I giudici che hanno indagato sulla mafia vanno protetti dallo Stato. E su questo siamo tutti d’accordo. Quasi, va’. C’è una consistente parte del Paese, gente che vota, secondo cui farebbero meglio a farsi i fatti propri.
Gli scrittori che hanno indagato sulla camorra e sui narcos vanno protetti dallo Stato. E su questo pare siamo meno d’accordo. Almeno a giudicare dai fiumi di liquame che li (lo) investono in quei bar di Caracas elevati a potenza che risultano essere i maggiori social network.
Le due figure, giudici come Antonio Ingroia, scrittori come Roberto Saviano, hanno un nemico in comune: il Viminale. Che a maggio (regnante Minniti) ha privato Ingroia dei suoi angeli custodi. E a giugno (regnante Superbone Lo Sbruffone) minaccia di farlo con Saviano.
Ieri il Giornale dei Giusti (che non nomino per evitare altre paginate contro quei maleducati di Repubblica) ha aperto la prima con Ingroia, e trattato Saviano alla stregua di una boutade salviniana: richiamino, pezzetto interno in punta di penna in cui il Ministro dell’Interno e il suo bersaglio venivano descritti in una sorta di balletto paritetico. Un po’ come quando altri quotidiani titolano “Scontri manifestanti-polizia” e si è in realtà trattato di un mulinar di manganelli ai danni di innocenti. Tipo Genova 2001, per capirci.
Ora: è persino evidente che il GdG fa le sue insindacabili scelte, specie quando la notizia dell’Ingroia abbandonato è un’esclusiva dovuta all’ascolto molto attento del giudice Di Matteo e di un suo intervento pubblico a Milano. Anzi: complimenti per il “buco”. Però. Però sui social di cui sopra è velocemente invalso un commento rumoroso e affatto inedito: “Sì, ma Ingroia invece?”. Sunteggio: uno è un parolaio che campa con la camorra, l’altro aveva sfidato addirittura Napolitano. Ergo: togliamo la scorta a Saviano e diamola a Ingroia.
Naturalmente, al netto del profluvio di stelline e bandierine sovraniste che accompagnavano gli account degli iscritti all’università della vita, non c’è alcun rapporto diretto tra questa (pardon) scintillante stronzata e le gerarchie scelte dal Gdg. Però mi chiedevo: sarà mica che Saviano è finito taglio centro perché aveva la giacchetta sbagliata, la stessa che gli rimproverano i tizi su Twitter? Sarà mica che questo grottesco soppesare le notizie sulla base delle tribù di appartenenza ha imbruttito a morte anche il dialogo tra le persone decenti?
Sarà mica che per solidarizzare con Ingroia non è necessario strizzare l’occhio ai “propri” e trattare Saviano come un vanesio che forse un po’ se l’è cercata? Perché dell’ex Pm si può pensare che abbia dilapidato il suo lavoro facendosi kamikaze politico, e all’autore di Gomorra si può rimproverare di tutto, dallo stile di scrittura alle camicie risibili. Ma quando finiscono sotto attacco, dovrebbe essere palmare che sono nello stesso mirino.
A noi per primi.
In modo da farlo capire con maggior nitore a chi ci legge.
Gli scrittori che hanno indagato sulla camorra e sui narcos vanno protetti dallo Stato. E su questo pare siamo meno d’accordo. Almeno a giudicare dai fiumi di liquame che li (lo) investono in quei bar di Caracas elevati a potenza che risultano essere i maggiori social network.
Le due figure, giudici come Antonio Ingroia, scrittori come Roberto Saviano, hanno un nemico in comune: il Viminale. Che a maggio (regnante Minniti) ha privato Ingroia dei suoi angeli custodi. E a giugno (regnante Superbone Lo Sbruffone) minaccia di farlo con Saviano.
Ieri il Giornale dei Giusti (che non nomino per evitare altre paginate contro quei maleducati di Repubblica) ha aperto la prima con Ingroia, e trattato Saviano alla stregua di una boutade salviniana: richiamino, pezzetto interno in punta di penna in cui il Ministro dell’Interno e il suo bersaglio venivano descritti in una sorta di balletto paritetico. Un po’ come quando altri quotidiani titolano “Scontri manifestanti-polizia” e si è in realtà trattato di un mulinar di manganelli ai danni di innocenti. Tipo Genova 2001, per capirci.
Ora: è persino evidente che il GdG fa le sue insindacabili scelte, specie quando la notizia dell’Ingroia abbandonato è un’esclusiva dovuta all’ascolto molto attento del giudice Di Matteo e di un suo intervento pubblico a Milano. Anzi: complimenti per il “buco”. Però. Però sui social di cui sopra è velocemente invalso un commento rumoroso e affatto inedito: “Sì, ma Ingroia invece?”. Sunteggio: uno è un parolaio che campa con la camorra, l’altro aveva sfidato addirittura Napolitano. Ergo: togliamo la scorta a Saviano e diamola a Ingroia.
Naturalmente, al netto del profluvio di stelline e bandierine sovraniste che accompagnavano gli account degli iscritti all’università della vita, non c’è alcun rapporto diretto tra questa (pardon) scintillante stronzata e le gerarchie scelte dal Gdg. Però mi chiedevo: sarà mica che Saviano è finito taglio centro perché aveva la giacchetta sbagliata, la stessa che gli rimproverano i tizi su Twitter? Sarà mica che questo grottesco soppesare le notizie sulla base delle tribù di appartenenza ha imbruttito a morte anche il dialogo tra le persone decenti?
Sarà mica che per solidarizzare con Ingroia non è necessario strizzare l’occhio ai “propri” e trattare Saviano come un vanesio che forse un po’ se l’è cercata? Perché dell’ex Pm si può pensare che abbia dilapidato il suo lavoro facendosi kamikaze politico, e all’autore di Gomorra si può rimproverare di tutto, dallo stile di scrittura alle camicie risibili. Ma quando finiscono sotto attacco, dovrebbe essere palmare che sono nello stesso mirino.
A noi per primi.
In modo da farlo capire con maggior nitore a chi ci legge.