Politica

Draghi sulle riforme minaccia la fiducia: pronti alla conta

Il premier Mario Draghi
Il premier Mario Draghi (ansa)

"In un momento drammatico come questo serve unità". I sospetti sulle mosse di Salvini e Conte che potrebbero sganciarsi dalla maggioranza

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ROMA - La cabina di regia volge al termine. Il Def è già un capitolo risolto. Arrivano le spine. Il 5S Stefano Patuanelli ricorda che il Movimento vuole modificare la riforma del Csm, il leghista Giancarlo Giorgetti ribadisce la contrarietà di Matteo Salvini all'accordo sulla delega fiscale. Il premier sceglie un tono istituzionale, a cui seguono però concetti talmente dritti da apparire brutali: "È chiaro a tutti che è di fondamentale importanza mostrarci uniti in un contesto internazionale così drammatico? Che è necessario mandare al Paese un messaggio di fiducia?". Il presidente del Consiglio è stufo dei continui sgambetti del Movimento e della Lega, anche se deve evitare di minacciare strappi: i mercati reagirebbero male, malissimo. E quindi si appella al buon senso, mentre si addensano cattivi pensieri: "Non si possono mettere in discussione accordi sul fisco presi in consiglio dei ministri - scandisce nel chiuso di Palazzo Chigi - né immaginare sulla giustizia soluzioni poco praticabili dal punto di vista costituzionale. Queste riforme vanno approvate al più presto". Se serve, mettendo la fiducia. Se necessario, "contandosi". In commissione come in Aula.

Un passo indietro, al mattino. Dal Parlamento si levano voci di crisi sulla delega fiscale. Sui social i leghisti insistono, contestando - unici in Occidente - la decisione di espellere le spie russe dall'Italia. E poi ci sono i 5S, che hanno aperto il fronte della riforma della giustizia. Draghi, a dire il vero, non ha ancora capito quale sia l'obiettivo finale di questi sgambetti reiterati. I sospetti però prendono forza: una crisi di governo provocata dai due leader gialloverdi per ottenere elezioni a giugno? Un "nuovo ordine" geopolitico in cui l'Italia si smarca dall'atlantismo spinto del premier, tornando a flirtare con la Russia di Putin? L'ex banchiere, come detto, è ancora privo di risposte e ritiene doveroso mostrare al Paese compattezza, parente stretta della stabilità, unico salvagente di fronte alle onde grosse della crisi. "Una cosa fondamentale - ripete tre volte - è il messaggio che l'esecutivo e la maggioranza devono dare in termini di fiducia. Fra la riaffermazione dei vari partiti e l'unità di intenti, sono sicuro che i cittadini scelgono la seconda". Dietro ragionamenti sul velluto, insomma, il premier avvisa i naviganti: chi si smarca, lo fa contro l'interesse generale, perché in tempi di guerra ogni strappo espone l'Italia sui mercati. "Ho molta fiducia nella capacità delle forze di maggioranza di capire la drammaticità della situazione - avverte, ed è chiaro che teme uno scenario opposto - quindi alla fine credo prevarrà lo spirito costruttivo". Lo spiega anche a cinquestelle e Carroccio durante la cabina di regia, quando tornano a reclamare uno scostamento di bilancio: "Non è la parola magica che risolve tutto. Anzi, rischia di orientare negativamente i mercati, con l'effetto di far salire lo spread e i tassi d'interesse. Si può fare, se necessario, ma non è la nostra prima scelta".

Rimettere a posto le ambizioni di smarcamento - e valorizzare la responsabilità del Pd di Enrico Letta e della sinistra di Roberto Speranza - significa provare a blindare una riforma come quella fiscale, su cui Lega e Forza Italia chiedono di sancire un principio inaccettabile per Palazzo Chigi: il parere in commissione deve essere vincolante. Draghi non ci sta, "altrimenti che delega è?". E per chiarire che non arretrerà, semmai si conterà, aggiunge: "Non è la prima volta che la Lega si oppone. In commissione ci sono stati dei voti e abbiamo vinto, speriamo di vincere ancora". E ancora: "Mettere la fiducia? Stiamo considerando tutte le possibilità". Sulla riforma del Csm, invece, vorrebbe evitare di usare la stessa arma. "Ho promesso di non metterla, vorrei mantenere fede all'impegno. Spero che le forze politiche lo prendano come un segnale di democrazia, mostrandosi collaborative". Anche la tempistica pesa molto. Vale sulle riforme e vale anche sul Def, che va chiuso entro il 20 aprile, perché fuori il mondo non attende: "La situazione continua a deteriorarsi, bisogna fare il prima possibile". È una richiesta d'unità, in un momento così delicato, che anche il Colle ripete in queste ore a tutti gli interlocutori.

 

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