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M5S al voto su Conte: “Con me diremo no a più spesa militare”. Maggioranza in tilt

Giuseppe Conte (ansa)
Al Senato si media sugli odg, ma il governo non esclude la fiducia al decreto. Letta: “Le armi fanno vivere la pace”. Salvini: “No, i leader ne parlano troppo”
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ROMA - "Se mi votate, sarò il presidente di un Movimento che dice no a un aumento massiccio delle spese militari, ma diremo sì a un investimento shock sulle rinnovabili". È il passaggio clou del comizio virtuale con cui Giuseppe Conte ha chiuso la campagna per le presidenziali grilline in cui corre da solo, senza altri competitor. Un breve video postato sui social per ribadire la sua netta contrarietà all’ordine del giorno, già passato alla Camera e ora atteso al vaglio del Senato, che impegna il governo a incrementare i fondi per la Difesa fino al 2% del Pil entro il 2024. Così come stabilito negli accordi sottoscritti dall’Italia in sede Nato, poi confermati dallo stesso Conte quand’era premier.

ROMA - "Se mi votate, sarò il presidente di un Movimento che dice no a un aumento massiccio delle spese militari, ma diremo sì a un investimento shock sulle rinnovabili". È il passaggio clou del comizio virtuale con cui Giuseppe Conte ha chiuso la campagna per le presidenziali grilline in cui corre da solo, senza altri competitor. Un breve video postato sui social per ribadire la sua netta contrarietà all’ordine del giorno, già passato alla Camera e ora atteso al vaglio del Senato, che impegna il governo a incrementare i fondi per la Difesa fino al 2% del Pil entro il 2024. Così come stabilito negli accordi sottoscritti dall’Italia in sede Nato, poi confermati dallo stesso Conte quand’era premier.


Chiara la strategia. Mettere in competizione armi e bollette, come se le due cose fossero comparabili, per vincere la sfida del quorum. È questa la sua preoccupazione, adesso: uscire ammaccato da una consultazione online che, se poco partecipata, gli consegnerebbe uno scettro ammaccato. E infatti: "Non mi interessa prendere il 50,1% dei voti", dà voce all’ansia l’avvocato pugliese. "Anzi, vi dico che se il risultato fosse così risicato, lascerei il Movimento che ha bisogno di una leadership forte. Ma in caso di una riconferma decisa, le cose cambieranno", minaccia.

Promettendo purghe attraverso il pizzino diffuso subito dopo da anonime fonti interne: "I parlamentari 5S sono stanchi di una piccola minoranza che crea spaccature". Messaggio diretto anche a Luigi Di Maio, schierato con Draghi contro la linea giudicata "inaccettabile" del suo capo politico. Entrambi attaccati, il premier e il ministro degli Esteri, anche da Salvini, a conferma di una ritrovata sintonia con Conte tutt’altro che casuale: "Ci sono uomini di Stato di governo che parlano con troppa facilità di armi, bombe e missili".


Un bel guaio per il governo, impegnato da giorni a dribblare gli scogli di un altro voto, ben più importante, in Senato sul decreto Ucraina. Al quale Fdi ha agganciato un ordine del giorno sull’aumento della spesa bellica che ricalca il dispositivo già approvato a Montecitorio. Martedì toccherà alla commissione Esteri esprimersi, mercoledì o giovedì all’Aula. La scintilla che rischia di incendiare l’unità nazionale, nonostante l’acqua sul fuoco gettata a secchiate dal Pd. Se anche il M5S dicesse no o si astenesse, spiega difatti Piero Fassino, "la maggioranza c’è lo stesso. La sua esistenza non può dipendere da ogni voto, dobbiamo liberarci da questa sindrome". Un ragionamento basato sui numeri, dal momento che Lega ha già dichiarato, sebbene obtorto collo, il suo sì.

Con Enrico Letta che, in forte imbarazzo per le posizioni dell’alleato grillino, nel 15esimo anniversario della morte di Beniamino Andreatta cita un brano del discorso tenuto dal suo “maestro” alla Camera nel ‘95: "Non vi è prospettiva di un mondo più civile se le potenze sfuggono le responsabilità, se la sicurezza collettiva non trova armi e soldati per far vivere sul campo la pace".


Il vertice di maggioranza chiamato a sbrogliare la matassa si terrà domani sera con il ministro D’Incà e il sottosegretario Amendola. È lì che si cercherà di individuare la soluzione in grado di scongiurare l’incidente parlamentare e una figuraccia internazionale. Tre le strade possibili. La prima è mettere la fiducia sul decreto, che farebbe decadere all’istante tutti gli ordini del giorno. Anche se suonerebbe strano, visto che alla Camera non è stata posta.

La seconda è la più complicata: raggiungere un’intesa su un nuovo odg, che superi il testo proposto da Isabella Rauti e accontenti tutta la maggioranza. Ma, a giudicare dal muro alzato dal M5S, sembra improbabile. La terza via è che il governo faccia proprio l’odg di Fdi, chiedendo però che non venga votato. Se chi lo ha presentato accettasse, passerebbe senza terremotare l’esecutivo. Proprio ciò che a sorpresa il partito di Giorgia Meloni pare voler fare. "A noi importa la sostanza, non le battaglie per alzare una bandiera: ribadire l’impegno ad aumentare gradualmente i fondi per la Difesa", spiega Ignazio La Russa."Detto che sarà il gruppo a decidere, per quanto mi riguarda se il nostro odg venisse interamente recepito non avremmo alcun interesse a metterlo ai voti".