Politica

Hanno tutti ragione | Stati generali M5S, l’esame della patente è rinviato

Questo è il numero di venerdì 13 novembre 2020 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. L'iscrizione è inclusa nell'abbonamento a Rep:. Per attivare l'iscrizione clicca qui
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Gli Stati generali del Movimento 5 Stelle che si aprono domani sono una cosa seria o una kermesse di facciata? È, di fatto, il primo congresso di una forza nata sull'idea di tenersi alla larga dai rituali dei partiti tradizionali e che però, come per altre questioni che segnano il discrimine tra adolescenza ed età adulta, ne ha scoperto l'urgenza e la necessità.
 
Di questi Stati generali non va sottovalutato l'effetto. Il Movimento è entrato nel governo giallorosso come un paziente trascinato a un Tso. E Luigi Di Maio, il capo politico che nel frattempo ha perso i gradi ma non la funzione, è stato all'inizio il più recalcitrante. Dopo poco più di un anno le cose sono cambiate. Gli Stati generali daranno una copertura politica a quella scelta forzate ed estemporanea. Da tempo si è abbassato il livello di conflittualità con il Pd. Le manovre in vista delle comunali della prossima primavera certificano che tira un'altra aria: il M5S sta cercando intese con i dem in tutte le grandi città, persino a Roma, dove ufficialmente sarebbe già in campo Virginia Raggi a caccia del bis, eppure i giochi sono tutt'altro che chiusi (inconfessabilmente, un pezzo di Movimento spera che a riaprirli definitivamente arrivi una sentenza di condanna in secondo grado per la sindaca costringendola a ritirarsi come Chiara Appendino a Torino). C'è chi all'esperimento giallorosso crede per convinzione, come il presidente della Camera Roberto Fico, chi per sano pragmatismo, come il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, chi più per tatticismo, e qui è difficile non fare il nome dello stesso Di Maio. Resta il fatto che la situazione attuale diverrà figlia di una scelta più articolata e ragionata di quelle che, fin qui, hanno affidato le scelte fondamentali a un pugno di clic su Rousseau.


 
Non è un caso che la discussione sulla nuova leadership collegiale del M5S si avvii a chiudersi senza vincitori - nascerà una segreteria allargata e non sarà eletto un vero nuovo capo politico - ma con due perdenti sicuri: uno è Alessandro Di Battista, il più critico sull'avvicinamento al Pd - la "Morte nera" ha definito la prospettiva di un'alleanza strategica tre le due forze oggi unite dal Conte bis - il quale resterà fuori dal nuovo organismo e isolato nelle sue tesi; l'altro è Davide Casaleggio, il cui ruolo di dominus esterno del Movimento è stato picconato fino a renderlo ormai solo una residuale eredità del passato.


Ci sono però due questioni che gli Stati generali non affronteranno, per scelta esplicita, e che non depongono a favore di una maturazione del Movimento. La prima è la più appariscente: il M5S è una forza passata nel giro di pochi giorni dal governo in alleanza con la Lega, soggetto tra i più a destra del panorama europeo, a uno con il Pd. Blindare la legislatura e l'esecutivo in carica non basta a dare un senso politico alla piroetta, sulla quale Di Maio&co continuano a glissare in nome della natura post-ideologica del Movimento, come se definirsi estranei al vecchio posizionamento destra-sinistra o insistere solo sul perseguimento del proprio programma, possa legittimare politicamente il fatto di governare un giorno con i sovranisti e quello dopo con gli europeisti, prima con i porti chiusi e poi semi-chiusi o aperti, la mattina a braccetto con Bagnai e la sera con Gualtieri. I vertici grillini insistono a voler rimuovere, quasi in senso psicanalitico, la questione della loro collocazione. Prima di vincere le elezioni del 2018 la linea era: mai alleanze. Dopo averle vinte e aver capito come funziona la democrazia parlamentare la linea si è rovesciata in: alleanze con chiunque pur di fare le cose nostre. Nella sostanza, non è cambiato molto, era un assurdo la prima tesi e resta un assurdo la seconda. Una piroetta a 360 gradi è destinata a riportarti al punto di partenza. Gli Stati generali diranno dunque che il governo è una scelta irreversibile in questa legislatura ma non faranno un passo avanti sul dopo: che succederà finito il governo Conte? Il varo di una legge proporzionale consentirà a tutte le forze di correre in solitaria, e va bene, ma questo significa che, dopo le prossime elezioni, il Movimento sarà pronto a rimettersi in gioco anche con alleanze a destra e magari con la stessa Lega salviniana? L'idea di tenersi le mani libere può rassicurare i Di Battista e chi teme la perdita della presunta purezza primigenia, ma è soprattutto la scelta di restare un passo al di qua della maturità politica.
 
Poi c'è la seconda questione irrisolta: il limite dei due mandati. Una regola costitutiva del Movimento che, come altre rottamate in questi anni a causa del principio di realtà, ora molti vorrebbero rivedere. Gli Stati generali non se ne occuperanno, perché c'è il rischio che il Movimento imploda sotto il peso delle divisioni sul tema (anche in questo caso è Di Battista a minacciare addirittura l'uscita dal Movimento in caso di revisione del limite). Non decidere significa però che il M5S non ha il coraggio di guardare in faccia un'altra delle lezioni apprese: la politica è un mestiere, una professione che richiede preparazione, esperienza e competenze che si acquisiscono nel tempo, sul campo. Immaginate un M5S che confermi il limite dei due mandati: significherebbe trovarsi nel prossimo Parlamento con un'altra masnada di dilettanti allo sbaraglio. Può solleticare qualcuno l'idea di liberarsi di molte delle inadeguate figure viste all'opera, ma il prezzo per le nostre istituzioni sarebbe caricarle di un'altra infornata di stagisti della politica. È pronto il Movimento a riconoscere pubblicamente che il limite dei due mandati era solo la parossistica applicazione di un astratto delirio anti-politico? Se sì, benvenuti tra gli adulti. Se no, la patente di guida è ancora lontana.

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