Piero Grasso: "Messina Denaro protetto dalla gente che faceva affari grazie a lui"
di Liana Milella , di Liana Milella"Una grande emozione e un grande successo dello Stato". Dice così Piero Grasso, ex pm a Palermo, ex procuratore della stessa città, e poi procuratore nazionale antimafia, prima di diventare senatore e presidente dello stesso Senato.
Preso Matteo Messina Denaro, mi dica subito cos'ha provato sul piano personale?
"Una grande emozione, paragonabile a quella del momento in cui ho ricevuto la telefonata che cominciava con un "preso" e mi annunciava l'arresto di Bernando Provenzano. Eravamo nel 2006 ed ero stato nominato da poco procuratore nazionale antimafia. Andai subito a Palermo, negli uffici della squadra mobile, per capire se aveva intenzione di collaborare".
Aveva mai visto Messina Denaro quando era giovane e non era ancora un boss?
"No, non l'ho mai incontrato perché è sempre stato latitante. Mi sarebbe piaciuto interrogarlo quando facevo le indagini sulle stragi assie…
"Una grande emozione e un grande successo dello Stato". Dice così Piero Grasso, ex pm a Palermo, ex procuratore della stessa città, e poi procuratore nazionale antimafia, prima di diventare senatore e presidente dello stesso Senato.
Preso Matteo Messina Denaro, mi dica subito cos'ha provato sul piano personale?
"Una grande emozione, paragonabile a quella del momento in cui ho ricevuto la telefonata che cominciava con un "preso" e mi annunciava l'arresto di Bernando Provenzano. Eravamo nel 2006 ed ero stato nominato da poco procuratore nazionale antimafia. Andai subito a Palermo, negli uffici della squadra mobile, per capire se aveva intenzione di collaborare".
Aveva mai visto Messina Denaro quando era giovane e non era ancora un boss?
"No, non l'ho mai incontrato perché è sempre stato latitante. Mi sarebbe piaciuto interrogarlo quando facevo le indagini sulle stragi assieme a Gabriele Chelazzi. Dalla Procura nazionale antimafia abbiamo cercato di coordinare le indagini per la sua cattura".
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Lei ha interrogato moltissimi pentiti. Come lo descrivevano?
"Dalle loro testimonianze veniva fuori una personalità assolutamente superiore alla media. Era stato lui a proporre i beni artistici come obiettivo da colpire per le stragi del 1993, perché era più acculturato rispetto a Riina e ad altri. Aveva una formazione superiore rispetto a quelle degli altri boss. Con Bagarella e Brusca è stato tra gli ideatori delle stragi di Roma, Firenze e Milano, dopo essere stato tra i protagonisti di quelle del 1992. Faceva parte del commando, con Sinacori e Graviano, che proprio nel febbraio di quell'anno doveva uccidere Falcone a Roma. Poi furono chiamati da Riina che disse che aveva trovato di meglio...".
Come lo descrivevano i collaboratori sul piano personale?
"Come una persona molto amata perché era considerato un benefattore nei territori in cui lo conoscevano. Si faceva ben volere e questo spiega i trent'anni di latitanza con la copertura di chi aveva cointeressenze in affari con lui, che aveva quindi tutto l'interesse a coprirne la latitanza. Dopo l'arresto di Provenzano si era pensato che fosse diventato lui il capo di Cosa nostra. Invece pare proprio che questo non fosse avvenuto per sua scelta, perché voleva restare nel suo territorio e gestire gli affari e avere così una maggiore protezione che poteva trovare invece delle falle se si fosse occupato di tutta la Sicilia".
Arrestato in piena Palermo, in una clinica privata famosa, mentre è al top dell'elenco dei latitanti e il ministro dell'Interno si augura di intestarsi la sua cattura. Non le sembra singolare?
"Si sapeva da alcune fonti che era ammalato e aveva bisogno di cure. Per questo si è ristretta la ricerca su dove potesse avere assistenza".
La clinica in cui è stato arrestato è molto nota a Palermo.
"Certo che lo è, ma se uno si presenta con un nome falso e con l'aspetto che abbiamo visto non è facile scoprire chi si ha di fronte. Ma va valutata l'ipotesi - e si saprà dalle indagini - se Messina Denaro abbia avuto dei favoreggiatori dentro la clinica e anche dei traditori, qualcuno che lo ha venduto".
La gente al suo arresto applaude. Proprio come dopo l'arresto di Riina e Provenzano. Solo folklore?
"No, non è affatto così. Quegli applausi testimoniano invece la voglia di riscatto dei siciliani, la voglia di liberarsi dallo strapotere di una mafia considerata invincibile. Ma oggi sappiamo che avendo pazienza e facendo indagini la giustizia arriva".
Trent'anni per prendere un latitante non sono troppi?
"Possono non esserlo con una rete di protezione come la sua, o come quella di Provenzano, 43 anni latitante, o di Riina, che è rimasto libero per una ventina. I latitanti sono protetti davvero, cambiano nome e sembianze, il posto più sicuro per loro è tra le persone con cui fanno affari, che usano il loro nome e quindi hanno tutto l'interesse a proteggerli".
Che cosa significa, adesso, questo arresto e che conseguenze può avere sull'assetto di potere di Cosa nostra?
"Intanto l'arresto comunica il messaggio che non esiste l'impunità o l'invincibilità di chi chi si vuole sottrarre alle proprie responsabilità. Oltre agli uomini delle istituzioni, la mafia ha ucciso anche persone innocenti, bambini di pochi mesi, come nella strage di Firenze...".
Quindi uno scontato e ovvio effetto positivo?
"Certo, ma non dobbiamo pensare che, arrestato Messina Denaro, si chiude il capitolo mafia. Sarebbe un errore, perché la mafia esiste sempre, anche se ormai è ritornata all'antico, cerca di utilizzare le istituzioni e le burocrazie per avere vantaggi e profitti, cioè il fine principale che da sempre insegue Cosa nostra, attraverso la minaccia o il consenso, coinvolgendo persone al di fuori della famiglia mafiosa. Questo è il grande potere della mafia. Come diceva Falcone, se la mafia fosse solo un fenomeno criminale l'avremmo già distrutto con le operazioni di polizia, invece sono proprio gli interessi convergenti che riescono a farla sopravvivere".
Lo prendono i carabinieri del Ros, un riscatto dopo il processo Trattativa Stato mafia e le polemiche durissime dopo l'arresto di Riina?
"Veramente bisogna sempre giudicare sui fatti e sulle operazioni svolte. Non c'era bisogno di un riscatto del Ros. Certo, c'è stato un momento di comprensibile stupore dopo la mancata perquisizione del covo di Riina, ma le strutture dei carabinieri hanno proseguito nella loro azione senza tener conto delle passate polemiche e hanno coronato oggi il successo. Io stesso ho subito inviato un messaggio di congratulazioni al comandate generale dell'Arma".