Rai, via al valzer delle poltrone. Sergio e Rossi protagonisti dello spoils system meloniano
di Giovanna VitaleROMA - E adesso comincia il bello. O, come dicono in Rai, il ballo: delle poltrone. Il passo indietro di Carlo Fuortes costringe infatti i litigiosissimi leader del centrodestra a (ri)sedersi intorno a un tavolo per definire gli assetti di Tele-Meloni, com’è stata già ribattezzata l’emittente di Stato nell’era dei Fratelli al potere. Obiettivo: rivedere le ipotesi di organigramma che circolano da mesi, lasciati però a decantare fin quando le dimissioni dell’ad non fossero state ratificate. Ora che tutto è avvenuto, torna dunque in auge l’avvertimento lanciato da Matteo Salvini, che un paio di settimane fa aveva avvisato la presidente del Consiglio che non potrà prendersi il meglio: anche gli alleati reclamano la loro parte. Possibile remake della battaglia consumata sui vertici della Guardia di Finanza e della Polizia, proiettato però sugli schermi di Viale Mazzini.
Intanto si procederà con la designa…
ROMA - E adesso comincia il bello. O, come dicono in Rai, il ballo: delle poltrone. Il passo indietro di Carlo Fuortes costringe infatti i litigiosissimi leader del centrodestra a (ri)sedersi intorno a un tavolo per definire gli assetti di Tele-Meloni, com’è stata già ribattezzata l’emittente di Stato nell’era dei Fratelli al potere. Obiettivo: rivedere le ipotesi di organigramma che circolano da mesi, lasciati però a decantare fin quando le dimissioni dell’ad non fossero state ratificate. Ora che tutto è avvenuto, torna dunque in auge l’avvertimento lanciato da Matteo Salvini, che un paio di settimane fa aveva avvisato la presidente del Consiglio che non potrà prendersi il meglio: anche gli alleati reclamano la loro parte. Possibile remake della battaglia consumata sui vertici della Guardia di Finanza e della Polizia, proiettato però sugli schermi di Viale Mazzini.
Intanto si procederà con la designazione del nuovo ad, Roberto Sergio: manager interno di lungo corso, amico di Casini, approdato in Rai nel 2007 su spinta dei centristi e da quasi sei anni alla guida della Radio, nelle prossime ore verrà indicato dal Tesoro e infine insediato dall’assemblea degli azionisti. Primo atto del new deal meloniano sarà la nomina a direttore generale di Giampaolo Rossi, pronto a prendere il posto di Sergio quando nell’estate del 2024 scadrà il Cda eletto durante il governo Draghi, da cui proprio lui, insieme a FdI, vennero estromessi.
Sarà questo intellettuale della destra dura e pura — classe 1966, già presidente di Rainet nonché docente di Comunicazione in un paio di università private — il vero capo della nuova Rai. Chiamata a "garantire la pluralità delle narrazioni, il racconto della nostra nazione nelle sue diverse forme di espressione", ebbe a spiegare lo stesso Rossi nel corso degli Stati generali della Cultura. Un autentico manifesto della Tv pubblica che verrà: l’unica egemonia da preservare, sottolineò allora il dg in pectore, "è quella della libertà culturale» e la Rai «è il perno del sistema culturale del nostro Paese". Ma per "liberare la cultura da tutte le sue deformazioni e imposizioni" servono "coraggio, una visione e non aver paura degli immaginari". Finora imposti dalla sinistra e perciò da invertire, attraverso format e programmi tv, per allinearli al sentimento (politico) degli italiani.
È la ragione per la quale il valzer nei telegiornali andrà di pari passo con il risiko nei Generi, dove si decidono trasmissioni e conduttori. Grazie alla sponda di Giuseppe Conte, al Tg1 dovrebbe approdare Gian Marco Chiocci, ora direttore dell’AdnKronos, voluto da Meloni e in rapporti cordiali anche col capo M5S. Dovrà tuttavia fare i conti con una fronda interna a FdI che spinge invece per Nicola Rao, da qualche mese alla guida del Tg2. Da dove sarà comunque costretto a sloggiare per far spazio a Forza Italia che lì vuole Antonio Preziosi. Il quale lascerebbe RaiParlamento a Giuseppe Carboni, l’ex direttore del Tg1 in quota grillina.
Se dovesse avere la meglio Chiocci, Rao non verrebbe in ogni caso abbandonato al suo destino, ma dirottato o alla guida degli Approfondimenti, ambiti però anche dal vice Paolo Corsini (un altro molto stimato a destra), oppure sulla tolda di Rainews. Col direttore Paolo Petrecca disposto in questo schema a traslocare a RaiSport, retto ad interim Marco Franzelli, che tuttavia sta facendo carte false per rimanere.
Il Tg3 capitanato da Mario Orfeo dovrebbe restare appannaggio del Pd, sia perché insieme alla TgR è l’unica testata a crescere negli ascolti, sia per non dare l’impressione di voler occupare tutto l’occupabile. La Lega manterrà dunque i Tg regionali con Casarin e prenderà Radio1: lì Angela Mariella sostituirà Andrea Vianello, destinato a Rai SanMarino. Mentre a Radio2, al posto di Paola Marchesini che andrà a fare la capo staff dell’ad, arriverà Simona Sala. Che lascerà il Day Time o al vice Angelo Mellone o a Stefano Coletta, che verrà sostituito alla testa del Prime Time da Marcello Ciannamea, vicino a Salvini.
Infine Monica Maggioni andrà a dirigere il Coordinamento editoriale, ritrovandosi per vice quel Francesco Giorgino fuggito dal Tg1 proprio in polemica con lei.