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Riforme, Meloni: “Confronto col Colle”. Ma da Mattarella nessun avallo al testo

(ansa)

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La premier rivela ai giornalisti che c’è stata una “interlocuzione”. La Presidenza si asterrà da qualsiasi giudizio
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ROMA – Che peso dare all’interlocuzione col Quirinale rivelata pubblicamente da Giorgia Meloni in conferenza stampa? Alla certificazione di un confronto “con il presidente della Repubblica e con gli uffici del Colle, come avviene sempre con provvedimenti importanti di questo tipo”? Quel passaggio della premier è parso quasi sottolineare un consenso del presidente della Repubblica alla riforma approvata in Consiglio dei ministri. Naturalmente non è così. L’interlocuzione non sottintende alcun sostegno. Non è la legge Meloni-Mattarella, è la legge Meloni e basta. Nessuno, insomma, può dedurne che Sergio Mattarella sia d’accordo con questo premierato, una proposta che degrada la Presidenza della Repubblica a taglianastri. E che depotenzia il Parlamento.

Sia chiaro: uno scambio di opinioni naturalmente c’è stato, fanno notare al Quirinale. Com’è naturale che sia. La ministra Elisabetta Casellati è salita al Colle e ha trovato ascolto. E ovviamente Mattarella autorizzerà la presentazione d…

ROMA – Che peso dare all’interlocuzione col Quirinale rivelata pubblicamente da Giorgia Meloni in conferenza stampa? Alla certificazione di un confronto “con il presidente della Repubblica e con gli uffici del Colle, come avviene sempre con provvedimenti importanti di questo tipo”? Quel passaggio della premier è parso quasi sottolineare un consenso del presidente della Repubblica alla riforma approvata in Consiglio dei ministri. Naturalmente non è così. L’interlocuzione non sottintende alcun sostegno. Non è la legge Meloni-Mattarella, è la legge Meloni e basta. Nessuno, insomma, può dedurne che Sergio Mattarella sia d’accordo con questo premierato, una proposta che degrada la Presidenza della Repubblica a taglianastri. E che depotenzia il Parlamento.

Sia chiaro: uno scambio di opinioni naturalmente c’è stato, fanno notare al Quirinale. Com’è naturale che sia. La ministra Elisabetta Casellati è salita al Colle e ha trovato ascolto. E ovviamente Mattarella autorizzerà la presentazione del disegno di legge alle Camere. Anche questo atto dovuto è stato interpretato, da destra, come un avallo. È semplicemente la Costituzione, che il Capo dello Stato è chiamato ad applicare.

Sul merito, poi, Mattarella non ha detto nulla, né dirà in futuro. Sarebbe un’invasione di campo. Si tratta di una riforma del governo, che dovrà passare dalle Camere. Da quel che risulta, il Presidente si è astenuto dal dare giudizi sulle parti che riguardano i suoi poteri, limitandosi a interloquire sul piano della costituzionalità delle norme. Un suggerimento in questo senso – riferiscono fonti parlamentari – è però arrivato: il Capo dello Stato, da professore di diritto parlamentare, ha fatto notare che impedire il cambio di maggioranza, in caso di crisi, si tramuterebbe in un limite alla libertà di mandato. E così, questo aspetto è stato modificato nell’ultima formulazione del disegno di legge. Restano però molti punti oscuri e pure parecchio arzigogolati. Ad esempio, il passaggio che prevede che il Presidente della Repubblica dovrà vigilare sul rispetto del programma della maggioranza. Come? Con quali sanzioni? Non è chiaro, non può esserlo. E resta incomprensibile anche la volontà di ‘eliminare’ i senatori a vita. Durante la presidenza più cara alla destra, quella di Francesco Cossiga, si è registrato il più alto numero di nomine: ben cinque, tra cui Giulio Andreotti e Gianni Agnelli.

C’è poi un altro dettaglio da non trascurare. Se la riforma marcerà spedita, il referendum si potrà celebrare nel 2025. E il timore, a destra, è che il passaggio possa trasformarsi in una conta proprio su Mattarella, il cui gradimento popolare è altissimo. Gli italiani andranno a votare per difendere un presidente della Repubblica dotato degli attuali poteri o per uno derubricato a notaio? È questa la partita che spaventa gli architetti del premierato. Anche perché – in linea di principio - dopo il referendum la maggioranza potrebbe provocare una crisi e uno scioglimento delle Camere, e quindi eleggere un nuovo Parlamento con le nuove regole. A quel punto, l’attuale Presidente della Repubblica si ritroverebbe con altri quattro anni di mandato (scade nel 2029), ma privato dei suoi principali poteri. Una situazione oggettivamente imbarazzante.

Anche e soprattutto considerando questi nodi, appare ancora più fragorosa la decisione di Meloni di forzare la mano sulle riforme. Una strada che la premier ha scelto di percorrere soltanto alcune settimane fa, nei giorni caldissimi in cui i mercati iniziavano a mettere pressione all’esecutivo. Un orientamento rafforzato anche dalle tensioni generate dalla pubblicazione degli audio di Striscia la Notizia, vissuta a Palazzo Chigi come un ulteriore atto di guerra contro la premier organizzato per ragioni tutte da chiarire. È stato allora, quando ha prevalso definitivamente la tesi del complotto riassunta nella formula “vogliono fermarci, farci cadere”, che la presidente del Consiglio ha sposato la linea del ‘tutto per tutto’. Imponendo un’accelerazione, abbandonando la prudenza che durante il primo anno di governo aveva lasciato intendere – anche al Colle – che le riforme non sarebbero diventate la madre di tutte le battaglie. Lo sono già diventate, indietro non si torna.

C’è di più, in questa strategia del rilancio che propone al Paese un premierato nei fatti fortissimo. C’è la voglia di difendere i prossimi due anni di governo – in piena crisi economica, senza una finanziaria neanche lontanamente espansiva - dietro ad uno slogan, buono da utilizzare eventualmente anche in una campagna elettorale anticipata. È già stato abbozzato, nella prospettiva del referendum: “Basta ribaltoni e governi tecnici, scegli tu chi deve governarti”. Per Meloni, infine, questo premierato va accompagnato anche da una legge elettorale a turno unico che dovrebbe favorire le aggregazioni, imponendo una soglia di sbarramento molto alto. Se non si tratta di un’opa ostile contro gli alleati – la Lega, ma soprattutto Forza Italia – poco ci manca. Di certo, è parte integrante della strategia che la leader ha deciso di giocare. Del “tutto per tutto”, costi quel che costi.

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