rigido, troppo diviso fra molteplici gruppi di interesse".
Ha discusso di questi temi con Renzi?
"Lo conosco ormai da quasi cinque anni, e ho parlato di questi problemi con lui già prima che diventasse presidente del Consiglio, anche a Washington. L'ho visto brevemente pochi giorni fa a proposito del suo viaggio negli Usa. Ho chiesto a diverse persone in America cosa ne pensano di questo nuovo personaggio: ha trasmesso dinamismo e di speranza".
È venuto nel suo resort in Toscana?
"No, ogni tanto diciamo che dovrebbe venire, alcuni dei suoi amici ci sono stati, ma lui no. Spero che possa venire presto".
Jobs Act. Quanto è importante, dal punto di vista degli Stati Uniti, che ci sia una diversa regolamentazione del lavoro in Italia?
"Penso che sia fondamentale fare una riforma del lavoro. Parlo con gli imprenditori americani che guardano all'Italia come a un posto dove investire, e una delle questioni che sollevano subito è la rigidità della gestione della manodopera, la presenza di regole del lavoro scoraggianti per le aziende. Si tratta di norme molto diverse da quelle degli altri Paesi in cui operano. In America, specialmente nel caso delle start-up uno assume i suoi collaboratori e se la cosa non ingrana può licenziarli. Si entra e si esce...".
E' solo questo che spaventa gli investitori Usa?
"No, ritengo che il deterrente più grande sia il sistema giudiziario, che non funziona per niente bene. Un'azienda vuole che sia possibile far rispettare un contratto, vuole che ci sia un posto a cui rivolgersi se c'è necessità di avere un risarcimento. Non puoi aspettare 8-10 anni. L'Italia può offrire molto in termini di talento, creatività, qualità della forza lavoro: il Made in Italy rimane un marchio enormemente positivo. Altri Paesi non hanno questa capacità. L'Italia ce l'ha, ma è ostacolata da un mucchio di regolamenti affastellati uno sull'altro che la rendono meno attraente. E invece la cosa di cui il vostro paese ha bisogno sono gli investimenti esteri diretti. Per diventare una delle colonne portanti dell'Europa".
Vede fattibili i cambiamenti?
"Questa è la speranza. Penso che Renzi sia capace di parlare direttamente alla gente e alle sue frustrazioni. Per certi versi è com'era Ronald Reagan negli Stati Uniti. Reagan parlava alla gente in modo comprensibile. Seppe rispondere veramente a ciò che la gente chiedeva".
Crede che le riforme più dolorose come quella dell'art.18 possano rischiare di accendere conflitti sociali?
"Secondo me, è esattamente l'opposto. Se l'Italia continua la sua lenta spirale discendente, per quanto riguarda l'economia, se la disoccupazione giovanile continua a restare al 42-43 per cento, si perde una generazione. Si creano persone che non hanno la capacità di lavorare, e allora sì che c'è il rischio di disordini sociali. I giovani con più talento qui non vedono opportunità per loro, e vanno a Berlino, a Londra, nella Silicon Valley. È necessario che queste persone restino qui. Se si continua così, potrebbero nascere disordini sociali. Alla lunga certo, non dalla mattina alla sera. Ma bisogna cominciare ad affrontare le riforme. Ci vorrà un po' a metterle in atto: anche questo non succede in un giorno".
Ci vorranno più di mille giorni?
"I mille giorni sono che quelli che mancano alla fine del mandato di Renzi. Credo che li intenda come un benchmark, un punto di riferimento. Ma mille giorni sono sufficienti per mostrare dei progressi, per avere consenso, per prendere voti: non significa che ci sarà il cambiamento improvviso perché l'applicazione delle riforme richiederà tempo. Ma se gli italiani vedono che le questioni importanti vengono affrontate, questo darà fiducia e speranza, ed è una cosa fondamentale per qualsiasi economia".
