Ex Ilva, Meloni commissaria Urso: il dossier ora è nella mani di Mantovano. L’allarme di dipendenti e sindacati
di Giuliano FoschiniAlfredo Mantovano
(ansa)È una questione pugliese, dicono. Ma quello che sta succedendo attorno all’ex Ilva di Taranto sembra invece prima di tutto una questione politica: perché in ballo c’è l’1 per cento del Pil del Paese, il più grosso siderurgico d’Europa, una delle ultime grandi fabbriche italiane. Ma non è un caso che per gestire tutto questo la premier Giorgia Meloni, saltando sui ministri (su tutti quello al Made in Italy, Adolfo Urso) e collaboratori, abbia deciso di gestire in prima persona il dossier affidandolo al suo più fidato dei collaboratori, il sottosegretario Alfredo Mantovano. Ne sono rimasti sorpresi anche i sindacati – Cgil, Cisl, Uil e Ugl, i soli a essere chiamati a conferma della serietà della questione e soprattutto del cambio di metodo: ormai tavoli e trattative sono così frequentati da sembrare delle plenarie più che degli incontri riservati, motivo per cui difficilmente si arriva a una soluzione – quando hanno ricevuto la convocazione per mercoledì 27 alle 13 da Nicola …
È una questione pugliese, dicono. Ma quello che sta succedendo attorno all’ex Ilva di Taranto sembra invece prima di tutto una questione politica: perché in ballo c’è l’1 per cento del Pil del Paese, il più grosso siderurgico d’Europa, una delle ultime grandi fabbriche italiane. Ma non è un caso che per gestire tutto questo la premier Giorgia Meloni, saltando sui ministri (su tutti quello al Made in Italy, Adolfo Urso) e collaboratori, abbia deciso di gestire in prima persona il dossier affidandolo al suo più fidato dei collaboratori, il sottosegretario Alfredo Mantovano. Ne sono rimasti sorpresi anche i sindacati – Cgil, Cisl, Uil e Ugl, i soli a essere chiamati a conferma della serietà della questione e soprattutto del cambio di metodo: ormai tavoli e trattative sono così frequentati da sembrare delle plenarie più che degli incontri riservati, motivo per cui difficilmente si arriva a una soluzione – quando hanno ricevuto la convocazione per mercoledì 27 alle 13 da Nicola Guerzoni, per conto appunto di Mantovano.
Ma perché il sottosegretario alla Presidenza? Perché la premier vuole gestire direttamente il fascicolo, e dunque lo affida a chi – come ripete spesso Mantovano – parla "con la voce della presidente del Consiglio”. E perché evidentemente non è affatto convinta di quanto accaduto in questo anno, quando il fascicolo era sul tavolo del ministro Urso, con l’azienda che si trova a un passo dalla chiusura.
Questo si era capito già un mese fa quando sul tavolo si era mosso Raffaele Fitto, l'uomo delle questioni più delicate per la Meloni. Era stato lui, a proposito di pugliesi, a lanciare l'allarme per primo e a compiere i primi pass concreti per evitare – come ha dato conto Affari e Finanza - che Ilva sprofondi nel baratro. Fitto conosce bene la questione, da quando venti anni fa era presidente della Regione ed - erano ancora i tempi dei Riva - era necessario tenere insieme produzione e ambiente. È passata un'era, i proprietari sono cambiati, le opere di ambientalizzazione promesse sono state di fatto tutte realizzate (si pensi all'enorme copertura dei parchi minerari), l'addio al carbone non è più un tabù, eppure il siderurgico di Taranto continua a essere cerchiato con la penna rossa. I punti neri sono due: conti e produzione. L’anno si concluderà con il livello di produzione più basso di sempre, non arrivando nemmeno a tre milioni di tonnellate. Tutti gli obiettivi fissati dall’attuale management sono falliti: soltanto lo scorso anno l’amministratore delegato, Lucia Morselli, parlava di raggiungere gli otto milioni, meno comunque di quanto accadeva con i Riva. I lavoratori – costretti sempre più ad accedere agli ammortizzatori sociali - sono terrorizzati sul futuro, tanto da aver annunciato per il 28, un giorno di sciopero.
Spaventati ancora di più dalle parole del presidente di Acciaierie d’italia, Franco Bernabè, che aveva detto che “senza investimenti per il gruppo c’è solo la chiusura”. Serve un miliardo per finanziare gli interventi di decarbonizzazione, è vero. Ma anche per consentire all’azienda di avere una cassa: “Oggi la società non è bancabile o finanziabile perché non può fornire garanzie” ha spiegato ancora Bernabè, ricordando come la proprietà degli impianti è ancora della procedura straordinaria, e quindi l’acquisto diventa necessario. La strada scelta è quella dell’aumento di capitale, un percorso strettissimo visto che la proprietà di Acciaierie di Italia è divisa tra un socio privato, Arcelor Mittal, che non sembra ben disposto. E appunto lo Stato. Che potrebbe convertire in azioni il prestito di 680 milioni fatto appena qualche mese fa prendendo così il pacchetto di maggioranza della società.
“Intanto – denuncia il segretario della Fiom, Michele de Palma – lo stabilimento rischia di cadere a pezzi, di spegnersi definitivamente, e con quello di Taranto anche tutti gli altri”.