✕

Meeting di Rimini, nelle lezioni dall'America il preannuncio della politica ibrida

Il direttore di Repubblica Molinari: "Tre le lezioni che arrivano dagli Usa: la vittoria di tutti i forgotten, galvanizzati dal populismo di Donald Trump; la sconfitta del populismo nelle urne; la scelta di Biden di ritirare brutalmente le truppe da Kabul in continuità con il suo predecessore"
3 minuti di lettura

Le "lezioni" lasciate sul campo dell'Occidente dalla stagione del trumpismo. Il conflitto tuttora in corso - e anzi in crescendo, dopo la pandemia -  tra i valori ancorati alle istituzioni democratiche e la rabbia del populismo estremo. E le conseguenze del brutale ritiro da Kabul firmato Biden, che tradiscono un'idea di "politica ibrida". Parla anche di America e di democrazia al bivio, la prima giornata del Meeting di Rimini. Che, nel suo abituale sguardo rivolto al mondo e al confronto tra culture, accoglie il dibattito condotto da Martina Saltamacchia, docente all'Università del Nebraska, con Paolo Carrozza, direttore dell'Helen Kellogg Institute all'Università di Notre Dame, con Joshua Mitchell, professore alla Georgetown University e Maurizio Molinari, direttore di Repubblica. Offrendo anche un'analisi a caldo sulle prime conseguenze che la gravissima crisi afghana racconta delle trasformazioni che hanno attraversato…

Le "lezioni" lasciate sul campo dell'Occidente dalla stagione del trumpismo. Il conflitto tuttora in corso - e anzi in crescendo, dopo la pandemia -  tra i valori ancorati alle istituzioni democratiche e la rabbia del populismo estremo. E le conseguenze del brutale ritiro da Kabul firmato Biden, che tradiscono un'idea di "politica ibrida". Parla anche di America e di democrazia al bivio, la prima giornata del Meeting di Rimini. Che, nel suo abituale sguardo rivolto al mondo e al confronto tra culture, accoglie il dibattito condotto da Martina Saltamacchia, docente all'Università del Nebraska, con Paolo Carrozza, direttore dell'Helen Kellogg Institute all'Università di Notre Dame, con Joshua Mitchell, professore alla Georgetown University e Maurizio Molinari, direttore di Repubblica. Offrendo anche un'analisi a caldo sulle prime conseguenze che la gravissima crisi afghana racconta delle trasformazioni che hanno attraversato gli Stati Uniti.

"Sono almeno tre le lezioni che questi ultimi cinque anni ci consegnano dall'America, zona di frontiera e nazione laboratorio cui guardare con interesse e umiltà", premette Molinari. "La prima - aggiunge - è stata la vittoria di tutti i forgotten, i dimenticati, galvanizzati dal populismo di Donald Trump. La seconda lezione, arrivata anche come reazione al deragliamento del rispetto democratico e all'assalto a Capitol Hill, è che il populismo può essere sconfitto nelle urne, dove si dimostra più forte e coeso il fronte che invece continua a credere nelle istituzioni e nei diritti. La terza sorpresa riguarda invece la scelta sul campo che fa il presidente Biden quando decide il ritiro brutale delle truppe da Kabul, in continuità con la politica del suo predecessore". Offrendo più di un dubbio alla comunità internazionale, e al confronto aperto di questi giorni. "E cioè: questo schieramento che ha sostenuto la democrazia e le istituzioni contro coloro che le destabilizzavano, è stato contagiato dal populismo? Visto che l'America per i suoi velocissimi ritmi anticipa i fenomeni, dobbiamo prepararci, anche nel resto d'Occidente, a una politica ibrida?". 

È un interrogativo che resta aperto. Anche perché, lo sottolinea con chiarezza Mitchell, "siamo un mix fragile, lo siamo sempre stati. All'origine della vittoria di Trump ci sono stati molti ingredienti, a cominciare dalla crisi finanziaria 2007/2008 e dall'insorgere di formazioni politiche estreme che non erano state comprese fino in fondo. Ma ora sia i democratici sia i repubblicani sono profondamente spaccati al loro interno". Per il docente della Georgetown University, uno dei nodi che attraversa tutto l'Occidente, è il sentirsi precipitati "dentro una crisi di competenza. Anche la crisi afghana ha mostrato senza dubbio che gli esperti non hanno agito insieme. Adesso stiamo mettendo la competenza dei cittadini insieme alle competenze degli esperti, perché questa può essere una risposta". L'America di oggi, nel cui specchio vivono contraddizioni che esplodono o serpeggiano anche in Europa, viene però da lontano. "Qui viviamo una sorta di cronicizzazione delle spaccature, dello scontro politico - analizza il professor Carrozza - ma il trumpismo che ha mostrato il volto più cinico degli Stati Uniti ha radici che sono state forti e presenti da sempre. Vivo nello Stato che ha fondato il Ku Klux Klan. Il rischio è pensare che questi fenomeni siano nati con l'elezione di Trump. Ma è evidente che questo non spiega la storia dei conflitti , o i 75 milioni di voti a Trump, né il fatto che tanti nella mia comunità non abbiano votato per quella idea di America. Però occorre ragionare di più sull'incapacità di lottare e di proporre, dal fronte che si opponeva al populismo". Sono tutti d'accordo sul principio, come dice Carrozza, "che la lente della politica non basta a leggere le profonde trasformazioni che sono avvenute". Vale per i "sensi di colpa americani" di cui parla Mitchell, per il quale non pesa poco l'eredità delle mobilitazioni sorte dai grandi drammi della segregazione, dei diritti negati. "Ma senza l'aiuto a gestire questi sensi di colpa, non ne usciamo fuori". Vale per i "dimenticati" della globalizzazione che hanno ingrossato le fila dei sostenitori di Trump, fino a quando sono stati "sconfitti - come ricorda Molinari - dal fronte più forte, più trasversale di chi chiedeva diritti nuovi o declinati in maniera più solida e duratura: dal mondo Lgbt ai cittadini che chiedono protezione dai cambiamenti climatici, alla più forte mobilitazione per una nuova visione della promozione del merito e dei diritti delle donne".  

"A decidere ciò che è avvenuto non è stata solo la politica americana, ma i cambiamenti preesistenti della società. Perché la cultura arriva sempre prima della politica", ricorda Carrozza. Lo mostrano anche le condotte nel tempo difficile della pandemia. In cui, chiosa Molinari, "il conflitto si sta avviando verso una fase più estrema, usando il virus come alleato. Le frange più organizzate del populismo, non parliamo certo della singola famiglia o del cittadino che ha valutato di non immunizzarsi, indicano il vaccino come dittatura che comprime  tutte le libertà personali. E come tale viene cavalcato dalle autocrazie che sono interessate a portare scompiglio nei nostri sistemi democratici".   

L'era della democrazia negli Usa non è ancora finita, si chiedono provocatoriamente. Solo gli interrogativi aiutano a coltivarla.