Il presidente Barack Obama all'ultimo vertice Nato ha detto che tutti i paesi membri hanno promesso di consacrare il 2% dei propri budget alla difesa. E l'Italia?
"Tutti i Paesi, Italia compresa, dovrebbero fare di più per la Difesa in termini di obiettivi. Non necessariamente nell'anno in corso, e neanche l'anno prossimo, data la crisi economica da superare. L'America destina il 4,4 per cento del Pil alla Difesa. A nessuno piace spendere in armamenti, la gente dice: "Ma dobbiamo proprio farlo?". La risposta è: sì, specialmente nel mondo di oggi. Oggi si prendono decisioni che determinano la capacità di difesa dei prossimi 5, 10 anni. È una scelta poco gradita dal punto di vista politico in ogni Paese, e l'Italia non fa eccezione. Ma il mondo è un luogo pericoloso e dobbiamo essere nella posizione di poter reagire. L'accordo è che noi continueremo a spendere il nostro 4,4 per cento, ma vogliamo che i nostri alleati europei spendano il loro 2 per cento. E anche l'Italia si è presa lo stesso impegno".
Una delle spese militari che in Italia fa discutere di più è quella per gli F35. Crede che alla fine li compreremo?
"Ho parlato spesso della questione qui in Italia con militari ed esponenti del governo. Ho visto l'impianto che hanno costruito per assemblare questi aerei, a Cameri. Sono rimasto molto colpito: un esempio della capacità italiana di produrre in tempi molto stretti e con enorme qualità. Ricordiamo che l'Italia ha ridotto l'impegno di acquisto degli aerei da 131 a 90 unità. Gli Usa ne compreranno 2.000. L'impianto di Cameri nelle intenzioni dovrebbe servire per provvedere all'assistenza e all'aggiornamento a tutti gli F35 d'Europa, quindi è una gran cosa per voi. Ma le condizioni per questo sforzo congiunto erano che tutti dovevano partecipare e tutti dovevano acquistare gli aerei. Sulla base delle conversazioni che ho avuto, ritengo che l'Italia manterrà la parola data sui 90 F35. C'è gente che tiene molto a questo programma".
Chiederete all'Italia di fare di più contro i jihadisti dello Stato islamico?
"L'Italia è stato uno dei primi Paesi a farsi avanti e offrire il suo sostegno per questa iniziativa internazionale. Ha offerto aiuto umanitario, sta dando una mano in ogni modo: l'unica cosa che non fa è partecipare ai raid aerei con la propria aeronautica, ma si vedrà in futuro".
L'opinione pubblica è molto arrabbiata sul Muos. Perché questo sistema di comunicazione è così importante per gli Stati Uniti?
"È importante per il mondo non per gli Usa. Il Muos copre dei nodi di comunicazione chiave. Capiamo che la gente possa essere preoccupata quando d'un tratto di trova una struttura del genere. Ma noi abbiamo collaborato in tutti i modi, con tutti i test, tutte le analisi per dimostrare che non c'è alcun rischio. Ma c'è una componente emotiva legata alla disinformazione. Se ci fosse qualsiasi rischio non avremmo impiantato queste stazioni in zone abitate d'America, alle Hawaii e nel Maryland. Abbiamo bisogno di questo sistema di comunicazione, il mondo ne ha bisogno. Noi ne finanziamo una buona parte, ma è per tutti. Gli alleati hanno accesso al sistema, anche l'Italia. La comunicazione consente di reagire più velocemente di fronte alle minacce. Come ora Ebola".
L'Nsagate - le rivelazioni di Snowden sul sistema di spionaggio Usa - ha modificato il suo lavoro di ambasciatore?
