ROMA — In salita. Con un orizzonte «pluriannuale», dunque assai lungo. E con un gigantesco ostacolo: Libia e Tunisia forzano la mano per ottenere più risorse e sostengono di non voler cooperare per gestire i migranti che transitano dai propri territori. Eppure, Giorgia Meloni deve mostrarsi soddisfatta, al termine della conferenza internazionale sulle migrazioni che l’Italia ospita alla Farnesina. Venti Paesi presenti, ma non la Francia: esclusa dagli inviti. Parte così il “Processo di Roma” – evoluzione dell’originario Piano Mattei” – che avrà come seconda tappa una conferenza dei donatori ad ottobre per varare un fondo per la cooperazione in Africa, sostenuto soprattutto dai Paesi del Golfo.
Sembra passato un secolo dalla campagna elettorale che ha portato la destra al potere. Niente più porti chiusi, guerra alle ong e blocchi navali. La realtà si è incaricata di smentire gli slogan, gli sbarchi sono cresciuti vertiginosamente da quando Meloni siede a Palazzo Chigi. Ora, dunque…
ROMA — In salita. Con un orizzonte «pluriannuale», dunque assai lungo. E con un gigantesco ostacolo: Libia e Tunisia forzano la mano per ottenere più risorse e sostengono di non voler cooperare per gestire i migranti che transitano dai propri territori. Eppure, Giorgia Meloni deve mostrarsi soddisfatta, al termine della conferenza internazionale sulle migrazioni che l’Italia ospita alla Farnesina. Venti Paesi presenti, ma non la Francia: esclusa dagli inviti. Parte così il “Processo di Roma” – evoluzione dell’originario Piano Mattei” – che avrà come seconda tappa una conferenza dei donatori ad ottobre per varare un fondo per la cooperazione in Africa, sostenuto soprattutto dai Paesi del Golfo.
Sembra passato un secolo dalla campagna elettorale che ha portato la destra al potere. Niente più porti chiusi, guerra alle ong e blocchi navali. La realtà si è incaricata di smentire gli slogan, gli sbarchi sono cresciuti vertiginosamente da quando Meloni siede a Palazzo Chigi. Ora, dunque, la premier assicura «guerra ai trafficanti», ma poi si concentra sugli «aiuti allo sviluppo». E spiega che non sarà la forza a stroncare i flussi, ma la crescita: «L’unico modello è lavorare su partenariati strategici per rafforzare il benessere, così da gestire meglio le migrazioni illegali e favorire quelle legali».
L’idea, a cui lavora da tempo il ministro degli Esteri Antonio Tajani, è raccogliere risorse da investire in Africa. Ma è trattando con gli interlocutori che si incontrano i problemi più rilevanti. Il presidente tunisino Saied, incontrato da Meloni per la quarta volta in due mesi, continua a tirare la corda, nega le riforme che servono a sbloccare i prestiti del Fmi e dell’Unione europea, giura – al pari della delegazione libica – che non permetterà corridoi o strutture di accoglienza dei migranti in patria. Alza il prezzo. E nel frattempo respinge ai confini chi fugge da povertà e conflitti. «Se intendo legare gli aiuti al rispetto dei diritti umani da parte di Tunisi? Forse è una domanda che dovrebbe fare all’Ue – replica la leader - visto che è un accordo firmato tra Ue e Tunisia. E comunque, è un Paese in estrema difficoltà e lasciarlo al suo destino può avere conseguenze molto gravi».
Sono dossier scivolosi, anche perché incrociano un altro nodo: come comportarsi con i richiedenti asilo? Meloni sostiene che sia un «dovere» accoglierli. E farlo «potenziando il sostegno economico a chi si trova a gestire un numero maggiore di rifugiati». Cita la Polonia, per il flusso di ucraini. Ma è chiaro che parla proprio alla destra del premier Moraviecki, suo alleato, che si oppone all’approccio solidale verso l’Italia.
Di certo, Roma sostiene di avere un portafoglio per la cooperazione che può arrivare fino a un miliardo. Intende coinvolgere di più Sace. Nel frattempo, Mohamed bin Zayed Al Nahyan, a capo degli Emirati Arabi Uniti, promette cento milioni. Ed è proprio osservando i presenti, gli assenti e chi non è stato invitato che si intuiscono sponsor e avversari dell’attivismo italiano. Mancano i francesi: non sono Paese di primo approdo, è la tesi. Manca anche la Spagna, pure invitata . Chiedono di assistere ai lavori le diplomazie di Stati Uniti, Regno Unito e Germania. Ci sono i vertici della Commissione e del Consiglio Ue, Ursula von der Leyen e Charles Michel, e anche i premier di Etiopia, Niger ed Egitto. La Turchia manda il ministro degli Esteri. Quanto alle condizioni in cui la stampa può lavorare all’evento voluto da Palazzo Chigi: porte chiuse per i cronisti al passaggio dei leader, per quella che sta diventando una pessima abitudine.