Schlein ai fuoriusciti: “Forse il vostro errore è stato scegliere il Pd”. L’ira della minoranza
di Giovanna VitaleLa segretaria del Pd, Elly Schlein
ROMA — Non siamo al «che fai, mi cacci?» di finiana memoria, ma ci somiglia. O almeno così sembra - un avviso di sfratto - ai riformisti del Pd. Che dinnanzi all’esodo ligure (31 fra consiglieri, in carica o ex, traslocati armi e bagagli in Azione) confidavano in una risposta più conciliante da parte della segretaria. Ben più di un semplice smottamento, nell’unica regione d’Italia che le aveva consegnato la vittoria anche fra gli iscritti al congresso, non solo alle primarie.
Ma Elly Schlein risponde a muso duro ai fuoriusciti. Si presenta alla Casa del Jazz dove è in corso la festa del Fatto, prima leader dem a partecipare alla kermesse affollata di simpatizzanti 5S e piuttosto antipatizzante verso il Nazareno, e affonda il colpo. «Credo che sia sempre un dispiacere quando qualcuno decide di andare via», sorride ad Antonio Padellaro che la intervista sotto il sole di mezzogiorno, «ma se qualcuno può non sentirsi a casa in un Pd che si batte per l’ambiente, i diritti e il lavoro di qu…
ROMA — Non siamo al «che fai, mi cacci?» di finiana memoria, ma ci somiglia. O almeno così sembra - un avviso di sfratto - ai riformisti del Pd. Che dinnanzi all’esodo ligure (31 fra consiglieri, in carica o ex, traslocati armi e bagagli in Azione) confidavano in una risposta più conciliante da parte della segretaria. Ben più di un semplice smottamento, nell’unica regione d’Italia che le aveva consegnato la vittoria anche fra gli iscritti al congresso, non solo alle primarie.
Ma Elly Schlein risponde a muso duro ai fuoriusciti. Si presenta alla Casa del Jazz dove è in corso la festa del Fatto, prima leader dem a partecipare alla kermesse affollata di simpatizzanti 5S e piuttosto antipatizzante verso il Nazareno, e affonda il colpo. «Credo che sia sempre un dispiacere quando qualcuno decide di andare via», sorride ad Antonio Padellaro che la intervista sotto il sole di mezzogiorno, «ma se qualcuno può non sentirsi a casa in un Pd che si batte per l’ambiente, i diritti e il lavoro di qualità, allora forse l’indirizzo lo aveva sbagliato prima».
Nessuna mano tesa ai fuggiaschi, dunque. La tenzone interna fra l’ala sinistra e quella moderata le ha consegnato la segreteria — è il messaggio — la minoranza se ne faccia una ragione: «Abbiamo svolto un congresso dopo una sconfitta molto dura alle Politiche», dice la segretaria. All’indomani «molti commentatori parlavano di fine del Pd. Così non è stato perché abbiamo fatto un confronto vero. Questo è il segno di un partito vitale, tutt’altro che morto». Gancio utile per archiviare gli insuccessi dei predecessori — inclusi Zingaretti e Letta, non solo Renzi — e rivendicare un successo, il suo, figlio della voglia di rottura con quel che c’era prima e non ha funzionato: «Se il Pd avesse fatto tutto bene in questi anni, una come me non avrebbe mai vinto il congresso, significa che c’era una forte spinta dalla base che chiedeva di ritrovare un’identità chiara», taglia corto. D’altra parte «il cambiamento incontra sempre resistenze», la chiosa finale. Che porta con sé un sottotesto chiarissimo. Con buona pace dei richiami a «non sottovalutare il disagio» e a non abbandonare «la vocazione maggioritaria perché un Pd piccolo e radicale non serve», arrivati da Lorenzo Guerini e Stefano Bonaccini.
Stupore. Sconcerto. Irritazione. Nell’area riformista si scatena subito un putiferio. E se i big preferiscono non commentare pubblicamente per «rispetto dei militanti», spiegano, alla vigilia della chiusura della festa nazionale di Ravenna, rimandando la resa dei conti alla prossima Direzione, nelle chat lo sdegno ribolle. Non solo viene fatto notare il silenzio dei supporter di Schlein — da Dario Franceschini ad Andrea Orlando, sintomo per alcuni di un malessere crescente anche lì — ma «delle due, l’una: o non ha capito che sta succedendo nel partito e nei territori, oppure ci vuole buttare tutti fuori», scrive un esponente della minoranza. «Anziché tenere una linea accogliente, visto che fra gli iscritti ha perso, è contenta se le persone se ne vanno», fa eco un’altra. Sintetizza per tutti Piero Fassino: «Non posso pensare che di fronte alla fuoriuscita di dirigenti e militanti in sofferenza, l’unica risposta della segretaria sia che avevano sbagliato a scegliere il Pd. Detto peraltro a militanti e dirigenti iscritti molto prima della sua adesione al partito. Ci si rallegra di chi arriva, non di chi parte». Rincara Salvatore Margiotta: «L’addio di gente seria e appassionata come Rossetti, Lodi e tanti altri non può essere liquidato con sufficienza».
Uno psicodramma che non si placa neppure di fronte alla linea ferma di Schlein sull’Ucraina. La platea antimilitarista del Fatto fischia e urla contro la segretaria, impegnata a difendere la linea dem sull’invio delle armi a Kiev, esortando l’Europa a farsi interprete di un percorso di pace «che non attenda la caduta dell’ultimo fucile». Anche se le contestazioni virano poi in timidi applausi allorché la segretaria chiama le opposizioni a raccolta: «Sul lavoro dobbiamo fare una grande battaglia insieme». L’intervista finisce, la bufera no. Nel retropalco il professor Alessandro Orsini vestito da centauro si affaccia indeciso se avvicinarsi per investire Schlein con una delle sue invettive, oppure lasciar perdere. Alla fine desiste. Ma è l’unico scontro che la leader del Pd riesce ad evitare.