Ciampi, il figlio dell'ottico che sognò un Paese pacificato
di SEBASTIANO MESSINA
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E' difficile dire se sia stato il destino, o piuttosto la sua straordinaria capacità di vincere anche le sfide che sembravano perse in partenza, a segnare la vita di Carlo Azeglio Ciampi. Voleva fare il professore di latino e finì alla Banca d'Italia, entrandovi da impiegato e uscendone da Governatore. Pensava di aver chiuso con la politica da giovane, quando lasciò la sezione di Livorno del Partito d'Azione, ma è diventato presidente del Consiglio, ministro dell'Economia e Capo dello Stato. Un uomo capace di credere lucidamente ai sogni, e di non fermarsi finché non li realizzava: ecco chi è stato Carlo Azeglio Ciampi.
Figlio dell'ottico Pietro e di Maria Masino, Ciampi nasce a Livorno il 9 dicembre 1920. Che sia un ragazzo fuori dal comune, lo si capisce presto: divora i libri, salta la quinta elementare e la terza liceo e si diploma a sedici anni, dai gesuiti. Fa il concorso per la Normale di Pisa, corso di laurea in Lettere, viene interrogato da Giovanni Gentile ed è ammesso. Proprio lì, alla Normale, incontra le due persone che segneranno la sua vita. Il filosofo Guido Calogero, il teorico del liberalsocialismo, e la donna che diventerà sua moglie: Franca Pilla.
Si laurea a 21 anni, ma c'è la guerra, e lui veste la divisa da sottotenente del corpo degli autieri. Destinazione, il fronte albanese. Il destino vuole che lui si trovi in licenza, l'8 settembre, e quando Mussolini proclama la Rsi lui si rifiuta di aderirvi. Si rifugia a Scanno, in Abruzzo, e lì ritrova Calogero, condannato al confino. E' con lui, e con altri 60 antifascisti, che Ciampi si arrampica sulla Maiella per raggiungere le truppe alleate. E' un'impresa durissima, non tutti ce la fanno. Lui è tra i sopravvissuti.
Addio a Carlo Azeglio Ciampi, la fotostoria
Finita la guerra, si iscrive al Partito d'Azione e comincia a insegnare italiano e latino al liceo "Niccolini e Guerrazzi" di Livorno, ma intanto prende anche un'altra laurea: in Giurisprudenza. E' con quella che nel 1946 vince il concorso alla Banca d'Italia: impiegato alla filiale di Macerata. Vi rimane undici anni, finché a Roma qualcuno non lo nota e lo chiama nella sede centrale. Dovrebbe andare alla Vigilanza, e invece finisce all'Ufficio Studi. Ma lì, più che di lettere e di legge, bisogna intendersi di economia, e allora Ciampi si rituffa per la terza volta nello studio. "Per fare bene bisogna rimboccarsi le maniche e metterci l'anima" dirà più tardi. La sua carriera parla da sola: capo del Servizio Studi, segretario generale, vicedirettore generale, direttore generale e infine - nel 1979 - Governatore, dopo le dimissioni di Paolo Baffi per l'attacco alla Banca d'Italia.
Ciampi resterà al timone di Via Nazionale per tredici anni, e affronterà senza tentennamenti le tempeste che scuotono la lira e squassano il sistema bancario, dal fallimento del Banco Ambrosiano alla crisi monetaria del 1992, quando la lire viene svalutata del 30 per cento ed esce dal serpente monetario internazionale. Con la moneta nella bufera e la politica sotto schiaffo per Tangentopoli, il Paese è sull'orlo del baratro. E Oscar Luigi Scalfaro convoca Ciampi al Quirinale per chiedergli di cambiare ancora una volta lavoro: dovrà guidare il governo, un governo d'emergenza.
Stavolta non c'è da superare una tempesta volontaria, ma il campo minato della politica: il referendum ha cambiato la legge elettorale, e il governo deve far passare in Parlamento la nuova mappa dei collegi, altrimenti non si può tornare alle urne. Ci riuscirà. Ma c'è un altro mostro da domare, ed è l'infazione, ancora al 6 per cento. Ciampi inventa la "concertazione", che poi spiegherà così: "Convocavo Confindustria e sindacati a Palazzo Chigi, chiudevo le porte a chiave e dicevo: non si esce da qui finché non abbiamo trovato l'intesa". Là fuori, però, le bombe mafiose insanguinano Firenze, Milano e Roma. "Ebbi paura che fossimo a un passo dal colpo di Stato" dirà più tardi, ricordando la notte tra il 27 e il 28 luglio 1993, quando deve tornare di corsa a Roma da Santa Severa per convocare alle tre di notte il Consiglio supremo di difesa, con i telefoni di Palazzo Chigi misteriosamente isolati.
