Il Terzo polo finisce tra le carte bollate. Lite su 300 mila euro
di Lorenzo De CiccoSiamo al divorzio, fra Renzi e Calenda, ma come per tante storie che finiscono a stracci si passa dalle carte bollate. E si litiga pure sui soldi, con tanto di lettera protocollata da Azione al presidente del Senato, Ignazio La Russa, contro le mosse di Iv. Lettera che Repubblica ha visionato, in cui si parla di una possibile “violazione della disciplina del finanziamento dei gruppi”. Dopo sei mesi di bizze, tweet, veline, l’ex premier ieri mattina ha formalizzato lo strappo: i gruppi parlamentari si separano. “Meglio finire questa telenovela — dice Renzi — che farci ridere dietro da mezza Italia”.
Tutto finito? In realtà c’è ancora una disputa, anche matematica, oltre che politica. Renzi ha i numeri per formare da solo un gruppo al Senato: ha 7 senatori, con l’ingresso dell’ex deluchiana (nel senso di Cateno De Luca) Dafne Musolino, mentre Calenda ne ha 4. E ne bastano 6, da regolamento. Alla Camera lo scenario cambia: i parlamentari dell’ex Terzo Polo sono 21, ma qui Renzi ha 9 depu…
Siamo al divorzio, fra Renzi e Calenda, ma come per tante storie che finiscono a stracci si passa dalle carte bollate. E si litiga pure sui soldi, con tanto di lettera protocollata da Azione al presidente del Senato, Ignazio La Russa, contro le mosse di Iv. Lettera che Repubblica ha visionato, in cui si parla di una possibile “violazione della disciplina del finanziamento dei gruppi”. Dopo sei mesi di bizze, tweet, veline, l’ex premier ieri mattina ha formalizzato lo strappo: i gruppi parlamentari si separano. “Meglio finire questa telenovela — dice Renzi — che farci ridere dietro da mezza Italia”.
Tutto finito? In realtà c’è ancora una disputa, anche matematica, oltre che politica. Renzi ha i numeri per formare da solo un gruppo al Senato: ha 7 senatori, con l’ingresso dell’ex deluchiana (nel senso di Cateno De Luca) Dafne Musolino, mentre Calenda ne ha 4. E ne bastano 6, da regolamento. Alla Camera lo scenario cambia: i parlamentari dell’ex Terzo Polo sono 21, ma qui Renzi ha 9 deputati, mentre Azione ne annovera 12, contando gli ex renziani Ettore Rosato ed Elena Bonetti, con la loro associazione “Per”. Problema: alla Camera per formare un gruppo nuovo servono almeno 20 eletti. Ma sia dentro Iv che in Azione confidano in una deroga, già concessa a Maurizio Lupi (10 deputati) con i suoi Moderati. C’è anche il precedente di FdI nel 2013. I deputati renziani hanno già scritto al presidente Lorenzo Fontana ieri sera, notificando la rottura a Montecitorio. I calendiani faranno altrettanto, chiedendo la deroga pure al Senato, altrimenti finirebbero nel gruppo Misto, con i rossoverdi di Fratoianni e Bonelli. Perdendo diversi contributi.
La baruffa però è al Senato. Per le modalità del divorzio. Renzi ha riunito ieri i suoi 7 senatori — assenti i 4 di Azione — per cambiare il nome del vecchio gruppo. Via Azione, via Calenda: sarà “Iv-Il Centro-Renew Europe”. Votazione scontata: 7 sì dai renziani. Ma Azione, appunto, ha presentato ricorso a La Russa, che ora si riserva “approfondimenti” e spera in una “componimento amichevole”. Il ricorso è in punta di cavillo: il quorum per il cambio del nome, da statuto del gruppo, è fissato a due terzi. Secondo Iv, 7 voti bastano, perché la media esatta dei due terzi è 7,3, e per Renzi si può arrotondare per difetto. Per Calenda invece l’arrotondamento va fatto per eccesso. E ognuno cita sentenze. Twitta Calenda: “Dividiamo pure i gruppi, ma no al cambio del nome”. Sostiene l’ex ministro che è una questione di principio.
Ma c’è anche una bega finanziaria. In ballo ci sono 300mila euro di “fondi residui”, cioè i soldi che Iv ha maturato nella scorsa legislatura e che “per la continuità del gruppo”, dopo le elezioni Politiche, sono stati attribuiti al Terzo Polo. Secondo Azione, se Iv formasse un nuovo gruppo, perderebbe quei soldi, perché la “continuità” non ci sarebbe più: “Per questo cambiano il nome, anziché fare un gruppo nuovo”. Secondo Iv invece quei soldi sarebbero comunque salvi, avendo in tasca un accordo siglato a inizio legislatura, che già stabiliva che quella somma sarebbe finita ai renziani. L’accordo in effetti c’è, lo riconosce pure Calenda. Il punto è la “continuità”: la formazione di un nuovo gruppo la compromette o no?
Altra bizza economica: nella lettera a La Russa, Azione contesta l’ingresso nel gruppo unitario di Musolino, ultimo ingaggio di Iv. L’adesione è stata firmata solo dal capogruppo, il renziano Enrico Borghi. Senza la firma della vice calendiana Mariastella Gelmini, come vorrebbe lo statuto. Tecnicismi, ma per questo Azione chiede al Senato di “prevenire qualsiasi violazione del finanziamento dei gruppi, visto l’aumento delle risorse che potrebbe essere riconosciuto al gruppo in conseguenza del (mai legittimamente avvenuto) ingresso di Musolino”. Ogni parlamentare porta in dote ai gruppi 50mila euro l’anno. Per Iv, replica Paita: “Calenda ha mandato messaggi di benvenuto a Musolino nella chat dei senatori”. Un altro classico delle storie che finiscono male: gli screenshot.