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Il premierato secondo Meloni: “Sarà la madre delle riforme”

La premier Meloni tra i suoi due vice, Tajani e Salvini

 (ansa)
Elezione diretta del capo del governo e addio ai senatori a vita nel disegno varato dal Cdm. Confermato il premio di maggioranza del 55%. L’ipotesi del ricorso al ballottaggio
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Eccola qui, la “madre di tutte le riforme”. Non è il sogno di Giorgia Meloni ma vi si avvicina tanto: un premier eletto direttamente dal popolo, la possibilità che venga sostituito con il voto del Parlamento soltanto per una volta e solo da un altro parlamentare di maggioranza, l’addio ai senatori a vita. In conferenza stampa viene direttamente la premier ad annunciare le novità, con il piglio di chi propone, nel suo giudizio, “una rivoluzione per il Paese”.

Meloni: "La riforma costituzionale garantisce la fine dei ribaltoni e la stabilità"

Un progetto di legge che incarna il no del centrodestra ai governi tecnici, che si porta appresso l’insofferenza per esperienze come quelle di Monti o Draghi. Un’iniziativa che altera gli equilibri fra i poteri dello Stato, che limita le prerogative del Quirinale, ma per Meloni siamo davanti a “un intervento minimale sulla Costituzione”. Cambiano quattro articoli, sottolinea. Quanto basta, garantisce …

Eccola qui, la “madre di tutte le riforme”. Non è il sogno di Giorgia Meloni ma vi si avvicina tanto: un premier eletto direttamente dal popolo, la possibilità che venga sostituito con il voto del Parlamento soltanto per una volta e solo da un altro parlamentare di maggioranza, l’addio ai senatori a vita. In conferenza stampa viene direttamente la premier ad annunciare le novità, con il piglio di chi propone, nel suo giudizio, “una rivoluzione per il Paese”.

Meloni: "La riforma costituzionale garantisce la fine dei ribaltoni e la stabilità"

Un progetto di legge che incarna il no del centrodestra ai governi tecnici, che si porta appresso l’insofferenza per esperienze come quelle di Monti o Draghi. Un’iniziativa che altera gli equilibri fra i poteri dello Stato, che limita le prerogative del Quirinale, ma per Meloni siamo davanti a “un intervento minimale sulla Costituzione”. Cambiano quattro articoli, sottolinea. Quanto basta, garantisce la presidente del Consiglio, per dare “stabilità” e “credibilità internazionale” all’esecutivo.

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Gli ultimi ritocchi alla bozza non sono sostanziali: non c’è il simul stabunt simul cadent che era la prima opzione di Meloni: per lei, se un premier viene sfiduciato o si dimette, bisogna tornare al voto. La soluzione trovata è invece quella più gradita a Lega e Forza Italia: in caso di cessazione dalla carica del primo ministro eletto, il presidente della Repubblica dà l’incarico a un collega della stessa maggioranza. Ma se quest’ultimo non riceve la fiducia o interrompe anzitempo il suo mandato, si va alle urne. L’unico vincolo che ha il secondo premier è il rispetto del programma del primo che è stato eletto.

Vincolo abbastanza forte da giustificare il “superamento di ogni trasformismo” sbandierato dal centrodestra? No, secondo alcuni costituzionalisti tra cui Stefano Ceccanti, ex deputato del Pd: “Siamo davanti a un richiamo etereo: il secondo presidente del Consiglio può in realtà costruirsi una maggioranza come vuole”. Unica certezza è che Meloni lascia ancora aperta la porta a un dialogo in Parlamento su questo punto. L’atteggiamento dell’opposizione, al momento, esclude la possibilità che su questo testo ci possa essere l’appoggio dell’opposizione: “Legge pericolosa”, dice Schlein. E anche Matteo Renzi, l’unico che finora si è detto favorevole a una riforma nella direzione di quella approvata da Palazzo Chigi, avverte: “Sì all’elezione diretta del premier, no ai pasticci”.

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Se si andrà a un muro contro muro nel corso della doppia lettura da parte delle Camere (la prima, nei progetti del governo, dovrebbe avvenire entro le Europee), si creeranno le condizioni per un referendum dal rilevante valore politico. Meloni mette le mani avanti: “In caso di bocciatura non mi dimetterò come invece in passato minacciarono di fare altri”.

Molto, in questo complicato passaggio istituzionale, dipenderà dalla legge elettorale che dovrà essere approvata a corredo della riforma. “Se ne occuperà il Parlamento”, rimarca subito Meloni. Nel testo della riforma l’unico riferimento è a una percentuale robusta di seggi da attribuire alla coalizione vincente: il 55 per cento. Gli sherpa del centrodestra studiano una norma all’insegna del maggioritario spinto, con il turno unico e l’innalzamento della soglia di sbarramento per le singole liste. Ciò dovrebbe favorire le grandi aggregazioni: in prospettiva c’è, ad esempio, una lista unica fra FdI e Forza Italia. Meccanismo che dovrebbe portare il candidato premier vincente ad assicurarsi una percentuale di consensi che, se non costituirà la maggioranza assoluta dei votanti, dovrebbe comunque essere rilevante.

Perché uno dei bug di questo testo, a sentire gli esperti, è proprio la mancanza di una soglia minima di consensi per essere eletti. Ciò significa che, sul piano puramente teorico e in base ai sondaggi attuali, oggi Meloni potrebbe vincere anche con il 30 per cento dei voti e con una sola lista, la sua, che avrebbe il 55 per cento dei seggi. Scenario che, ovviamente, offrirebbe profili di incostituzionalità. Anche perché nella riforma non c’è un tetto al numero dei mandati. Il primo round è finito, con un testo sul quale Meloni pone il bollo di “prioritario”. Ma il viaggio versa l’agognata Terza Repubblica, per la leader, è solo all’inizio.

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