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Governo, Draghi in silenzio: pallino ai partiti. Pronto a ricevere i leader a Palazzo Chigi

Mario Draghi 
Il presidente del Consiglio fedele alla linea di restare fuori dai radar. Tutto congelato finché non si capirà il destino del Cavaliere
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Sfinge per necessità, più che per scelta. Mario Draghi osserva le contorsioni dei partiti e non si espone. Fedele alla linea scelta qualche giorno fa, il premier resta fuori dai radar. Non parla, non si mostra. Ogni sillaba, azione o omissione sarebbe utilizzata contro di lui. A dire il vero, non saprebbe neanche cosa dire, in questa fase: il pallino è in mano ai partiti. Anzi, al centrodestra. Di più: è una guerriglia interna a quello schieramento. Finché non si capirà il destino della candidatura di Silvio Berlusconi e la posizione ufficiale dei sovranisti, tutto resterà come congelato. Comprese le ambizioni dell'attuale presidente del Consiglio, che non ha rinunciato all'opzione Colle.

Sfinge per necessità, più che per scelta. Mario Draghi osserva le contorsioni dei partiti e non si espone. Fedele alla linea scelta qualche giorno fa, il premier resta fuori dai radar. Non parla, non si mostra. Ogni sillaba, azione o omissione sarebbe utilizzata contro di lui. A dire il vero, non saprebbe neanche cosa dire, in questa fase: il pallino è in mano ai partiti. Anzi, al centrodestra. Di più: è una guerriglia interna a quello schieramento. Finché non si capirà il destino della candidatura di Silvio Berlusconi e la posizione ufficiale dei sovranisti, tutto resterà come congelato. Comprese le ambizioni dell'attuale presidente del Consiglio, che non ha rinunciato all'opzione Colle.

C'è di più, a sostanziare questa posizione. C'è il fatto che Draghi da un po' di tempo non riceve leader a Palazzo Chigi. E questo non perché, come va dicendo in giro Matteo Salvini, avrebbe rifiutato un incontro (o forse addirittura due) negli ultimi dieci giorni. Ma soltanto perché, appunto, sono gli stessi segretari di partito a non farsi avanti in queste ore reclamando un colloquio formale nella sede del governo. La ragione è banale: non saprebbero cosa dire al premier. Se non sono in grado di chiedergli di restare a Palazzo Chigi fino al 2023 o piuttosto di promettere sostegno per il Quirinale, a cosa mai potrebbe servire un incontro?

Draghi, però, non ha mai rifiutato un colloquio con loro. E non lo farà, se glielo dovessero domandare. Vedrà  Salvini, Giuseppe Conte o chiunque lo vorrà. Ed è probabile che nei prossimi giorni, quando la partita entrerà davvero nel vivo, alcuni dei big inizino ad essere avvistati nella sede dell'esecutivo.

Poi, certo, è utile provare a interpretare la reazione di Draghi di fronte alla mossa di ieri di Salvini, che sembra aver archiviato le speranze di Berlusconi e preteso un rimpasto dopo le presidenziali. Non è un mistero, innanzitutto, che il premier consideri necessaria un'elezione larga del nuovo Presidente della Repubblica, perché la forzatura di una parte nella scelta del Capo dello Stato avrebbe ripercussioni sulla vita del governo.

Già questa posizione sembra circoscrivere il campo a due profili: Draghi medesimo e Sergio Mattarella. Il bis dell'attuale Presidente garantirebbe una navigazione serena al premier per almeno due ragioni: per il rapporto collaudato tra i due e perché terrebbe in piedi lo schema di unità nazionale. Considerando questa premessa, si comprende che l'uscita di scena del Cavaliere - possibilmente non traumatica e anzi concordata con gli alleati - sarebbe interpretata come un passaggio utile ad avvicinare una soluzione. È la ragione per cui il dialogo con Gianni Letta non si è mai interrotto.

 

Ma c'è di più: il leghista pretende un nuovo governo. Anzi, vuole entrarci, probabilmente reclamando per se stesso il ministero dell'Interno. Con Draghi a Palazzo Chigi questo scenario non si verificherà mai. Ma se anche Salvini volesse scambiare il sostegno a Draghi al Colle con il suo ingresso nel nuovo esecutivo, è evidente che la partita si complicherebbe. E complicare la nascita di un altro governo significa minare anche le chance di Draghi per il Quirinale. Sembra un rompicapo. Proprio per questo, almeno fino a mercoledì, il premier non può che restare fedele alla promessa di trasformarsi in una sfinge.