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M5s, tutti i quesiti dei grillini: chi decide come, quando, cosa votare? La falla online della democrazia diretta

(ansa)
Prima il blog e poi Rousseau, le votazioni hanno sempre premiato - salvo pochi casi - i quesiti calati dall'alto. Come ogni domanda, a seconda di come viene posta si può intuire una preferenza. Oppure si possono offrire delle opzioni che portano con sé delle spiegazioni che orientano palesemente la scelta
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Chi ricorda il senatore Luis Alberto Orellana, uno dei primissimi dissidenti dei 5 Stelle, come quasi tutti i critici poi finito fuori dal Movimento? Le sue parole datate gennaio 2014 sembrano cronaca: "Ma come mai aspettare fino all'ultimo per comunicare la votazione? Chi fa parte dello staff di Casaleggio?". Domande di sette anni fa ancora rimaste inevase: chi decide come, quando, cosa votare? L'evidente falla in questo simulacro della democrazia diretta è rimasta ancora lì e soluzioni all'orizzonte non se ne vedono.

Comunque, all'epoca sul blog di Beppe Grillo (Rousseau non esisteva ancora) andò online, improvvisamente e a metà giornata, il quesito in cui si chiedeva alla base se depenalizzare o no il reato di immigrazione clandestina. Beppe e Gianroberto erano contrari, il M5s era in piena tranche populista, così si sarebbe passati per essere troppo di sinistra; il grosso di quel gruppo parlamentare invece era a favore. La base scelse di seguire gli eletti. Quasi un unicum nella storia del Movimento, di lì in poi prima il blog e poi Rousseau hanno sempre premiato - salvo un'altra volta ancora, ma ci arriveremo - i quesiti calati dall'alto.

Già, i quesiti. Come ogni domanda, a seconda di come viene posta si può intuire una preferenza, o un invito al voto implicito. Oppure si possono offrire delle opzioni che portano con sé delle spiegazioni che orientano palesemente il voto. Un esempio, anno 2014, dopo le Europee - le prime della storia del M5s - Grillo e i suoi devono decidere a quale famiglia associarsi. Il né destra né sinistra non è contemplato a Bruxelles: devi accasarti e se non lo fai perdi parte del diritto di rappresentanza. La base si ritrova a scegliere fra sole tre opzioni: il gruppo euroscettico di Nigel Farage, l'Efd, quello dei conservatori inglesi Ecr oppure i non iscritti. Non ne sono contemplati altri, ad esempio i verdi o i liberaldemocratici. Comunque, presentando l'opzione Farage, il blog diceva che "ha rappresentato nella scorsa legislatura l'opposizione più strenua al federalismo basato sull'austerity e alla concentrazione del potere nelle mani dei burocrati non eletti a Bruxelles. L'Efd è contro l'euro che ha generato povertà e disoccupazione. L'Ukip, il maggiore partito del Gruppo Efd, crede nella democrazia diretta ed è un partito contrario a ogni forma di discriminazione". In pratica, una festa. Vince ovviamente l'opzione Efd con il 78 per cento.

La storia è sempre la stessa. Per tornare ai tempi recenti, dopo mesi di impasse Lega e 5 Stelle nel 2018 decidono di formare un governo. Su Rousseau si chiede: "Approvi il contratto del governo del cambiamento?". E chi è che può rifiutare un bel "governo del cambiamento"? Esiste per caso un governo per non cambiare nulla e con l'obiettivo di cristallizzare il presente?

Il 18 febbraio 2019 i 5 Stelle chiedono alla base se l'alleato di governo Matteo Salvini deve essere processato per aver lasciato per giorni in mezzo al mare una nave carica di persone - famiglie, bambini - salvate nel Mediterraneo. Domanda: "Il ritardo dello sbarco della nave Diciotti, per redistribuire i migranti nei vari paesi europei, è avvenuto per la tutela di un interesse dello Stato?". Se rispondevi sì, Salvini non andava a processo. Se no, sì. Tanto che quella volta ironizza pure Grillo per l'evidente tratto cervellotico.

L'utilizzo delle parole anche stavolta è un caso di scuola. Un semplice ritardo (che sarà mai), con lo scopo di redistribuire (chi è contrario?), e il richiamo alla tutela e all'interesse dello Stato. Nessuna menzione di Salvini.

La politica cambia in fretta, Salvini disfa il governo, i 5 Stelle su spinta sempre del garante trovano un accordo con il centrosinistra. 3 settembre 2019: "Sei d'accordo che il MoVimento 5 Stelle faccia partire un Governo, insieme al Partito Democratico, presieduto da Giuseppe Conte?". Anche qui, quel "insieme al Pd" viene letto come uno sgambetto, o un tentativo di sgambetto. Era il partito di Bibbiano fino a pochi giorni prima, l'acerrimo nemico. Perché ricordare il Pd e non omettere il nome di un alleato scomodo come avvenne nel 2018 per la Lega? Perché non si è stati neutri? Ma lo sapevano tutti, a parte Grillo e pochi altri, il grosso del Movimento (da Di Battista a Di Maio) remava contro.

Altro giro, 20 settembre 2019. Per la prima volta il M5s si accinge ad allearsi con i "vecchi partiti", definiti corrotti ed espressione del sistema fino a qualche tempo prima, in una elezione amministrativa. "Sei d'accordo con la proposta avanzata dal Capo Politico del "Patto civico per l'Umbria", sostenendo alle elezioni regionali un candidato presidente civico, con il sostegno di altre forze politiche?". Civico di qui, civico di là, un presidente dei cittadini casualmente sostenuto anche dal M5s e da altre forze del centrosinistra. Ma meglio non specificarlo troppo.

L'unica volta in cui i vertici perdono il voto della base su Rousseau è il 21 novembre 2019: "Il Movimento 5 stelle deve osservare una pausa elettorale fino a marzo per preparare gli Stati Generali evitando di partecipare alle elezioni di gennaio in Emilia-Romagna e Calabria?". Gli attivisti non ci stanno, ma quale pausa, presentiamoci. Quelle elezioni saranno un flop, ma questa è un'altra storia.

 

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