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La lettera di Zuppi per la festa della Repubblica: "Inaccettabile che si muoia ancora di lavoro"

La lettera di Zuppi per la festa della Repubblica: "Inaccettabile che si muoia ancora di lavoro"
(eikon)
Il nuovo capo dei vescovi scrive su Avvenire e fa l'elogio dei mestieri "umili"
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"Il filo che tiene insieme il vestito: la capacità del sarto è proprio quella di non farlo vedere, ma il filo è necessario perché i pezzi di stoffa si reggano insieme". Matteo Maria Zuppi ha scelto le parole della mistica francese Madeleine Delbrel per ringraziare l'attività invisibile di chi ogni giorno lavora nelle istituzioni. Il presidente dei vescovi italiani, eletto solo da pochi giorni, con una lettera pubblicata su Avvenire ha voluto celebrare la Festa della Repubblica rivolgendosi a chi "opera negli uffici, nelle aule di università o delle scuole, in quelle di un tribunale o nelle stanze dove si difende la sicurezza delle persone, nelle corsie dove si cura o nel front office di un sportello, nei lavoratori o lungo le strade per renderle belle e proprie, nei ministeri o in qualche ufficio isolato dove non lo nota nessuno, nei cortili delle caserme o nei bracci delle carceri". Un lungo elogio e ringraziamento a chi lavora nello Stato. Per lo Stato. "Le istituzioni della nostra casa comune", scrive Zuppi che aggiunge: "Istintivamente le darei del tu, ma preferisco cominciare dal Lei per il grande rispetto che nutro".

Rimanendo alla metafora della Delbrel, il filo invisibile che tiene insieme la lettera di Zuppi è il welfare, "il modo in cui la vita quotidiana diventa bella e non antipatica, troppo dure da vivere". Ed il cuore del documento è una delle emergenze più insopportabili del nostro Paese: "Non possiamo più accettare - scrive il presidente della Cei - eppure succede ancora spesso, che il luogo di lavoro, che è per la vita, diventa invece un luogo di morte. Penso a chi non è più tornato a casa e alle mogli e ai figli che hanno aspettato invano i propri cari: questo mi addolora, mi commuove e non smetto di chiedere condizioni di lavoro sicure per tutti. Vorrei un lavoro sempre meno a tempo determinato e più stabile, perché deve contenere il futuro: per sè, per la propria famiglia, per i figli, sì, per i figli. Senza figli per chi si lavora? - si domanda Zuppi - Vorrei, poi, che il lavoro fosse lavoro buono e non solo lavoro: che i lavoratori fossero sempre messi in regola e che nessuno sia più sfruttato. Possibile che oggi cè ancora chi non mette le persone in regola?".

E poi il riferimento all'umiltà: "Spesso sono proprio i lavori meno considerati e giudicati 'umili' che servono di più. Tutti servono! Ogni lavoro deve essere fatto con umiltà per poter essere contenti, perché serva agli altri e non alla nostra affermazione personale". Gli umili non si stancano, scrive Zuppi, non diventano presuntuosi e intrattabili, non agiscono per interesse ma perché quello che svolgono è un servizio e lo fanno "anche quando non conviene ma conviene a chi l'ha chiesto". E sulla necessità di questa postura il presidente dei vescovi italiani cita Dietrich Bonhoeffer, morto per mano dei nazisti: "Bisogna passare dalla fretta alla calma e al silenzio, dalla dispersione al raccoglimento, dalla sensazione alla riflessione, dal virtuosismo all'arte, dallo snobismo alla modestia, dall'esagerazione alla misura".

Infine un accenno ai temi dei tempi di guerra che stiamo attraversando: "La pace non è mai scontata e bisogna lavorare tanto perché la nostra casa accolga tutti, insegni a stare insieme tra diversi, lotti contro ogni ingiustizia, difenda i diritti di ciascuno e non metta mai in discussione la persona. Ascoltiamo con l'orecchio del cuore e aggiustiamo quello che non funziona".

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