Di Maio: "Petrocelli si dimetta". Senato al lavoro su 4 scenari per rimuoverlo
di Giovanna Vitale , di Giovanna VitaleDoveva essere il giorno del redde rationem per Vito Petrocelli, il presidente M5S della Commissione Esteri che con le sue sparate pro-Putin ha finito per inimicarsi l'intero arco costituzionale. Nulla di fatto in Giunta per il regolamento del Senato: l'organismo presieduto da Elisabetta Casellati resta in stand-by sulla vicenda (rinviata al 3 maggio alle 16), anche in attesa delle mosse del M5S, dopo l'espulsione dal movimento avviata dal presidente Giuseppe Conte.
Oggi anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, da Strasburgo ne ha chiesto le dimissioni: "Petrocelli si dimetta da presidente della commissione". A far traboccare il vaso, il tweet pubblicato alla vigilia del 25 Aprile con cui ha augurato "buona festa della LiberaZione" utilizzando la Z simbolo dell'esercito d'invasione russo. Ieri tutti i partiti ne hanno invocato la rimozione, d'accordo nel chiedere un incontro urgente alla presidente del Senato affinché si attivi p…
Doveva essere il giorno del redde rationem per Vito Petrocelli, il presidente M5S della Commissione Esteri che con le sue sparate pro-Putin ha finito per inimicarsi l'intero arco costituzionale. Nulla di fatto in Giunta per il regolamento del Senato: l'organismo presieduto da Elisabetta Casellati resta in stand-by sulla vicenda (rinviata al 3 maggio alle 16), anche in attesa delle mosse del M5S, dopo l'espulsione dal movimento avviata dal presidente Giuseppe Conte.
Oggi anche il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, da Strasburgo ne ha chiesto le dimissioni: "Petrocelli si dimetta da presidente della commissione". A far traboccare il vaso, il tweet pubblicato alla vigilia del 25 Aprile con cui ha augurato "buona festa della LiberaZione" utilizzando la Z simbolo dell'esercito d'invasione russo. Ieri tutti i partiti ne hanno invocato la rimozione, d'accordo nel chiedere un incontro urgente alla presidente del Senato affinché si attivi per risolvere il rebus. A norma di regolamento, infatti, mandarlo via è quasi impossibile: oltre al fatto che "il compagno Petrov" s'è imbullonato alla poltrona e non ha alcuna intenzione di dimettersi, per il presidente non è previsto l'istituto della sfiducia.
Quattro scenari
All'ora di pranzo, i capigruppo della Esteri sono andati dalla Casellati per notificarle che i lavori sono bloccati e non riprenderanno finché la Commissione non verrà liberata dall'ingombrante presenza, pronti ad abbandonare in massa qualora l'impasse dovesse protrarsi. Alle 18 si è riunita la Giunta per il regolamento, convocata per esaminare il caso poi rinviato "a martedì 3 maggio alle 16. Si è aperta la discussione", come ha fatto sapere Roberto Calderoli, vicepresidente del Senato. L'obiettivo: individuare la strada migliore per destituire il senatore filorusso. Quattro quelle possibili, tutte però sul filo della praticabilità: per assenza di precedenti specifici o perché non previste dalle norme sul funzionamento degli organismi parlamentari. Vediamo quali sono.
La sostituzione
La prima, più volte sollecitata dal Pd, è che la capogruppo dei Cinquestelle Mariolina Castellone decida d'imperio di trasferire Petrocelli altrove e di mettere al suo posto un altro senatore del Movimento. Ipotesi sulla quale pesano però i "dubbi di legittimità" dei grillini. Se difatti la sostituzione è contemplata dal regolamento per i singoli membri di commissione, per il presidente il discorso sarebbe diverso: in quanto "eletto da tutti i partiti, è titolare di una carica indipendente" che lo sottrarrebbe alla discrezionalità del gruppo d'appartenenza. Anche se c'è chi ricorda che "durante la XIII legislatura, il senatore Renzo Gruber fu rimosso dal suo gruppo e spostato in un'altra Commissione, facendolo in tal modo decadere automaticamente dalla sua carica elettiva di vicepresidente".
Lo scioglimento della commissione
Il precedente risale a 14 anni fa, quando Riccardo Villari venne insediato alla guida della Vigilanza Rai con i voti del centrodestra: il Pd, che era il suo partito, lo espulse e alla fine tutti i commissari si dimisero in blocco, obbligando gli allora presidenti di Camera e Senato a decretare la fine della Commissione causa "paralisi oggettiva e irreversibile". Allora, però, si trattava di una Bicamerale che per regolamento può essere sciolta, mentre quelle permanenti come la Esteri non possono. A meno di forzare la mano per cambiare una prassi che rende di fatto inamovibili i presidenti degli organismi ordinari ma non quelli degli organismi di controllo.
Modifica del regolamento
È la possibilità che taglierebbe la testa al toro se solo la presidente Casellati fosse disponibile (come invece non pare). Ossia apportare in Giunta una modifica al regolamento del Senato per introdurre la sfiducia del presidente di Commissione. L'idea che si sta facendo largo è prevedere una maggioranza qualificata, pari o superiore ai due terzi dei componenti, così da mettere al riparo la carica elettiva da blitz o ritorsioni della maggioranza parlamentare. Ma appunto, sembra che l'inquilina di Palazzo Madama sia piuttosto freddina.
Trasferimento per sovrannumero
L'ultima strada è strettamente legata all'espulsione di Petrocelli dal gruppo del M5S. Una volta completata la procedura, che Giuseppe Conte ha assicurato avverrà a brevissimo, il presidente della Esteri finirà nel Misto. A quel punto la capogruppo Loredana De Petris, verificando che nella commissione in questione ci sono già due rappresentanti del suo gruppo, potrebbe notificare al "compagni Petrov" il trasferimento d'ufficio ad altra Commissione per sovrannumero. Ma anche qui, però: il rischio di ricorsi è altissimo. Esattamente quante le chance di perderlo.