Un anno e dodici giorni dura il governo Ciampi, ma sono mesi durissimi, alla fine dei quali Ciampi esce di scena a testa alta, restando fuori dalla battaglia elettorale della "gioiosa macchina da guerra" occhettiana. A 74 anni, lui pensa di potersi finalmente godere una strameritata pensione, ma si sbaglia.
Addio a Ciampi, una vita insieme alla moglie Franca
Una mattina del 1996 lo chiama Romano Prodi: c'è una nuova battaglia da combattere, quella per portare l'Italia nell'Euro, e nessuno può guidarla meglio di lui. Ciampi accetta, ma pone una sola condizione: "Dobbiamo entrarci dalla porta principale". Significa che bisogna farlo subito, nel 1998, e non al secondo giro come i Paesi più deboli. Seguono tasse, sacrifici, scontri durissimi con i banchieri tedeschi e olandesi, ma alla fine - ancora una volta - la battaglia è vinta.
Dopo quella vittoria, il voto corale con il quale il 13 maggio 1999 il Parlamento lo elegge presidente della Repubblica - con 707 voti su 1010 - arriva come il segno di una riconosciuta autorevolezza e di una stima trasversale che l'ex Governatore, ex premier ed ex ministro ha saputo conquistarsi in tutti i partiti. E gli italiani vengono subito conquistati, dall'austerità dolce di quel presidente con lo sguardo buono, che non ha paura di parlare di orgoglio patriottico e di emozionarsi per l'inno di Mameli - il suo gradimento oscillerà tra il 70 e l'80 per cento, in quei sette anni - anche se lui è tutto fuorché un nazionalista: "In Italia sono di Livorno, in Europa sono italiano, nel mondo sono europeo" ama ripetere.
Ciampi vuol essere il presidente della pacificazione e dell'unità nazionale. Ma soprattutto vuol essere il presidente di tutti gli italiani, anche di quelli che non la pensano come lui. Ma i suoi doveri super partes vengono duramente messi alla prova dalla difficile coabitazione con il governo presieduto da un italiano che è quasi l'opposto del presidente livornese: Silvio Berlusconi. Una coabitazione che il Quirinale cercherà di rendere meno spinosa inventandosi una "moral suasion" che gli permetterà di correggere alcune storture prima di vedersele presentare ufficialmente. Eppure qualche volta è costretto a dire di no. Due leggi importanti vengono respinte dal capo dello Stato: la riforma Gasparri della tv e la legge Castelli sulla giustizia. E quando Berlusconi chiede di "compartecipare" alla scelta dei giudici costituzionali di nomina presidenziale, viene respinto seccamente. Molti, nel centro-sinistra, vorrebbero che Ciampi si rifiutasse di firmare anche le leggi "ad personam" del Cavaliere o la "porcata" di Calderoli sul sistema elettorale, ma il presidente non lo fa. Si tiene per sé l'amarezza per quei giorni, e solo dopo racconterà di aver voluto evitare ogni intervento che potesse apparire di parte, in assenza di una palese violazione della Costituzione.
E' stanco, Ciampi, quando esce per l'ultima volta dal portone del Quirinale, alle sette di sera del 15 maggio 2006. Ma da senatore a vita riacquista la libertà di dire cosa gli piace e cosa no, e infatti vota la fiducia al governo Prodi e si schiera per il No al referendum sulla riforma costituzionale promossa da Berlusconi, Fini e Bossi. Poi, fedele alla regola della sobrietà che si è sempre imposto, evita di partecipare alla polemiche quotidiane. Solo agli amici di una vita che vanno a trovarlo nella casa di via Anapo o nella villetta di Santa Severa, non nasconde la sua amarezza per la mutazione genetica della politica che non gli ha permesso di vedere finalmente compiuta l'impresa in cui ha creduto, quella nuova Italia per cui si batteva il Ciampi ventenne: "No, non è questo il Paese che sognavo".