ROMA - La bandiera gialloblu dell’Ucraina sventola insieme al tricolore sulla facciata di Palazzo Chigi, dal balcone dove il governo gialloverde dichiarò abolita la povertà. È il primo segno di benvenuto al presidente Volodymyr Zelensky che arriva puntuale poco dopo le 13, reduce dal vertice con Sergio Mattarella al Quirinale, e viene accolto in modo molto caloroso da Giorgia Meloni: stretta di mano, abbraccio e bacio. Felpa nera lui, abito scuro lei, tra i due c’è chimica, "siamo quasi amici ormai", dice Meloni, "cara Giorgia", ricambia l’alleato.
Per Palazzo Chigi l’arrivo del leader ucraino a Roma, prima tappa del tour europeo che lo porterà oggi a Berlino, certifica che il conflitto è entrato in una nuova fase e che anche l’Italia può ritagliarsi un ruolo più centrale, anche nella fase della ricostruzione futura dell’Ucraina, rispetto alla quale ieri è stato…
ROMA - La bandiera gialloblu dell’Ucraina sventola insieme al tricolore sulla facciata di Palazzo Chigi, dal balcone dove il governo gialloverde dichiarò abolita la povertà. È il primo segno di benvenuto al presidente Volodymyr Zelensky che arriva puntuale poco dopo le 13, reduce dal vertice con Sergio Mattarella al Quirinale, e viene accolto in modo molto caloroso da Giorgia Meloni: stretta di mano, abbraccio e bacio. Felpa nera lui, abito scuro lei, tra i due c’è chimica, "siamo quasi amici ormai", dice Meloni, "cara Giorgia", ricambia l’alleato.
Per Palazzo Chigi l’arrivo del leader ucraino a Roma, prima tappa del tour europeo che lo porterà oggi a Berlino, certifica che il conflitto è entrato in una nuova fase e che anche l’Italia può ritagliarsi un ruolo più centrale, anche nella fase della ricostruzione futura dell’Ucraina, rispetto alla quale ieri è stato ipotizzato anche l’uso del genio civile. C’è ancora scetticismo sull’iniziativa diplomatica della Cina che ha annunciato l’invio di un ambasciatore a Mosca e Kiev, ma c’è anche la convinzione che Pechino cominci a considerare necessaria l’uscita dalla fase di guerra sul campo. Zelensky è contrario a un cessate il fuoco privo di garanzie sul ritiro russo, servirebbe solo a congelare il teatro di guerra e a permettere alle truppe di Putin di riorganizzarsi. Prima ci sarà una controffensiva ucraina, per liberare più territorio possibile e arrivare da posizione di forza al momento in cui gli sforzi diplomatici cinesi potrebbero essere più pressanti di oggi.
Questa è anche la posizione italiana e per Meloni l’incontro di ieri è stata anche la chiusura di un cerchio.
Ci sono stati momenti difficili in passato tra Roma e Kiev, soprattutto a causa delle tensioni nella maggioranza di governo. Nessuna coalizione europea comprende al proprio interno forze che si sono dimostrate così sensibili alle ragioni di Mosca come Lega e Forza Italia, anche se in questo secondo caso bisognerebbe dire: Silvio Berlusconi. Meloni ieri ha potuto mettere uno stop forse definitivo a ogni ambiguità. Un’ora di colloquio faccia a faccia con Zelensky, in lingua inglese, senza interpreti e senza le delegazioni che si sono aggiunte per il pranzo. Non ci sono ombre stavolta, come nel precedente incontro di Kiev quando Zelensky attaccò Berlusconi per le sue ricostruzioni della guerra ricalcate su quelle del Cremlino. Per evitare incidenti diplomatici è stata allestita una finta conferenza stampa, alla fine delle dichiarazioni congiunte, con due domande pre-selezionate e concordate, una ucraina e una italiana.
Zelensky si è concesso solo un passaggio che fa esplicito riferimento alle posizioni ostili agli aiuti a Kiev: "Forse qualcuno non ha capito cos’è l’aggressione russa, forse qualcuno pensa che non importa come finisce la guerra". E anche Meloni, al suo fianco nella Sala dei Galeoni di Palazzo Chigi, davanti alla copia dell’Incontro di Leone Magno con Attila, che raffigura il papa mentre cerca di convincere l’unno a non invadere l’Italia, ha parlato di penetrazione della propaganda russa in Occidente. Salvini non c’è, a differenza di Antonio Tajani che ha accolto Zelensky a Ciampino (e che in auto gli ha prestato gli occhiali in un momento di necessità, il presidente ucraino non ama farsi vedere in pubblico con le lenti). Ma da Palazzo Chigi negano qualsiasi caso: Tajani è nella delegazione - nella quale c’è anche il ministro della Difesa Guido Crosetto - in quanto titolare della Farnesina, non da vicepremier.
Meloni schiera dunque il governo italiano con Kiev senza se e senza ma, condizione necessaria per presentarsi senza handicap alla prima visita ufficiale a Washington, prevista per fine giugno. Chiari i paletti: percorso di pace solo a condizione che i russi lascino il territorio ucraino, conferma degli aiuti, anche militari, forte sostegno al percorso di adesione dell’Ucraina alla Ue. "Combattono anche per noi, per allontanare la guerra dall’Europa. Non siamo così ipocriti da chiamare pace qualsiasi cosa che possa assomigliare a una invasione", dirà poi Meloni davanti alla stampa.
L’unico punto di distanza è sulla Nato. Zelensky vorrebbe far marciare l’adesione all’Alleanza atlantica in parallelo con quella alla Ue, Meloni non concede nulla più che l’assicurazione che si discuteranno presto forme di "partenariato". Zelensky chiede anche un ulteriore sforzo sulle forniture anti-aree, e non a caso nella sua dichiarazione dopo l’incontro cita le migliaia di vite salvate grazie ai sistemi di difesa contro gli attacchi russi con i droni, gli ultimi a Kiev proprio la notte precedente il suo arrivo in Italia. Meloni ha garantito il massimo sforzo, ma al momento non sono previsti nuovi pacchetti di aiuti. "Noi scommettiamo sulla vittoria dell’Ucraina", dice Meloni. "Non ci dimenticheremo di quello che avete fatto per noi", è il congedo di Zelensky.