ROMA - Le loro voci in Parlamento le hanno ascoltate in pochi. Voci flebili certo, di malati gravissimi, eppure le loro parole, terribili, "sofferenza disumana", "vita insostenibile" avrebbero dovuto smuovere più di una coscienza. Invece, alla luce del nuovo rinvio della discussione sulla legge sul suicidio assistito, per Mario e Antonio, nomi di fantasia, entrambi gravemente disabili e immobilizzati a letto, l’unica strada possibile continuerà ad essere quella giudiziaria. Così come è accaduto e continua ad accadere per molti diritti civili.
Assistiti dai legali dell’Associazione Luca Coscioni, Mario, 44 anni, camionista, poi Antonio, 43 anni, commerciante, tutti e due marchigiani, si sono rivolti all’Asur (Agenzia sanitaria unica regionale) per chiedere di poter morire con il suicidio assistito, così come previsto dalla sentenza della Corte Costituzionale del 2019, nel caso di Dj Fabo. Sentenza che assolveva Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Coscioni, dall’accusa di istigazione al suicidio per aver accompagnato Fabiano Antoniani a morire in Svizzera, “Dj Fabo”, famoso disc-jokey e musicista, cieco e tetraplegico dopo un terribile incidente stradale.
La Consulta dichiarava “non punibile” (dunque applicabile) l’aiuto al suicidio in determinate circostanze: essere affetti da una patologia irreversibile, vivere una condizione di sofferenza insopportabile, dipendenti da sostegni vitali, essere pienamente lucidi e consapevoli. Ed è da queste premesse che Mario, appassionato di moto, allegro, pieno amici, di corsa su e giù per l’Italia, prima che dieci anni fa un incidente lo lasciasse paralizzato in un letto, è partito per chiedere il suicidio assistito nel nostro paese, anziché in Svizzera dove era pronto ad andare. E Mario, dopo una tenace battaglia degli avvocati dell’Associazione Coscioni, dopo aver lanciato disperati appelli sulla disumanità della sua condizione, ha ottenuto nel novembre dello scorso anno, il via libera dal Comitato Etico dell’Asur Marche per poter morire con l’autosomministrazione di un farmaco letale.
Una sentenza storica, anche se adesso l’iter si è fermato proprio sulla scelta del farmaco, in un rimpallo di responsabilità su quale tra vari organismi sanitari. Mario dal suo letto di dolore ha quindi denunciato l’Asur Marche per il reato di tortura. Il caso di Mario ha però aperto un varco fondamentale, che ci porterà probabilmente a veder attuato il primo suicidio assistito in Italia grazie alla via giudiziaria e non a quella legislativa. Sempre nelle Marche c’è un altro malato, Antonio, di 44 anni, tetraplegico dopo uno schianto con la moto. "Era il 14 giugno del 2014 - ci aveva raccontato - se allora, all’inizio, quell’esistenza mi sembrava possibile, oggi la mia condizione è diventata insopportabile".
Antonio, anche lui assistito dall’avvocata Filomena Gallo e dal collegio legale dell’Associazione Coscioni, ha deciso di seguire lo stesso percorso di Mario, invece di andare in Svizzera. Raccontava Antonio: "Oggi la mia condizione è insopportabile. Devo chiedere aiuto per qualsiasi cosa, da un semplice bicchiere d’acqua al vestirmi. Questa è la cosa che mi fa più male: non essere più autonomo, io che ero una persona libera"».
Otto giorni fa il tribunale di Ancona, dopo un’attesa di 15 mesi, con una sentenza ha obbligato l’Asur Marche (che rifiutava di farlo) ad inviare una équipe medica che dovrà verificare se la condizione di Antonio, come già accertato per Mario, rientra nei parametri stabiliti dalla Consulta per effettuare il suicidio assistito. Dunque mentre il Parlamento si ritrova prigioniero delle Destre, due sentenze in pochi mesi aprono di fatto la strada al suicidio assistito nel nostro paese.