Dopo il vertice sul salario minimo le opposizioni si riscoprono unite. Ora la raccolta firme: “Saranno un milione”
di Lorenzo De CiccoLe opposizioni al tavolo di Palazzo Chigi
(ansa)ROMA - «Meglio di così non poteva andare!», fa Carlo Calenda, raggiante. «Mah, insomma, non ci ha dato una risposta vera su nulla», ecco Nicola Fratoianni, pessimista, come Riccardo Magi. «Il Cnel? Ma al massimo Giorgia Meloni poteva convocarlo prima, durante le audizioni in Parlamento, ora manda solo la palla in tribuna, peraltro non credo sia lo strumento giusto», mugugna Giuseppe Conte. «Adesso usciamo e insistiamo sulla raccolta firme, uniti», chiosa Elly Schlein. E sono tutti d’accordo. Nella sala Verde di Palazzo Chigi, a vertice finito, usciti la premier Meloni, ministri, funzionari e staff, restano solo i leader delle opposizioni. Tutti tranne Matteo Renzi, che però gioca un’altra partita e dal salario minimo si è chiamato fuori subito. Rimangono a parlare per un quarto d’ora. Nell’aria c’è la fatidica domanda: che fare?
Sull’incontro appena terminato, circolano sfumature diverse. Calenda si mostra soddisfatto. Ma è il più dialogante col governo e questo confronto a Chigi…
ROMA - «Meglio di così non poteva andare!», fa Carlo Calenda, raggiante. «Mah, insomma, non ci ha dato una risposta vera su nulla», ecco Nicola Fratoianni, pessimista, come Riccardo Magi. «Il Cnel? Ma al massimo Giorgia Meloni poteva convocarlo prima, durante le audizioni in Parlamento, ora manda solo la palla in tribuna, peraltro non credo sia lo strumento giusto», mugugna Giuseppe Conte. «Adesso usciamo e insistiamo sulla raccolta firme, uniti», chiosa Elly Schlein. E sono tutti d’accordo. Nella sala Verde di Palazzo Chigi, a vertice finito, usciti la premier Meloni, ministri, funzionari e staff, restano solo i leader delle opposizioni. Tutti tranne Matteo Renzi, che però gioca un’altra partita e dal salario minimo si è chiamato fuori subito. Rimangono a parlare per un quarto d’ora. Nell’aria c’è la fatidica domanda: che fare?
Sull’incontro appena terminato, circolano sfumature diverse. Calenda si mostra soddisfatto. Ma è il più dialogante col governo e questo confronto a Chigi l’aveva chiesto lui alla premier, via Whatsapp, un mese fa: «Che doveva fare di più Meloni, venire con la penna e firmare la nostra proposta?», scherza il leader di Azione. Quasi tutti gli altri la vedono decisamente grigia. Magi, segretario di +Europa, e Fratoianni, leader della Sinistra, insistono su un punto: «Almeno una proposta poteva portarcela, invece Meloni è venuta a mani vuote». È molto severo pure il giudizio di Conte: «Da parte del governo ho visto solo tanta confusione, sembra che Meloni nemmeno l’abbia letta tutta, la nostra proposta». Si era portato dietro, l’ex premier, un mucchio di grafici che disegnavano traiettorie statistiche sui benefici del salario minimo, ma alla fine sono rimasti nella cartellina. A voce però, come Schlein e Calenda, ha risposto punto su punto ai dubbi snocciolati dalla leader di FdI. Schlein e Meloni si sono anche appartate, in una stanza con balcone del palazzo. Chiacchierata partita su proposta di Calenda: «Andiamo a fumare». Si è accodato anche Fratoianni, che si è trattenuto però il tempo di una mezza bionda e a quel punto anche il capo di Azione si è defilato. Sono rimaste solo la premier e la leader del Pd. E la seconda ha chiesto alla prima, come annunciato, di far dimettere Marcello De Angelis, il portavoce negazionista della Regione Lazio, e di sbloccare i ristori all’Emilia Romagna. Senza ottenere granché, come risposte. «Non mi occupo di comunicazione regionale», ha glissato Meloni. E sull’Emilia, si sa, rispetto a Schlein la pensa all’opposto. A Schlein comunque il faccia a faccia è servito per porre altri temi, extra salario, senza innervosire i partner del centrosinistra, che da Calenda a Fratoianni, non avrebbero voluto parlare d’altro.
Al di là delle diverse interpretazioni sull’esito del vertice e sull’effettiva disponibilità di Meloni a concertare una strategia anti-lavoro povero, il dato di fatto è che l’opposizione, alla prova di Chigi, è rimasta unita. Chi pensava, in maggioranza, che la mezza mano tesa della premier potesse riuscire a sfarinare il fronte comune che si era faticosamente compattato attorno al salario minimo, è rimasto deluso. Quella per la paga base a 9 euro l’ora, va ricordato, è la prima proposta di legge che porta il sigillo di tutte le minoranze, eccezion fatta per Iv. Da Conte, primo firmatario, a Calenda, Fratoianni, Bonelli (che ieri però non c’era, impegni familiari), Magi e Schlein. E questo stesso fronte ora cerca una via per far sì che la battaglia non rimanga confinata nelle secche del Parlamento, come vorrebbe la destra.
La via principale è la raccolta firme. Scartata la piazza, che non convince né Calenda («solitamente sono inutili, meglio insistere in Parlamento»), né Conte, che ha già organizzato la sua manifestazione contro «le vite precarie» a fine giugno, col ritorno di Beppe Grillo sul palco. Mentre Schlein pensa semmai a una mobilitazione sull’Emilia Romagna. Dunque per ora si procede a caccia di sottoscrizioni. Su Change.org e coi banchetti vecchio stile. I dem hanno già attivato la macchina delle feste dell’Unità, i 5 Stelle sfrutteranno la rete territoriale appena strutturata da Conte, 90 coordinamenti in tutto lo Stivale. Dunque, d’ora in poi, tocca macinare firme. Al Nazareno si guardano bene dal fornire cifre. «L’obiettivo è un milione», trapela invece dal quartier generale del Movimento. Per far capire a Meloni che non è una «bandierina» delle opposizioni, il salario minimo, ma una richiesta che si fa largo nel Paese reale.