"Si chiama Nsagate qui? (ride). Collaboriamo con l'Italia e con tutti i paesi. A nessuno interessano le conversazioni e le email della gente comune, mentre questa è l'impressione che si ha. Non vogliamo che ci sia un altro 11 settembre. Dobbiamo poter disporre di sistemi che riteniamo essenziali per la protezione dagli attacchi terroristici. Credo che l'Italia stia gestendo la questione molto bene: le autorità sono state molto comprensive, sono consapevoli della minaccia e della necessità di collaborare. La Germania è diversa: ha vissuto una esperienza terribile con la Stasi e le intercettazioni, così nel difficile equilibrio tra sicurezza e privacy propende per quest'ultima".
Dalle informazioni in vostro possesso si deduce che l'Italia è ad alto rischio attentati in questo momento?
"Non credo che l'Italia sia più a rischio degli altri paesi. Non abbiamo informazioni che indichino che il Papa sia un bersaglio".
Come giudica la posizione italiana sulla crisi ucraina? I rapporti con la Russia di Putin?
"Le azioni intraprese dalla Russia - l'invasione di un Paese sovrano - rappresentano un'esplicita violazione del diritto internazionale. Le sanzioni imposte, di portata crescente, sono adeguate. L'Italia ha condiviso questa scelta. Certo, sono decisioni difficili per tutti i Paesi, specialmente per voi che avete molti contratti che potrebbero subire contraccolpi. Ma la condotta di Mosca ha conseguenze a lungo termine molto più gravi dell'interruzione temporanea dei rapporti economici. L'Italia si è comportata bene, ha aderito. Non abbiamo nessuna critica da fare".
Ma rischiamo dal punto di vista energetico...
"L'aspetto positivo sarà che l'Europa sarà costretta a diventare indipendente dalla Russia sotto il profilo energetico. Ed è fattibile, si tratta di costruire delle infrastrutture. Ho appena incontrato persone che si occupano di questioni energetiche in Italia. Sono necessari 4-5 anni per farla finita con la dipendenza dal gas russo, con lo sviluppo di energie alternative".
Ambasciatore, com'è stato il suo primo anno in Italia?
"È un momento interessante per l'Italia. Il grande cambiamento è stato l'arrivo di un presidente del consiglio che spinge a fondo per l'adozione di riforme. Tutti ne dibattevano da anni, ma nessuno è riuscito a realizzarle. A mio parere nascondono potenzialità enormi per il paese. Il vero problema è se questo sistema politico saprà recepire le trasformazioni o se invece è troppo rigido, troppo diviso fra molteplici gruppi di interesse".
Ha discusso di questi temi con Renzi?
"Lo conosco ormai da quasi cinque anni, e ho parlato di questi problemi con lui già prima che diventasse presidente del Consiglio, anche a Washington. L'ho visto brevemente pochi giorni fa a proposito del suo viaggio negli Usa. Ho chiesto a diverse persone in America cosa ne pensano di questo nuovo personaggio: ha trasmesso dinamismo e di speranza".
È venuto nel suo resort in Toscana?
"No, ogni tanto diciamo che dovrebbe venire, alcuni dei suoi amici ci sono stati, ma lui no. Spero che possa venire presto".
Jobs Act. Quanto è importante, dal punto di vista degli Stati Uniti, che ci sia una diversa regolamentazione del lavoro in Italia?
"Penso che sia fondamentale fare una riforma del lavoro. Parlo con gli imprenditori americani che guardano all'Italia come a un posto dove investire, e una delle questioni che sollevano subito è la rigidità della gestione della manodopera, la presenza di regole del lavoro scoraggianti per le aziende. Si tratta di norme molto diverse da quelle degli altri Paesi in cui operano. In America, specialmente nel caso delle start-up uno assume i suoi collaboratori e se la cosa non ingrana può licenziarli. Si entra e si esce...".
E' solo questo che spaventa gli investitori Usa?
