È un passaggio storico. Che tocca la storia della società italiana, non solo quella del diritto. Per la prima volta viene imposto un obbligo generalizzato, sul fronte dei vaccini. E viene imposto a carico della popolazione adulta, non dei più piccoli. Loro, si sa, vengono già sottoposti a dieci vaccinazioni obbligatorie. Ma c’è una differenza, e di non poco conto, fra minori e maggiorenni: i primi non possono esercitare le libertà costituzionali, pur essendone in astratto titolari. Non possono, ad esempio, usare la libertà di domicilio, che consiste nella facoltà d’accettare o escludere altri in casa propria. Gli adulti sì, hanno diritti pieni, oltre che pieni doveri. E la prima libertà consiste nel dominio sul proprio corpo, sul proprio essere fisico. Al punto da rendere legittimo il rifiuto dei trattamenti sanitari, come mostra la vicenda dei tanti No Vax che sono morti rifiutando d’essere intubati. Una libertà, e un rifiuto, protetti dall’articolo 32 della Costituzione, in nome del principio d’autodeterminazione, del primato della persona sullo Stato.
Ma l’articolo 32 tutela altresì l’interesse alla salute della collettività, di tutti gli altri. Perché non siamo monadi, viviamo in un gruppo sociale. E siamo dunque responsabili nei confronti della nostra società, oltre che verso noi stessi. Sicché la Carta costituzionale autorizza l’adozione di trattamenti sanitari obbligatori, ma a tre condizioni. In primo luogo, serve una legge, non basta un decreto né tantomeno un dpcm. Oppure serve un atto che ne possieda la medesima forza normativa, come il decreto legge varato ieri dal governo. In secondo luogo, la misura dev’essere proporzionata rispetto alle circostanze, al quadro dei contagi. E questa condizione chiama in causa il ruolo della scienza, la cui voce va ascoltata, benché in uno Stato democratico non spetti alla scienza l’ultima parola. In terzo luogo, l’obbligo è legittimo se appare ragionevole, non discriminatorio. Per farla breve, se la legge obbligasse tutti gli italiani che si chiamano Michele, difficilmente supererebbe il vaglio di costituzionalità della Consulta, anche se lassù nessun giudice si chiama Michele.
C’è però una quarta condizione, che nell’articolo 32 rimane implicita, ma poi neppure troppo. L’obbligo vaccinale postula un atto di responsabilità politica, una decisione di cui la politica risponda agli elettori. Decisione impervia: non a caso la sola Austria, fin qui, l’ha praticata. Ora segue l’Italia, sia pure rispetto a chi ha più di cinquant’anni; e vedremo se il nostro Paese farà proseliti nel campo occidentale. Con il Green Pass è già accaduto. Tuttavia la scelta del governo Draghi non giunge come un fulmine d’estate. È stata preparata a lungo, somministrata per piccole dosi. Prima con l’obbligo circoscritto a medici e infermieri, poi esteso alla scuola, alle forze dell’ordine, al personale delle Rsa. Infine con il Super Green Pass per accedere ai mezzi di trasporto, agli eventi sportivi o culturali, alle piscine e a varie altre attività. Insomma, una tenaglia, stretta lentamente per non soffocare gli italiani. E per abituarli a restrizioni sempre più pressanti, fino a rendere ovvio quest’ultimo passaggio, l’obbligo vaccinale nudo e crudo. Un approccio diverso, una decisione repentina, probabilmente avrebbe innescato tensioni, problemi d’ordine pubblico, ben più di quanto già non sia accaduto.
Ora la decisione è presa, e non conta la graduatoria dei vincenti e dei perdenti fra i molti (troppi?) partiti che sostengono il governo, fra chi chiedeva l’obbligo pure per i neonati e chi l’avrebbe applicato soltanto ai novantenni. Diciamo che ha deciso il presidente del Consiglio, mettiamola così. Oppure diciamo che l’autorità di Mario Draghi ha saputo mediare fra posizioni divergenti, incassando comunque un risultato. Tuttavia la decisione più importante spetta alla società italiana, alla comunità dei cittadini. Perché l’obbligo di vaccinazione esige un atto di fiducia nello Stato, questo Stato che ci appare troppo spesso ostile, o almeno indifferente ai nostri destini individuali. Muove da qui, da questo sentimento che gira poi in risentimento, l’onda emotiva che monta fra i No Vax, lasciando cinque milioni e mezzo d’italiani senza copertura vaccinale. Eppure siamo noi, lo Stato. Lo Stato è il medico che ti cura le ferite in un pronto soccorso pubblico, la maestra che insegna ai tuoi bambini, il poliziotto che fa il turno di notte nelle strade.
Sicché adesso è l’ora della verità, per citare una metafora abusata. Sapremo presto quanto verrà accettata questa nuova coercizione, quante resistenze, quanti consensi. Ma per trasformare l’obbligo in una scelta condivisa, è necessaria una doppia condizione. Da parte dello Stato, mostrarsi almeno nei primi tempi comprensivo, senza agitare troppo il verbale delle multe. Da parte dei cittadini che non l’hanno ancora fatto, ricevere il vaccino come un gesto di solidarietà, come donare il sangue, come aiutare chi è più debole.