Letta, ultimo atto da segretario all’ambasciata ucraina “È questa l’eredità che lascio al Pd”
di Giovanna Vitale , di Giovanna VitaleROMA - "La mattina di un anno fa ci siamo svegliati e l’invasore era entrato in Ucraina portando morte e distruzione". Cita volutamente Bella ciao, il canto della Resistenza, Enrico Letta: venuto in visita all’ambasciata di Kiev per testimoniare, nel primo anniversario del conflitto, tutta la vicinanza sua e del Pd al Paese assediato dai russi. Sono trascorsi dodici mesi esatti dall’inizio della guerra scatenata da Putin e lui — che fin da quell’alba di sangue ha scelto da che parte stare, senza tentennamenti, forse il più granitico fra i leader politici italiani — non poteva che celebrare qui il suo ultimo atto da segretario: è il lascito per chi verrà dopo, l’eredità forse più preziosa da affidare al nuovo capo di un partito che mai come adesso rischia di non sopravvivere a sé stesso, alle molteplici sconfitte elettorali, alle faide interne, agli attacchi degli ex alleati.
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ROMA - "La mattina di un anno fa ci siamo svegliati e l’invasore era entrato in Ucraina portando morte e distruzione". Cita volutamente Bella ciao, il canto della Resistenza, Enrico Letta: venuto in visita all’ambasciata di Kiev per testimoniare, nel primo anniversario del conflitto, tutta la vicinanza sua e del Pd al Paese assediato dai russi. Sono trascorsi dodici mesi esatti dall’inizio della guerra scatenata da Putin e lui — che fin da quell’alba di sangue ha scelto da che parte stare, senza tentennamenti, forse il più granitico fra i leader politici italiani — non poteva che celebrare qui il suo ultimo atto da segretario: è il lascito per chi verrà dopo, l’eredità forse più preziosa da affidare al nuovo capo di un partito che mai come adesso rischia di non sopravvivere a sé stesso, alle molteplici sconfitte elettorali, alle faide interne, agli attacchi degli ex alleati.
"Sin dal primo giorno siamo stati con la resistenza del popolo ucraino: il Pd è coerente, è nel suo Dna la difesa di chi è aggredito", rivendica arrivando davanti alla palazzina ottocentesca a due passi da Villa Borghese, insieme a una delegazione di parlamentari dem. "E continueremo a esserlo in nome dei valori di libertà e giustizia", è il monito indirizzato al successore. Sa di aver pagato un prezzo molto alto alla fedeltà unionista e atlantica, mai rinnegate.
Ha vissuto come un’offesa — lui, fedele praticante — gli insulti di una parte del mondo cattolico e pacifista, oltre che di pezzi della sinistra, per il sostegno anche militare a Zelensky. E però non ha nulla da rimproverarsi, anzi. "Vogliamo arrivare al cessate il fuoco, ma per far questo l’Ucraina deve potersi difendere" insiste Letta. Convinto che se la sua esperienza al Nazareno verrà ricordata, sarà per la fermezza mostrata contro il tentativo di annessione russa dell’Ucraina. "Rifarei tutto e sono orgoglioso di aver portato il Pd in prima linea a fianco di un popolo oppresso", riflette con i suoi prima di stringere la mano all’ambasciatore Yaroslav Melnyk, che li accoglie nel salottino al piano ammezzato, il tricolore e il vessillo gialloblu affiancati in un abbraccio ideale.
"Mi ricordo quando venni qui, il giorno dopo l’invasione, era tutto buio, un’atmosfera terribile", rabbrividisce il leader uscente. Istantanea del biennio trascorso alla guida del Pd, da conservare nel suo personale memoir a cavallo tra due catastrofi: la pandemia e la guerra. Iniziati fra grandi speranze ma finiti malissimo: "Amarezze e ingratitudini le tengo per me", si sfogò Letta nel suo ultimo discorso in Assemblea. Prima la chiamata inattesa, in questi stessi giorni di febbraio del ‘21, al capezzale di un partito tramortito dalle improvvise dimissioni di Nicola Zingaretti. Il ritorno dall’esilio parigino e, subito, la prospettiva di una pacificazione fra le correnti che sul suo nome avevano smesso di combattersi. Quindi il trionfo alle amministrative: da Torino a Napoli, passando per Roma. E la difficile partita del Quirinale coronata con la conferma di Mattarella. Un’infilata di successi che prefiguravano un futuro radioso.
Fino alla caduta del governo Draghi, su cui il segretario dem aveva puntato tutto, per mano dell’alleato grillino che lui non era riuscito a fermare. Da lì, il baratro. Lo strappo con i 5Stelle di Conte. I rigurgiti correntizi tornati prepotenti. Il centrosinistra che si spappola alla vigilia delle Politiche, andando incontro a sconfitta certa.
Eppure, guardando indietro, Letta non vede solo macerie. Se oggi sul conflitto in Ucraina si intravede qualche spiraglio, "la mediazione cinese è un passo avanti", è anche perché a Occidente ci sono stati governi — come quello presieduto dall’ex banchiere centrale, il suo Pd a far da architrave — che hanno tenuto il punto e ribadito il diritto di Kiev a rispondere con le armi. «"Noi siamo stati i primi a schierarci con il vostro popolo", dice il leader dem all’ambasciatore ucraino. E se pure nel frattempo "l’esecutivo è cambiato e io non sarò più segretario, garantisco che non ci sarà discontinuità: questa linea proseguirà dopo di me", giura solenne al capo della diplomazia ucraina.
Che, commosso, ringrazia: "Voi ci avete sempre espresso solidarietà", riconosce Melnyk. "Ricordo ancora la grande manifestazione di Firenze con 100mila persone, spero che continueremo a collaborare". Letta sorride: "Fu la prima volta in cui Zelensky parlò agli italiani. Il Pd c’è e sarà sempre al vostro fianco".
L’incontro è finito, giusto il tempo per le foto di rito e Letta — scortato da Debora Serracchiani, Anna Ascani, Enzo Amendola, Enrico Borghi e Stefano Graziano — s’infila in auto. Inseguito però da una preoccupazione: "Le contraddizioni nella maggioranza su Kiev sono evidenti. E le parole di Berlusconi si commentano da sole". Perciò "penso che l’Italia debba essere più unita nel sostegno all’Ucraina contro l’invasore russo", avverte a sera, alla fiaccolata davanti all’ambasciata ex sovietica. E non smetterà di ripeterlo neppure quando, "da lunedì, tornerò alla mia vita di semplice parlamentare". Almeno per adesso, poi chissà.
Magari arriverà un’altra chiamata: dall’Europa o da Oltreaceano. E forse, stavolta, l’uscente se l’aspetta.