Chi è Patrizia Scurti, vera regista delle giornate di Meloni. Dentro e fuori Palazzo Chigi. “Non sbaglia mai”, fino alla trappola russa
di Concetto VecchioPatrizia Scurti e Giorgia Meloni
Non bisogna mai esagerare nei giudizi, è nella misura che si vede la saggezza dei leader che vogliono durare. E invece Patrizia Scurti, per Giorgia Meloni, è “la mia padrona”. “Non c’è questione che non sappia affrontare, difficoltà che non sappia risolvere”, ha scritto in Io sono Giorgia. “Non sbaglia mai, una persona di implacabile perfezionismo”.
L’elogio esagerato si volge in nemesi ora che il capo della sua segreteria particolare, “la Kissinger della Meloni”, come l’ha battezzata Il Foglio, è inciampata nel suo primo clamoroso passo falso, autorizzando la telefonata con due sedicenti burloni russi, Vovan e Lexus, che si sono fatti passare per Moussa Faki, il presidente dell’Unione africana. I consiglieri diplomatici di palazzo Chigi si sono fidati del via libera di Scurti, nulla conta più della sua autorità, e c’è in questo dettaglio la vera natura del potere meloniano, dove la fedeltà granitica prevale sulla competenza. Del resto è una specie di vicepremier ombra, la signora Rot…
Non bisogna mai esagerare nei giudizi, è nella misura che si vede la saggezza dei leader che vogliono durare. E invece Patrizia Scurti, per Giorgia Meloni, è “la mia padrona”. “Non c’è questione che non sappia affrontare, difficoltà che non sappia risolvere”, ha scritto in Io sono Giorgia. “Non sbaglia mai, una persona di implacabile perfezionismo”.
L’elogio esagerato si volge in nemesi ora che il capo della sua segreteria particolare, “la Kissinger della Meloni”, come l’ha battezzata Il Foglio, è inciampata nel suo primo clamoroso passo falso, autorizzando la telefonata con due sedicenti burloni russi, Vovan e Lexus, che si sono fatti passare per Moussa Faki, il presidente dell’Unione africana. I consiglieri diplomatici di palazzo Chigi si sono fidati del via libera di Scurti, nulla conta più della sua autorità, e c’è in questo dettaglio la vera natura del potere meloniano, dove la fedeltà granitica prevale sulla competenza. Del resto è una specie di vicepremier ombra, la signora Rottenmeier che tutto governa e tutto decide, se n’è accorto anche l’ambizioso Mario Sechi costretto a fare le valigie dopo soli sei mesi da portavoce.
Minuta, bionda, capelli in piega, tacco alto, sgusciò dalla Fiat 500 che un anno fa condusse Giorgia Meloni al Quirinale per il giuramento. C’era lei sull’auto, non Giambruno. E nel vederla così prossima i cronisti capirono l’importanza che la neopremier le attribuiva. E’ nella vicinanza che si misurano i rapporti di potere. Dietro tante foto, da un anno a questa parte, compare quindi lei, ma silenziosa, riservata, una zarina misteriosa. E misterioso è il mondo dei grandi burocrati che attorniano, suggeriscono, accudiscono ministri e uomini di Stato, nessuno conosce i loro nomi, i loro volti non compaiono sui social, operano con reciproche dipendenze. Patrizia Scurti però è molto più di un capo di gabinetto. È quello che Vincenza Enea fu per Andreotti, Nicola Rana per Moro, Marinella Brambilla per Berlusconi: guardia dell’anima.
È stato Donato La Morte, storico deputato del Msi, a scoprirla. Ed è stato Gianfranco Fini, di cui fu a lungo l’assistente, a metterla in contatto con “Giorgia”. Era la primavera del 2006. Fini convocò Meloni per dirle che l’aveva proposta come vicepresidente della Camera, ma la pregò di accollarsi Scurti. Meloni era convinta che l’avesse convocata per lamentarsi di uno scherzo atroce che i giovani gli avevano apparecchiato ad Atreju: “E’ possibile fare qualcosa per la minoranza cristiana in Turkemenistan dei Kaziri?” gli avevano chiesto in pubblico. E Fini aveva pure risposto. Erano seguite burle a D’Alema, Berlusconi, Veltroni. Invece Fini l’aveva presa sportivamente e le consigliava di collaborare con “Patrizia”. Da allora sono inseparabili.
Scurti gestisce l’agenda, filtra gli incontri, partecipa agli incontri, da Biden a Xi Jinping, sorveglia dalla stanza più luminosa del palazzo del governo, quella che si affaccia su piazza Colonna, il caos quotidiano. Gestisce perfino la dieta della premier: una volta che Meloni andò in vacanza lo stewart le portò un pasto light. Scurti amministra anche le calorie.
“Già fatto!” è la sua risposta preferita, che trova identità nel suo perfezionismo. Meloni si è cullata in questa certezza, fino all’inciampo dell’altro giorno: un’altra botta alla sua immagine di presidente di incrollabile bravura. E si ha l’impressione che gli infortuni non siano casuali. Le incrinature d’immagine si stanno accumulando, e forse non sono incidenti casuali, ma indicano un cambiamento, una crepa.
È comunque sempre l’Italia del tengo famiglia. Infatti Scurti, che guadagna 179,999 euro all’anno, ha il marito che fa il caposcorta della presidente del consiglio. E anche questo è un indizio di come Giorgia Meloni intende il potere, un luogo chiuso, di indefettibili devozioni. “Patrizia” così è “più di un’amica, più di una madre”. Sul profilo whatsapp la consigliera tiene l’immagine di lei abbracciata alla premier, che indossa un cappuccio blu. L’unica che sale in auto con lei, quindi “Giorgia” si accende la sigaretta e l’abitacolo si riempie di fumo. Solo Alfredo Mantovano, il sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio, l’uomo cerniera con gli altri poteri, anche quelli ostili, ha il potere di parlare a tu per tu con Meloni quando la va a trovare. Non vuole testimoni e allora i due si appartano in un salottino.
C’è chi difende la presidente per lo scherzo, ricordando che altri leader ci sono cascati, ma questa semmai è un’aggravante, perché avrebbe imposto un supplemento di sorveglianza. In un gruppo dove prevalgono le divisioni dei poteri, e dei compiti, si capisce, non dove una sola persona decide ogni passaggio. Il potere è sempre stato solitudine, l’impressione è che dopo la beffa russa Giorgia Meloni sia più sola che mai.