Legge elettorale, da Zingaretti a Calderoli: ecco l'esercito dei favorevoli al proporzionale
di Giovanna Vitale , di Giovanna VitaleIn Parlamento è uno degli argomenti più gettonati. Segnala un moto ondoso in aumento, bipartisan e trasversale alle forze politiche, che spinge per la modifica della legge elettorale in senso proporzionale. Il sistema per tanti più idoneo a scoraggiare - anche alla luce dei tre esecutivi di colore diverso nati in questa legislatura - alleanze pre-elettorali forzose: utili magari per vincere le Politiche, ma non per governare. Ecco perché, dal M5S a una larga fetta del Pd, dai centristi fino a un pezzo della Lega (quella meno salviniana), si va via via ingrossando l'esercito di deputati e senatori favorevoli a ripristinare un meccanismo che scongiuri estenuanti trattative all'interno delle coalizioni per spartirsi i collegi uninominali e lasci liberi i partiti di misurarsi nelle urne, ancorché dentro un perimetro di alleanze definite. Quello che però tuttora manca, allontanando la prospettiva di raggiungere un'intesa, è una r…
In Parlamento è uno degli argomenti più gettonati. Segnala un moto ondoso in aumento, bipartisan e trasversale alle forze politiche, che spinge per la modifica della legge elettorale in senso proporzionale. Il sistema per tanti più idoneo a scoraggiare - anche alla luce dei tre esecutivi di colore diverso nati in questa legislatura - alleanze pre-elettorali forzose: utili magari per vincere le Politiche, ma non per governare. Ecco perché, dal M5S a una larga fetta del Pd, dai centristi fino a un pezzo della Lega (quella meno salviniana), si va via via ingrossando l'esercito di deputati e senatori favorevoli a ripristinare un meccanismo che scongiuri estenuanti trattative all'interno delle coalizioni per spartirsi i collegi uninominali e lasci liberi i partiti di misurarsi nelle urne, ancorché dentro un perimetro di alleanze definite. Quello che però tuttora manca, allontanando la prospettiva di raggiungere un'intesa, è una ricetta condivisa su come modificare il Rosatellum. Ipotesi incandescente soprattutto per il centrodestra, oggi non per caso categoricamente esclusa dai tre leader riuniti a casa Berlusconi per fare il punto dopo la sconfitta alle amministrative.
Detto che Enrico Letta, insediatosi sette mesi fa al Nazareno con l'idea di tornare al Mattarellum, non si è ancora pronunciato, la posizione prevalente nei gruppi dem ricalca il testo base - il cosiddetto Brescellum - partorito all'indomani del taglio dei parlamentari, giacente da quasi un anno in Commissione Affari costituzionali di Montecitorio. Sponsorizzato a suo tempo da Nicola Zingaretti come condizione per dire sì al referendum che ha falcidiato le due Camere, prevede due cose fondamentali. Intanto l'abrogazione dei collegi uninominali e la sopravvivenza di quelli plurinominali, in modo da trasformare l'attuale legge in un proporzionale puro. E poi l'introduzione di una soglia di sbarramento alto, il 5%, sul modello tedesco, per favorire rassemblement omogenei ed evitare un'eccessiva frammentazione del quadro politico. Un impianto che di fatto allenta il vincolo di coalizione senza però spezzarlo, sul quale insiste pure il M5S. Facile intuirne la ragione: consentirebbe a Giuseppe Conte di non schiacciarsi troppo sul Pd e di competere (anche) con i possibili alleati.
Ma è proprio sul "correttivo" necessario a garantire la governabilità che le strade dei partiti si dividono. Quel pezzo di Lega (vedasi Calderoli) aperto a un ritocco della legge elettorale in funzione anti-Meloni - decisa a rivendicare la primazia nel centrodestra e a fare il pieno di collegi uninominali - preferirebbe allo sbarramento l'introduzione di un premio di maggioranza. Che funzionerebbe grosso modo così: la coalizione che prende il 40% dei voti nei collegi plurinominali (ma c'è chi parla anche del 45) avrebbe diritto al 55% dei seggi. Escamotage indispensabile per tenere avvinti Forza Italia e i cespugli moderati che vagheggiano la nascita di un grande centro, magari autonomo e in grado di fare l'ago della bilancia al momento della formazione del governo. Ma che rischia di spaccare i berlusconiani, divisi fra chi (l'ala governista) vorrebbe lo sbarramento per sottrarsi all'abbraccio mortale dei sovranisti e chi (il fronte del Nord) caldeggia invece il premio di maggioranza alla coalizione per non indebolire il sodalizio con la Lega.
Tuttavia è proprio la possibilità di disarticolare il centrodestra - spingendo l'Italia del dopo-Draghi verso una maggioranza Ursula - a far gola all'ala riformista del Pd. La corrente di Guerini, innanzitutto, che ieri si è riunita e ha avviato il dibattito interno per bocca del coordinatore Alfieri. Ma pure quelle di Franceschini e Orlando. Un fronte che ormai miete consensi anche fra i dirigenti più insospettabili. A partire da Goffredo Bettini, che in una delle ultime Direzioni ha ammesso: "Il sistema proporzionale, rispetto alla strategia in campo, è più consono, evita anche che le forze che non ci riconoscono, come Azione e Italia viva, si trovino una propria casa per esprimere le loro grandi potenzialità ". Il senatore Luigi Zanda è ancora più esplicito: "Il maggioritario sarebbe il sistema ideale in un quadro bipartitico. Ma con coalizioni come le nostre, nelle quali - come abbiamo visto in questa legislatura - i partiti non mantengono le alleanze con le quali si sono presentati alle elezioni, solo il proporzionale con uno sbarramento alto può offrire le stesse garanzie di governabilità del maggioritario".
E c'è pure un altro elemento, quello dei pesi e dei contrappesi istituzionali, che Matteo Orfini esorta a non trascurare: "Noi abbiamo accettato la riduzione del numero dei parlamentari in cambio dell'impegno a varare una legge proporzionale che elimini l'enorme distorsione creata da quel taglio. Col sistema attuale, infatti, una coalizione che sta sotto il 50% ma vince gran parte dei collegi uninominali può ottenere una rappresentanza dei due terzi nelle Camere. Da sola sarebbe cioè in grado di cambiare la Carta o eleggere il presidente della Repubblica, finendo per scassare l'equilibrio costituzionale". Uno scenario inquietante. Che dovrebbe consigliare di andare al di là dalle convenienze dei singoli partiti. Ecco perché Andrea Giorgis, responsabile riforme del Pd fra i più vicini a Letta, suggerisce di frenare: "La riflessione deve essere fatta non in termini tattici, ma di modello di sistema parlamentare che si ritiene più adatto al Paese", spiega. "Bisogna ragionare non su cosa è meglio per le forze politiche, ma sul meccanismo istituzionale più capace di far funzionare la democrazia in questa fase". È dento tale prospettiva che va inserita la discussione sulla legge elettorale: "Una discussione alta", conclude Giorgis, "non basata su convenienze contingenti". Perciò, meglio rimandare. "Tanto", vaticina il presidente di Iv Ettore Rosato, "prima dell'elezione del capo dello Stato non se ne farà niente".