Un anno di governo Meloni, dodici mesi di promesse non mantenute
di Tommaso Ciriaco , Emanuele LauriaUn anno dopo, l’underdog si è presa tutto e non ha deciso quasi nulla. Governa l’Italia, domina le tv, nomina senza mediare i vertici del Paese, ma di riforme degne di memoria c’è soltanto la scure sul Reddito di cittadinanza. Mostra la foto di Orietta Berti al premier britannico Rishi Sunak, con Joe Biden sono baci e abbracci (sperando che non torni Donald Trump, che ha un brutto carattere e una memoria d’elefante), ma in Europa raccoglie pacche sulle spalle e nessuna soluzione sui migranti.
Ecco i primi dodici mesi di Giorgia Meloni, 365 giorni per studiare i dossier, evitare di cercare lo scontro in conferenza stampa, entrare nei salotti che contano, stravolgere il look. Per rassicurare sé stessa e gli altri, in Italia e all’estero, sul fatto che una sfida così inedita – prima presidente del Consiglio donna e di destra – si può vincere. Non è andata così, almeno finora. È mancato un sussulto, un cambio di marcia, una traccia concreta a segnalare la promessa con cui conquistò i…
Un anno dopo, l’underdog si è presa tutto e non ha deciso quasi nulla. Governa l’Italia, domina le tv, nomina senza mediare i vertici del Paese, ma di riforme degne di memoria c’è soltanto la scure sul Reddito di cittadinanza. Mostra la foto di Orietta Berti al premier britannico Rishi Sunak, con Joe Biden sono baci e abbracci (sperando che non torni Donald Trump, che ha un brutto carattere e una memoria d’elefante), ma in Europa raccoglie pacche sulle spalle e nessuna soluzione sui migranti.
Ecco i primi dodici mesi di Giorgia Meloni, 365 giorni per studiare i dossier, evitare di cercare lo scontro in conferenza stampa, entrare nei salotti che contano, stravolgere il look. Per rassicurare sé stessa e gli altri, in Italia e all’estero, sul fatto che una sfida così inedita – prima presidente del Consiglio donna e di destra – si può vincere. Non è andata così, almeno finora. È mancato un sussulto, un cambio di marcia, una traccia concreta a segnalare la promessa con cui conquistò il Paese nell’estate pazza del 2022.
Se fosse un cerchio, l’anno primo del melonismo si potrebbe aprire e chiudere con un tic: quello securitario e repressivo del primo e dell’ultimo decreto. Il primo, appena insediata a Palazzo Chigi, per combattere la battaglia giudicata prioritaria da Meloni: quella ai rave party. L’ultimo, pochi giorni fa, per “blindare” i centri di accoglienza dei migranti.
In mezzo, slogan identitari immolati sull’altare del rigore promesso a Bruxelles. Prendiamo la prima manovra, quella del 2022, priva di forza e spunti politici. E quella del 2023: tutta da scrivere, ma già evidentemente povera e allarmante.
Alcune tappe resteranno, a segnare una storia. Il punto più basso, forse, è Cutro. Ospita il Consiglio dei ministri che arriva dopo il tragico naufragio lungo le coste calabresi. È la promessa di lottare contro gli scafisti, inseguendoli ovunque lungo “il globo terracqueo”. Finirà con una fuga dalla Calabria, fra le proteste. Premessa di quanto accadrà nei mesi successivi, prologo del fallimento peggiore: i dati peggiori sugli sbarchi da diversi anni a questa parte, un investimento diplomatico con il presidente populista tunisino Saied andato male e un piano Mattei che nessuno ancora conosce.
È una montagna russa, questo primo anno di melonismo. I tentativi di svolta passano dall’abiura del passato. Lo slogan preferito è sempre lo stesso: colpa degli altri. E dunque, i ritardi sul Pnrr sono colpa di Draghi, le difficoltà nell’ottenere una riforma del patto di stabilità sono alimentate dal commissario Gentiloni, la voragine nel bilancio dipende tutta dal Superbonus voluto da Conte. O dall’aumento dei tassi della Bce, emblema di un’Europa da blandire a Bruxelles e attaccare in patria.
Vittimismo e rivendicazioni si mescolano, inesorabilmente: l’orgoglio esibito a ogni passo è il colpo di falce sul totem dei Cinquestelle, quel Reddito messo nel mirino già in campagna elettorale. La gestione di questi passaggi così delicati è stata però sofferta, ha ridotto il consenso.
Meloni ha provato a compensare investendo sulla politica estera, curata con una frequenza di missioni internazionali senza precedenti, e con un’adesione totale alle ragioni di Kiev. Una mossa che le ha garantito buoni uffici presso diverse cancellerie, ma che non ha prodotto risultati concreti sui dossier più scottanti: il caro energia e l’inflazione fiaccano il potere d’acquisto, il debito pubblico è da record, lo spread torna a salire. I mercati sono diffidenti, a causa anche della tassa sugli extraprofitti delle banche che la presidente del Consiglio ha imposto a inizio agosto senza neanche parlarne ai suoi ministri. E che adesso prova a correggere frettolosamente.
Mentre Palazzo Chigi, neanche troppo ufficiosamente, si aggrappa alla teoria del complotto, incombe però la campagna elettorale per le Europee. Che non promette nulla di buono, alimentando timori di instabilità. E che per Meloni non sembra garantire neanche la prospettiva di un accordo fra popolari e conservatori.
La maggioranza, va detto, è numericamente solida, al di là delle manovre di disturbo di Salvini. Abbastanza robusta da poter reggere anche l’impatto di un caso imbarazzante come quello della ministra Santanchè.
La faglia più preoccupante sembra semmai legata alla sopravvivenza di Forza Italia. Tutto, nel governo della Nazione (fioccano le maiuscole, a Palazzo Chigi), è imperniato su Giorgia, la “sfavorita” che si prepara ad affrontare i mesi più complessi del suo percorso di governo. Consapevole che la luna di miele, come ha scritto il Financial times e segnalano i sondaggi, è ormai un ricordo.