Chi ricorda il senatore Luis Alberto Orellana, uno dei primissimi dissidenti dei 5 Stelle, come quasi tutti i critici poi finito fuori dal Movimento? Le sue parole datate gennaio 2014 sembrano cronaca: "Ma come mai aspettare fino all'ultimo per comunicare la votazione? Chi fa parte dello staff di Casaleggio?". Domande di sette anni fa ancora rimaste inevase: chi decide come, quando, cosa votare? L'evidente falla in questo simulacro della democrazia diretta è rimasta ancora lì e soluzioni all'orizzonte non se ne vedono.
Già, i quesiti. Come ogni domanda, a seconda di come viene posta si può intuire una preferenza, o un invito al voto implicito. Oppure si possono offrire delle opzioni che portano con sé delle spiegazioni che orientano palesemente il voto. Un esempio, anno 2014, dopo le Europee - le prime della storia del M5s - Grillo e i suoi devono decidere a quale famiglia associarsi. Il né destra né sinistra non è contemplato a Bruxelles: devi accasarti e se non lo fai perdi parte del diritto di rappresentanza. La base si ritrova a scegliere fra sole tre opzioni: il gruppo euroscettico di Nigel Farage, l'Efd, quello dei conservatori inglesi Ecr oppure i non iscritti. Non ne sono contemplati altri, ad esempio i verdi o i liberaldemocratici. Comunque, presentando l'opzione Farage, il blog diceva che "ha rappresentato nella scorsa legislatura l'opposizione più strenua al federalismo basato sull'austerity e alla concentrazione del potere nelle mani dei burocrati non eletti a Bruxelles. L'Efd è contro l'euro che ha generato povertà e disoccupazione. L'Ukip, il maggiore partito del Gruppo Efd, crede nella democrazia diretta ed è un partito contrario a ogni forma di discriminazione". In pratica, una festa. Vince ovviamente l'opzione Efd con il 78 per cento.
Il 18 febbraio 2019 i 5 Stelle chiedono alla base se l'alleato di governo Matteo Salvini deve essere processato per aver lasciato per giorni in mezzo al mare una nave carica di persone - famiglie, bambini - salvate nel Mediterraneo. Domanda: "Il ritardo dello sbarco della nave Diciotti, per redistribuire i migranti nei vari paesi europei, è avvenuto per la tutela di un interesse dello Stato?". Se rispondevi sì, Salvini non andava a processo. Se no, sì. Tanto che quella volta ironizza pure Grillo per l'evidente tratto cervellotico.
L'utilizzo delle parole anche stavolta è un caso di scuola. Un semplice ritardo (che sarà mai), con lo scopo di redistribuire (chi è contrario?), e il richiamo alla tutela e all'interesse dello Stato. Nessuna menzione di Salvini.
La politica cambia in fretta, Salvini disfa il governo, i 5 Stelle su spinta sempre del garante trovano un accordo con il centrosinistra. 3 settembre 2019: "Sei d'accordo che il MoVimento 5 Stelle faccia partire un Governo, insieme al Partito Democratico, presieduto da Giuseppe Conte?". Anche qui, quel "insieme al Pd" viene letto come uno sgambetto, o un tentativo di sgambetto. Era il partito di Bibbiano fino a pochi giorni prima, l'acerrimo nemico. Perché ricordare il Pd e non omettere il nome di un alleato scomodo come avvenne nel 2018 per la Lega? Perché non si è stati neutri? Ma lo sapevano tutti, a parte Grillo e pochi altri, il grosso del Movimento (da Di Battista a Di Maio) remava contro.
L'unica volta in cui i vertici perdono il voto della base su Rousseau è il 21 novembre 2019: "Il Movimento 5 stelle deve osservare una pausa elettorale fino a marzo per preparare gli Stati Generali evitando di partecipare alle elezioni di gennaio in Emilia-Romagna e Calabria?". Gli attivisti non ci stanno, ma quale pausa, presentiamoci. Quelle elezioni saranno un flop, ma questa è un'altra storia.