Enrico Letta: pisano, milanista, ministro a 32 anni. Ecco chi è il futuro segretario del Pd
di Giovanna VitaleDice di credere "alla forza delle parole", Enrico Letta. E chiede di essere giudicato sulla base di quelle che pronuncerà domenica all'Assemblea nazionale. "Sapendo però - avverte nel breve video-messaggio con cui ha annunciato la sua discesa in campo - che io non cerco l'unanimità, ma la verità nei rapporti fra di noi per uscire da questa crisi e guardare lontano". Una sorta di manifesto della sua segreteria: inclusiva, ma non subalterna allo strapotere delle correnti, trasparente e aperta al dialogo, purché scevra dai diktat e dagli ultimatum che hanno caratterizzato gli ultimi anni di vita democratica.
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Dice di credere "alla forza delle parole", Enrico Letta. E chiede di essere giudicato sulla base di quelle che pronuncerà domenica all'Assemblea nazionale. "Sapendo però - avverte nel breve video-messaggio con cui ha annunciato la sua discesa in campo - che io non cerco l'unanimità, ma la verità nei rapporti fra di noi per uscire da questa crisi e guardare lontano". Una sorta di manifesto della sua segreteria: inclusiva, ma non subalterna allo strapotere delle correnti, trasparente e aperta al dialogo, purché scevra dai diktat e dagli ultimatum che hanno caratterizzato gli ultimi anni di vita democratica.
"Ho imparato" è il titolo del suo ultimo libro, pubblicato un anno dopo il default del centrosinistra alle elezioni e l'avvento del governo gialloverde. Una sorta di vademecum per capire come intende la politica e persino i rapporti umani, il leader in pectore del Pd. Che in quel volume arriva persino a ringraziare Renzi per averlo costretto a cambiare vita, a fare "un mestiere vero fuori dalla politica attiva". A mettere insomma quella sana distanza dalle beghe interne che hanno divorato Zingaretti (e altri sette segretari prima di lui) e che adesso gli consentono di tornare da una posizione di forza. Per mano anche di chi, sette anni fa, contribuì a estrometterlo da palazzo Chigi: vedi alla voce Dario Franceschini.
Pisano, nato nel 1966 sotto il segno del Leone, Letta è laureato col massimo dei voti in Scienze politiche, indirizzo politico-internazionale, e dottorato in Diritto della Comunità europea alla Scuola Sant'Anna. Fin dagli anni del liceo partecipa alle attività del Movimento Studenti dell'Azione cattolica, ma è sotto la guida di Beniamino Andreatta che muove i primi passi nella Democrazia Cristiana e poi nel Partito popolare. Andreatta è quasi un secondo padre, che seguirà nel 1993 al ministero degli Esteri come capo segreteria nel governo Ciampi. Vicesegretario del Ppi dal gennaio 1997, un anno dopo a 32 anni D'Alema lo chiama alle Politiche comunitarie e Letta strappa ad Andreotti il primato di più giovane ministro della storia repubblicana. Da lì in poi non si ferma più: ministro nei governi D'Alema e Amato e nel 2004, con la lista Uniti nell'Ulivo, deputato europeo da 176 mila preferenze.
L'INTERATTIVO: IL 'GIOCO' DELLE CORRENTI PD
A Palazzo Chigi entra per la prima volta nel 2006 da sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che sembra anche un passaggio di testimone generazionale: Prodi ha battuto Berlusconi e lo zio Gianni deve lasciare il posto al nipote. Nel 2007, quando nasce il Pd, l'ex responsabile per l'Economia della Margherita si candida alla segreteria con un video su Youtube: "Vorrei fare in modo che il nuovo partito sia costruito un po' come l'enciclopedia Wikipedia". Si piazza terzo e Veltroni, primo segretario, lo sceglie come ministro ombra del Lavoro. Nel 2008 è eletto deputato e nel 2009, quando Bersani vince le primarie, lo vuole al suo fianco come vice. "Prima del diluvio - ha detto qualche giorno fa l'ex segretario dem trasmigrato in Leu - c'era un partito in cui due persone come noi potevano collaborare con vera amicizia e lealtà". Un democristiano e un comunista, espressione di due culture politiche che finora il Pd non ha saputo amalgamare.
Ma s'è c'è un episodio che segna irrimediabilmente la parabola lettiana, quello è la cacciata da palazzo Chigi per opera di Renzi, "benedetta" da una drammatica Direzione di partito in cui venne abbandonato da (quasi) tutti. E ciò nonostante l'allora segretario del Pd gli avesse assicurato il contrario nel famoso hastag #enricostaisereno. Una defenestrazione vissuta con grande amarezza, che però ha regalato allo "sfrattato" la forza di tirare fuori gli artigli e di dare una sterzata per evitare di finire nel cimitero degli elefanti cui spesso sono destinati gli ex premier. Prima abbandona il Pd, poi anche il Parlamento e si trasferisce a Parigi, dove va a dirigere la scuola di Affari internazionali di Sciences Po, da cui ora dovrà dimettersi. Chiedendo oltretutto un bel sacrificio alla famiglia: la moglie Gianna, giornalista del Corriere della Sera, e i tre figli, ormai adolescenti.
Nel frattempo, fonda due istituzioni no-profit, la Scuola di Politiche e l'Associazione Italia-Asean, e diventa presidente del prestigioso Istituto Jacques Delors. "Non poteva capitarmi esperienza più carica di lezioni di vita", scriverà poi nel suo libro. Infuriato con gli ex compagni di partito, ma deciso a non rispondere alle provocazioni che un Renzi all'apice del successo continuava a indirizzargli. Almeno fino al 2017 quando in "Avanti" il fondatore di Italia viva esagera: l'esecutivo Letta viene descritto come "immobile"; lui accusato di aver "messo il broncio", una furbata "perché in Italia le carriere si costruiscono sul vittimismo"; infine deriso per il fatto che alle primarie Pd del 2007 "Letta aveva solo l'11%, meno di Civati". Troppo anche per il gelido pisano, che per una volta non si tiene: "Si sta avvitando in una spirale degna di Freud", reagisce con stizza. Poi, di nuovo silenzio.
Milanista sfegatato, amatissimo dalla trasmissione "de sinistra" Propaganda Live condotta da Zoro su La7, Letta è un ulivista della prima ora, europeista e ambientalista convinto, riformista nel senso vero della parola. Ha sempre manifestato "rispetto sacrale per le le istituzioni" e idiosincrasia per la "selfizzazione del messaggio politico", rifugge insulti e dileggio, sebbene senza nascondere ciò che detesta: le sparate di Salvini e la doppiezza di Renzi. Col tempo diventato, dopo un'iniziale antipatia, sostenitore del dialogo con i 5 Stelle perché "il populismo non può essere liquidato come un grido di rabbia, semmai è un grido di dolore". Se, come ha spiegato candidandosi alla guida del Pd, manterrà fede alle parole che dice, gli avversari (anche interni) non potranno stare sereni.