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Il duello infinito tra Tajani e Salvini: l’ultimo fronte è la castrazione chimica

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I due vicepremier litigano su tutto, dalla privatizzazione dei porti alle alleanze europee. E i riflessi dello scontro si riverberano sul governo
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L’ultimo duello, ieri, sulla castrazione chimica. Matteo Salvini la vuole, Antonio Tajani no. “Non credo sia una soluzione. Non è nell’agenda del governo. Io sono contrario anche alla pena di morte”, ha precisato il leader di Forza Italia e ministro degli Esteri. “I tempi sono maturi per passare dalle parole ai fatti”, sostengono invece nella Lega, che intendono così mettere un freno alla violenza contro le donne. Il disegno di legge giace già depositato al Senato a prima firma di Mara Bizzotto, vicepresidente vicaria del gruppo. Tajani ha motivato così la propria contrarietà: “Presenteremo una proposta di legge che prevede anche un’app per tutte le donne, uno strumento d’emergenza che si attiva solo toccando il proprio telefono. Bisogna però incidere sulla forma culturale nelle famiglie. Bisogna insegnare ai figli a rispettare le figlie e il padre deve dare l’esempio rispettando la moglie”.

Sono entrambi vicepremier. Ma sono agli antipodi. È dall’inizio dell’estate che si mandano a q…

L’ultimo duello, ieri, sulla castrazione chimica. Matteo Salvini la vuole, Antonio Tajani no. “Non credo sia una soluzione. Non è nell’agenda del governo. Io sono contrario anche alla pena di morte”, ha precisato il leader di Forza Italia e ministro degli Esteri. “I tempi sono maturi per passare dalle parole ai fatti”, sostengono invece nella Lega, che intendono così mettere un freno alla violenza contro le donne. Il disegno di legge giace già depositato al Senato a prima firma di Mara Bizzotto, vicepresidente vicaria del gruppo. Tajani ha motivato così la propria contrarietà: “Presenteremo una proposta di legge che prevede anche un’app per tutte le donne, uno strumento d’emergenza che si attiva solo toccando il proprio telefono. Bisogna però incidere sulla forma culturale nelle famiglie. Bisogna insegnare ai figli a rispettare le figlie e il padre deve dare l’esempio rispettando la moglie”.

Sono entrambi vicepremier. Ma sono agli antipodi. È dall’inizio dell’estate che si mandano a quel paese. Sulle Europee. Sull’autonomia differenziata. Sulle infrastrutture. Salvini è quello che attacca. Tajani fa il difensore. La partita per l’Europa, decisiva per entrambi, ha innescato una competizione. Si vota a giugno. E nessuno può arrivare terzo, dando per scontato che Fratelli d’Italia farà il pieno. Da qui schermaglie, impuntature, distinguo, per la felicità dei retroscenisti.

Quando Salvini ha proposto uno schieramento dal Ppe fino agli estremisti di destra di Identità e democrazia (Le Pen e i tedeschi di Afd), Tajani, fautore di un accordo tra Popolari, Conservatori e Liberali, è insorto: “Mi fa schifo chi pensa che un disabile non possa stare in classe con gli altri altri bambini. Sono cristiano io!”. Tajani è diventato capo a 70 anni. Ex monarchico, borghese dei Parioli, cresciuto alla scuola di Gianni Letta, deve dimostrare, da qui al congresso di febbraio, di avere davvero la stoffa di guidare il partito, dopo la morte di Silvio Berlusconi. Salvini, 50 anni, è descamisado padano, anche se nell’ultimo anno sta cercando di darsi una postura da uomo del fare. Resta Giano bifronte. Lusinga entrambe le anime. Mostrandosi fattivo spera di attrarre i moderati di Forza Italia, con la castrazione chimica parla alla fazione ‘legge e ordine’ di Fratelli d’Italia che teme una trasformazione moderata di Giorgia Meloni.

Ogni tanto Tajani prende coraggio e tenta un’incursione. Ad esempio ha proposto la liberalizzazione dei porti – un dispetto verso il ministro dei Trasporti – e naturalmente Salvini ha eretto le barricate. L’altro giorno hanno fatto a gara per rivendicare di avere ottenuto dalla Francia il rinvio dei lavori di manutenzione al traforo del Monte Bianco. Tajani ha parlato con la collega agli Esteri, Catherine Colonna. Salvini con il suo omologo ai Trasporti, Clément Beaune. Entrambi si sono poi attribuiti il rinvio.

Salvini ha subito telefonato al generale Vannacci, offrendogli sponde e virile cameratismo, Tajani ha preso le distanze – linea Crosetto – predicando moderazione. Sugli extraprofitti delle banche Salvini ha tirato fuori l’antisistema che è in lui, Tajani proverà a ottenere qualche modifica da Meloni, su richiesta di Marina Berlusconi.

Salvini prova a educare il suo populismo. Tajani è la destra col doppiopetto, che in un governo di estremisti rappresenta, insieme a Giorgetti e a Crosetto, la linea conservatrice che mantiene un canale aperto col Quirinale. Li divide anche l’autonomia differenziata: qui Tajani deve tenere conto delle preoccupazioni dei governatori del Sud.

E Meloni? Pende più verso Salvini. La forza della sua dote sembra inattaccabile. Resta da capire quanto potrà durare questa competizione interna, che, con l’approssimarsi della manovra, potrebbe incendiarsi su altri fronti. A Ceglie Messapica, durante un dibattito, Salvini e Tajani si sono chiamati ‘amico’, poi Tajani si è congedato con un “e salutatemi Matteo”. Un autunno caldo attende anche la destra italiana.

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