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Meloni in Parlamento sfida le opposizioni: “Siete nervosi, come mai?”. Ma è lei a perdere la calma

Al Senato e alla Camera la premier tesa, quasi in lacrime, durante le comunicazioni in vista del Consiglio europeo. Parla di Medio Oriente e migranti. Imbarazzo dei fedelissimi
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ROMA – Non ingannino i baci finali. Non è il partito dell’amore. Giorgia Meloni è uscita dal bunker incattivita. È quasi in lacrime quando finisce di parlare al Senato. Ha un gesto di stizza nel momento in cui chiude alla Camera. Dev’essere umanamente dura parlare di Hamas mentre sui siti campeggia il taglio del ciuffo di Andrea Giambruno. Infatti legge, non va a braccio. Ha stipato in un taccuino verde una decina di cartelle. Ma non c’è in lei la ribalda allegria degli inizi, si percepisce un dolore sordo, un disorientamento: qualcosa di enorme è accaduto, all’interno del suo mondo, e nessuno ha capito ancora che lettura darvi. Nemmeno “Giorgia” offre certezze, visto che gli analisti da giorni stanno cercando di scoprire con chi ce l’avesse veramente nel videomessaggio di domenica al Brancaccio.

È un momento di confusione. I suoi si tengono a discreta distanza, non si sa bene cosa dire in casi come questi, dalle tribune si coglie l’impaccio. Infatti stanno tutti attorno all’uomo dei …

ROMA – Non ingannino i baci finali. Non è il partito dell’amore. Giorgia Meloni è uscita dal bunker incattivita. È quasi in lacrime quando finisce di parlare al Senato. Ha un gesto di stizza nel momento in cui chiude alla Camera. Dev’essere umanamente dura parlare di Hamas mentre sui siti campeggia il taglio del ciuffo di Andrea Giambruno. Infatti legge, non va a braccio. Ha stipato in un taccuino verde una decina di cartelle. Ma non c’è in lei la ribalda allegria degli inizi, si percepisce un dolore sordo, un disorientamento: qualcosa di enorme è accaduto, all’interno del suo mondo, e nessuno ha capito ancora che lettura darvi. Nemmeno “Giorgia” offre certezze, visto che gli analisti da giorni stanno cercando di scoprire con chi ce l’avesse veramente nel videomessaggio di domenica al Brancaccio.

È un momento di confusione. I suoi si tengono a discreta distanza, non si sa bene cosa dire in casi come questi, dalle tribune si coglie l’impaccio. Infatti stanno tutti attorno all’uomo dei conti, Giorgetti: Lollobrigida, Fitto, Calderone gli parlano, Giorgetti, bonario, non dà però l’aria di accoglierli. Tiene le spalle strette. Ci sono più pretese che soldi.

È una strana mattina a Roma, il cielo grigio, sembra che debba piovere da un momento all’altro, invece poi esce il sole. Meloni parla di geopolitica. Ogni tanto alza lo sguardo dai fogli. Racconta della fitta rete di incontri avuti in settimana, più volte si è confrontata con Netanyahu, con il presidente israeliano Herzog, con il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Abu Mazen, con il primo ministro libanese Mikati, il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed, l’emiro del Qatar Al Thani, il re Abd Allah II di Giordania, il presidente egiziano Sisi, il presidente algerino Tebboune e il re del Bahrein Hamad, ha partecipato “alle riunioni del Quint con i leader di Usa, Regno Unito, Francia, Germania”. Vedete, sembra dire, mentre voi guardate i video di Giambruno io mi occupavo dei destini del Medio Oriente. All’inizio incassa applausi pure da sinistra.

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Poi il suo tono s’indurisce. Dedica un capitolo incredibilmente lungo ai migranti, nell’equazione tra la crisi in Medio Oriente e la crescita dell’immigrazione illegale. Quando dice che esiste un legame tra terrorismo e immigrazione illegale a sinistra più di uno allarga le braccia. I battimani arrivano solo da destra. Dice: “Ha sbagliato chi finora, per riflesso ideologico, ha liquidato con sufficienza questo possibile nesso, temendo una stretta rispetto a politiche delle porte aperte che abbiamo conosciuto in passato”. Con le porte aperte vira nell’identitario, si rifugia nella ridotta del soli contro tutti. È consolatorio tornare alle origini missine dei figli di un Dio minore. I lupi solitari vogliono colpirci nella nostra libertà, scandisce. “Non ci riusciranno”. E sembra parlare degli altri lupi, che la circondano e la minacciano nel suo stesso campo politico.

Dicono che Meloni sia preoccupata, teme che possano uscire altri audio, più cattivi ancora. I suoi paventano che possa chiudersi, perdere lucidità. Indulgere in monologhi con se stessa, perdere il tocco. E se cede “Giorgia” crolla l’intera casa. Forse è per questo che torna a invocare i confini, quelli dell’Europa e quelli a difesa della propria vita privata. E davvero tutto è doppio nel suo discorso.

Quando parla di economia, invocando “un approccio pragmatico non ideologico”, alla transizione energetica, o quando dice che “sulla revisione delle regole fiscali europee, il governo ha un’impostazione chiara: si deve trattare di un patto di crescita e stabilità e non di un patto di stabilità e crescita”, Giorgetti annuisce vistosamente. Lollobrigida a un certo punto tira fuori il suo smartphone. I ministri ci sono tutti, ma come assenti.

Per Meloni la maggioranza è unita. “Fatevene una ragione”. Dipinge un’Italia con la schiena dritta (parla di se stessa). Ma le parole sembrano stridere con il linguaggio del corpo, perché per ben tre volte manda baci ai suoi senatori che l’applaudono. Si butta sullo schienale, scossa da un’emozione violenta. Lollobrigida si china per dirle qualcosa, la cognata sembra non ascoltarlo. Il dolore spesso ci rende migliori, il tempo dirà se questa brutta storia cambierà il destino politico della prima donna a palazzo Chigi.

Nel pomeriggio, a Montecitorio, lo schema si ripete.”Vi vedo nervosi, non capisco perché, facciamo altri quattro anni, poi gli italiani ci giudicheranno”. Alza la voce. L’unica nervosa è lei però. Si coglie nell’ultimo duello, con Conte. Gli ricorda indignata che rincorse Merkel per rassicurarla sulle uscite anti europee dei grillini. “Me fermo va’”, in romanesco. Poi batte con una mano il microfono. Mi avete rotto.

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