Correre. Mario Draghi vorrebbe fare in fretta. Per schivare il pantano, per non restare bruciato nel duello tra i partiti sul prossimo esecutivo. Fosse per lui, la partita della promozione al Quirinale andrebbe chiusa entro il primo o il secondo scrutinio. E soprattutto, non andrebbe legata ai dettagli del nuovo esecutivo. Certo, nessuno nega che l'ex banchiere farebbe di tutto per scongiurare lo scioglimento delle Camere, una volta salito al Colle, visto che c'è un Pnrr da preservare e una pandemia da affrontare.
E certo, informalmente già suggerisce ai leader di impegnarsi prima di lunedì a proseguire insieme con l'unità nazionale. Ma oltre non si spingerà. Non fornir…
Correre. Mario Draghi vorrebbe fare in fretta. Per schivare il pantano, per non restare bruciato nel duello tra i partiti sul prossimo esecutivo. Fosse per lui, la partita della promozione al Quirinale andrebbe chiusa entro il primo o il secondo scrutinio. E soprattutto, non andrebbe legata ai dettagli del nuovo esecutivo. Certo, nessuno nega che l'ex banchiere farebbe di tutto per scongiurare lo scioglimento delle Camere, una volta salito al Colle, visto che c'è un Pnrr da preservare e una pandemia da affrontare.
E certo, informalmente già suggerisce ai leader di impegnarsi prima di lunedì a proseguire insieme con l'unità nazionale. Ma oltre non si spingerà. Non fornirà garanzie a chi le pretende sui ministeri, perché sarebbe come strapazzare la Costituzione. E il pensiero, inevitabilmente, corre subito alle pretese di Matteo Salvini di tornare al Viminale.
Nessuno vive su Marte. Tutti, in queste ore, trattano su tutto. Lo fa anche Draghi. Nei contatti con i segretari di partito, il capo dell'esecutivo può anche spingersi fino a ragionare dei futuri schemi di governo, ma senza mai superare un limite: quello della Carta. E questo per almeno due ragioni. La prima, come detto, è di ordine costituzionale: un premier in carica che si muove come fosse già al Quirinale strapperebbe con la Costituzione. La seconda, però, è tutta politica: schivare le pretese dei partiti significa anche dribblare le sabbie mobili della battaglia politica di queste ore. Pretendere di chiudere in anticipo l'organigramma del futuro esecutivo significa consegnarsi al massacro.
Il nodo dei nodi si chiama centrodestra: se dal vertice di oggi uscisse la conferma della candidatura del Cavaliere - o di un altro profilo di centrodestra - Pd e Movimento si opporrebbero. "Deve tramontare la loro pretesa di indicare un nome - avverte per il Pd il ministro della Difesa Lorenzo Guerini - perché nessuno schieramento ha i numeri per poterlo avanzare. Serve una soluzione condivisa". Quella di cui, al momento, non c'è traccia.
Anche Draghi lavora a una soluzione condivisa: quella sul suo nome. Per favorirla, continua a tessere la tela. Il primo ostacolo si chiama, come detto, Silvio Berlusconi. Per un giorno intero, Palazzo Chigi attende il passo indietro. A metà giornata, avanza lo spettro che la candidatura di Pier Ferdinando Casini possa essere battezzata dal Cavaliere. Poi, a sera, si teme che il ritiro dell'anziano leader venga posticipato ancora. Si muovono gli ambasciatori.
Gianni Letta prova a rassicurare, "Silvio finirà su Draghi". Ma non basta. Per costruire un'operazione che abbia successo, il premier ha bisogno che l'eventuale svolta del leader azzurro sia accompagnata da un patto con la Lega. Una forzatura a favore dell'ex banchiere irrigidirebbe il leghista, boicottando ogni intesa.
Ma c'è dell'altro, a consigliare velocità. C'è la pretesa di Salvini di tornare al Viminale o, in alternativa, di diventare ministro della Difesa. È una dinamica distruttiva, prima ancora che negoziale. Ma è anche la conferma che il risiko del nuovo esecutivo potrebbe richiedere giorni di mediazioni e di scrutini andati deserti. E se si scavallasse anche la quarta votazione? Il rischio è complicare la candidatura di Draghi, portando verso l'altro scenario possibile: il bis di Sergio Mattarella.
Non è solo la battaglia sui futuri ministri a minare il patto: manca ancora un'intesa sul nome del prossimo premier. Le opzioni in campo, per il momento, appartengono tutte all'attuale esecutivo: Daniele Franco - che però preferirebbe evitare l'amaro calice - Vittorio Colao e Marta Cartabia. Quest'ultima, forse, è la scelta preferita da Draghi, anche perché si tratterebbe della prima donna a Palazzo Chigi. Scegliere un profilo interno al governo come successore di Draghi non basterebbe comunque a limitare il caos del rimpasto.
Anche in questo caso, le ansie delle segreterie e la sensibilità di Draghi sembrano divergere. Fosse per quest'ultimo, la soluzione ideale sarebbe quella di affidarsi allo schema del "governo-fotocopia". Avrebbe il pregio di garantire immediata operatività all'esecutivo, evitando una lunga crisi. Salvini e il Cavaliere, però, preferirebbero entrare personalmente in quello che hanno ribattezzato il "governo dei leader". Ma visto il rapporto più che deteriorato tra gli attuali capi-partito, c'è chi teme già tensioni da bar di Guerre stellari.