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Flop del modello britannico: nessun migrante inviato in Ruanda

Rishi  Sunak

 
Sono stati i giudici inglesi a impedire dal 2022 ad oggi la partenza dei clandestini
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LONDRA - Mentre l’Italia raggiunge un’intesa con l’Albania, sinora il programma del Regno Unito per espellere e deportare migranti e richiedenti asilo “irregolari” in Ruanda è stato un flop: nessuno ha lasciato il suolo britannico. E pensare che si doveva partire a inizio 2022, senza limiti e con un biglietto di sola andata per migliaia di migranti arrivati illegalmente sulle coste britanniche - quest’anno oltre 22mila. Un piano “disumano e illegale” per ong e associazioni per i diritti umani, e che prevede oltre 160 milioni di euro a Kigali per accogliere i migranti e processare le loro richieste.

Invece, a bloccare tutto sono stati prima i giudici inglesi, che hanno impugnato gli ordini di via e bloccato voli in partenza dopo lo stop della Corte Europea dei Diritti Umani. Poi la Corte di Appello britannica. Ora, il governo ha presentato ricorso alla Corte Suprema. Il primo ministro Rishi Sunak e il suo governo devono dimostrare tre cose: che il Ruanda è un “Paese terzo” sicuro per e…

LONDRA - Mentre l’Italia raggiunge un’intesa con l’Albania, sinora il programma del Regno Unito per espellere e deportare migranti e richiedenti asilo “irregolari” in Ruanda è stato un flop: nessuno ha lasciato il suolo britannico. E pensare che si doveva partire a inizio 2022, senza limiti e con un biglietto di sola andata per migliaia di migranti arrivati illegalmente sulle coste britanniche - quest’anno oltre 22mila. Un piano “disumano e illegale” per ong e associazioni per i diritti umani, e che prevede oltre 160 milioni di euro a Kigali per accogliere i migranti e processare le loro richieste.

Invece, a bloccare tutto sono stati prima i giudici inglesi, che hanno impugnato gli ordini di via e bloccato voli in partenza dopo lo stop della Corte Europea dei Diritti Umani. Poi la Corte di Appello britannica. Ora, il governo ha presentato ricorso alla Corte Suprema. Il primo ministro Rishi Sunak e il suo governo devono dimostrare tre cose: che il Ruanda è un “Paese terzo” sicuro per espellere i migranti sbarcati irregolarmente dalla Manica; che rispetterà gli accordi con il Regno Unito; e che lo stato africano non rispedirà indietro quei richiedenti asilo “a rischio”, ossia in Paesi di origine dove potrebbero subire violenze.

Il verdetto dovrebbe arrivare a metà dicembre. Ma qualora la Corte Suprema ponesse il veto, l’ala oltranzista dei tories già minaccia di uscire dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati. Non solo. La settimana scorsa, la ministra falco dell’Interno, Suella Braverman, si è recata a Vienna, dove Regno Unito e Austria hanno firmato un memorandum di cooperazione sui migranti. Vienna si è ripromessa di perseguire simili politiche di espulsioni in Paesi terzi, ma per lei sarà più complicato perché è materia Ue. Difatti anche la Danimarca circa 10 anni fa annunciò lo stesso, ma furono tutte promesse al vento.

La soluzione “offshore” per “fermare i barconi” è stata battezzata dall’Australia nel 2013, quando circa 20mila migranti si avventurarono nell’oceano da Indonesia, India e Sri Lanka. Da allora, Canberra ha adottato una linea durissima, spedendo i migranti irregolari in centri-prigione su isolotti come Nauru (la più piccola repubblica del mondo con i suoi 21 chilometri quadrati) e Papua Nuova Guinea. Una decisione esecrata da ong e associazioni, anche per i centri di accoglienza stracolmi nei primi anni. Tuttavia, il deterrente ora sembra aver funzionato. I campi di Nauru e in Papua Nuova Guinea si sono svuotati e da allora pochissimi barconi all’anno hanno provato a raggiungere l’Australia.

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