"No, ritengo che il deterrente più grande sia il sistema giudiziario, che non funziona per niente bene. Un'azienda vuole che sia possibile far rispettare un contratto, vuole che ci sia un posto a cui rivolgersi se c'è necessità di avere un risarcimento. Non puoi aspettare 8-10 anni. L'Italia può offrire molto in termini di talento, creatività, qualità della forza lavoro: il Made in Italy rimane un marchio enormemente positivo. Altri Paesi non hanno questa capacità. L'Italia ce l'ha, ma è ostacolata da un mucchio di regolamenti affastellati uno sull'altro che la rendono meno attraente. E invece la cosa di cui il vostro paese ha bisogno sono gli investimenti esteri diretti. Per diventare una delle colonne portanti dell'Europa".
Vede fattibili i cambiamenti?
"Questa è la speranza. Penso che Renzi sia capace di parlare direttamente alla gente e alle sue frustrazioni. Per certi versi è com'era Ronald Reagan negli Stati Uniti. Reagan parlava alla gente in modo comprensibile. Seppe rispondere veramente a ciò che la gente chiedeva".
Crede che le riforme più dolorose come quella dell'art.18 possano rischiare di accendere conflitti sociali?
"Secondo me, è esattamente l'opposto. Se l'Italia continua la sua lenta spirale discendente, per quanto riguarda l'economia, se la disoccupazione giovanile continua a restare al 42-43 per cento, si perde una generazione. Si creano persone che non hanno la capacità di lavorare, e allora sì che c'è il rischio di disordini sociali. I giovani con più talento qui non vedono opportunità per loro, e vanno a Berlino, a Londra, nella Silicon Valley. È necessario che queste persone restino qui. Se si continua così, potrebbero nascere disordini sociali. Alla lunga certo, non dalla mattina alla sera. Ma bisogna cominciare ad affrontare le riforme. Ci vorrà un po' a metterle in atto: anche questo non succede in un giorno".
Ci vorranno più di mille giorni?
"I mille giorni sono che quelli che mancano alla fine del mandato di Renzi. Credo che li intenda come un benchmark, un punto di riferimento. Ma mille giorni sono sufficienti per mostrare dei progressi, per avere consenso, per prendere voti: non significa che ci sarà il cambiamento improvviso perché l'applicazione delle riforme richiederà tempo. Ma se gli italiani vedono che le questioni importanti vengono affrontate, questo darà fiducia e speranza, ed è una cosa fondamentale per qualsiasi economia".
Il presidente Barack Obama all'ultimo vertice Nato ha detto che tutti i paesi membri hanno promesso di consacrare il 2% dei propri budget alla difesa. E l'Italia?
"Tutti i Paesi, Italia compresa, dovrebbero fare di più per la Difesa in termini di obiettivi. Non necessariamente nell'anno in corso, e neanche l'anno prossimo, data la crisi economica da superare. L'America destina il 4,4 per cento del Pil alla Difesa. A nessuno piace spendere in armamenti, la gente dice: "Ma dobbiamo proprio farlo?". La risposta è: sì, specialmente nel mondo di oggi. Oggi si prendono decisioni che determinano la capacità di difesa dei prossimi 5, 10 anni. È una scelta poco gradita dal punto di vista politico in ogni Paese, e l'Italia non fa eccezione. Ma il mondo è un luogo pericoloso e dobbiamo essere nella posizione di poter reagire. L'accordo è che noi continueremo a spendere il nostro 4,4 per cento, ma vogliamo che i nostri alleati europei spendano il loro 2 per cento. E anche l'Italia si è presa lo stesso impegno".
Una delle spese militari che in Italia fa discutere di più è quella per gli F35. Crede che alla fine li compreremo?
"Ho parlato spesso della questione qui in Italia con militari ed esponenti del governo. Ho visto l'impianto che hanno costruito per assemblare questi aerei, a Cameri. Sono rimasto molto colpito: un esempio della capacità italiana di produrre in tempi molto stretti e con enorme qualità. Ricordiamo che l'Italia ha ridotto l'impegno di acquisto degli aerei da 131 a 90 unità. Gli Usa ne compreranno 2.000. L'impianto di Cameri nelle intenzioni dovrebbe servire per provvedere all'assistenza e all'aggiornamento a tutti gli F35 d'Europa, quindi è una gran cosa per voi. Ma le condizioni per questo sforzo congiunto erano che tutti dovevano partecipare e tutti dovevano acquistare gli aerei. Sulla base delle conversazioni che ho avuto, ritengo che l'Italia manterrà la parola data sui 90 F35. C'è gente che tiene molto a questo programma".
Chiederete all'Italia di fare di più contro i jihadisti dello Stato islamico?
"L'Italia è stato uno dei primi Paesi a farsi avanti e offrire il suo sostegno per questa iniziativa internazionale. Ha offerto aiuto umanitario, sta dando una mano in ogni modo: l'unica cosa che non fa è partecipare ai raid aerei con la propria aeronautica, ma si vedrà in futuro".
L'opinione pubblica è molto arrabbiata sul Muos. Perché questo sistema di comunicazione è così importante per gli Stati Uniti?
"È importante per il mondo non per gli Usa. Il Muos copre dei nodi di comunicazione chiave. Capiamo che la gente possa essere preoccupata quando d'un tratto di trova una struttura del genere. Ma noi abbiamo collaborato in tutti i modi, con tutti i test, tutte le analisi per dimostrare che non c'è alcun rischio. Ma c'è una componente emotiva legata alla disinformazione. Se ci fosse qualsiasi rischio non avremmo impiantato queste stazioni in zone abitate d'America, alle Hawaii e nel Maryland. Abbiamo bisogno di questo sistema di comunicazione, il mondo ne ha bisogno. Noi ne finanziamo una buona parte, ma è per tutti. Gli alleati hanno accesso al sistema, anche l'Italia. La comunicazione consente di reagire più velocemente di fronte alle minacce. Come ora Ebola".
L'Nsagate - le rivelazioni di Snowden sul sistema di spionaggio Usa - ha modificato il suo lavoro di ambasciatore?
"Si chiama Nsagate qui? (ride). Collaboriamo con l'Italia e con tutti i paesi. A nessuno interessano le conversazioni e le email della gente comune, mentre questa è l'impressione che si ha. Non vogliamo che ci sia un altro 11 settembre. Dobbiamo poter disporre di sistemi che riteniamo essenziali per la protezione dagli attacchi terroristici. Credo che l'Italia stia gestendo la questione molto bene: le autorità sono state molto comprensive, sono consapevoli della minaccia e della necessità di collaborare. La Germania è diversa: ha vissuto una esperienza terribile con la Stasi e le intercettazioni, così nel difficile equilibrio tra sicurezza e privacy propende per quest'ultima".
Dalle informazioni in vostro possesso si deduce che l'Italia è ad alto rischio attentati in questo momento?
"Non credo che l'Italia sia più a rischio degli altri paesi. Non abbiamo informazioni che indichino che il Papa sia un bersaglio".
Come giudica la posizione italiana sulla crisi ucraina? I rapporti con la Russia di Putin?
"Le azioni intraprese dalla Russia - l'invasione di un Paese sovrano - rappresentano un'esplicita violazione del diritto internazionale. Le sanzioni imposte, di portata crescente, sono adeguate. L'Italia ha condiviso questa scelta. Certo, sono decisioni difficili per tutti i Paesi, specialmente per voi che avete molti contratti che potrebbero subire contraccolpi. Ma la condotta di Mosca ha conseguenze a lungo termine molto più gravi dell'interruzione temporanea dei rapporti economici. L'Italia si è comportata bene, ha aderito. Non abbiamo nessuna critica da fare".
Ma rischiamo dal punto di vista energetico...
"L'aspetto positivo sarà che l'Europa sarà costretta a diventare indipendente dalla Russia sotto il profilo energetico. Ed è fattibile, si tratta di costruire delle infrastrutture. Ho appena incontrato persone che si occupano di questioni energetiche in Italia. Sono necessari 4-5 anni per farla finita con la dipendenza dal gas russo, con lo sviluppo di energie alternative".