Tolkien di Stato. La mostra da 250mila euro che fa felice Giorgia Meloni
di Concetto VecchioUmberto Croppi e Teodoro Buontempo al Campo Hobbit nel 1980
“Come Duce vogliamo il Signore degli anelli”. È un foglio di giornale ingiallito che Umberto Croppi ha conservato nella sua casa a Palestrina. L’Europeo dell’agosto 1980, nel numero che esce nella settimana della strage di Bologna, titola così il reportage di Giovanni Forti sul Campo Hobbit di Castel Camponeschi, un paese disabitato in provincia dell’Aquila. In quel momento Forti è un giovane di sinistra di ventisei anni, l’età dei tremila ragazzi missini che si sono ritrovati in uno strano campeggio senza insegne politiche. Un happening nel nome dello scrittore John Ronald Reuel Tolkien in cui si discute di radio private, ecologia, letteratura fantastica, poesia, si citano Bob Marley e Massimo Cacciari, profeta del “pensiero negativo”. “Ma non sono autonomi creativi. Sono fascisti! Oltranzisti dell’ala dura, quella che fa capo a Pino Rauti”, osserva stupito il cronista. Per la prima volta “i fasci” colpiscono i compagni. Anche Pierluigi Sullo ne scriverà sulla prima pagina del manife…
“Come Duce vogliamo il Signore degli anelli”. È un foglio di giornale ingiallito che Umberto Croppi ha conservato nella sua casa a Palestrina. L’Europeo dell’agosto 1980, nel numero che esce nella settimana della strage di Bologna, titola così il reportage di Giovanni Forti sul Campo Hobbit di Castel Camponeschi, un paese disabitato in provincia dell’Aquila. In quel momento Forti è un giovane di sinistra di ventisei anni, l’età dei tremila ragazzi missini che si sono ritrovati in uno strano campeggio senza insegne politiche. Un happening nel nome dello scrittore John Ronald Reuel Tolkien in cui si discute di radio private, ecologia, letteratura fantastica, poesia, si citano Bob Marley e Massimo Cacciari, profeta del “pensiero negativo”. “Ma non sono autonomi creativi. Sono fascisti! Oltranzisti dell’ala dura, quella che fa capo a Pino Rauti”, osserva stupito il cronista. Per la prima volta “i fasci” colpiscono i compagni. Anche Pierluigi Sullo ne scriverà sulla prima pagina del manifesto. Un pezzo titolato “Evoluzione della razza fascista in un paesino in Abruzzo”. Ed è una contraddizione in questa storia.
Oggi Tolkien è il novello Gramsci della destra. Il preferito di Giorgia Meloni. Dicono che proprio in suo onore si aprirà oggi, alla Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, la mostra dedicata al re del fantasy, a cinquant’ anni dalla morte. Un allestimento sponsorizzato dal ministro alla cultura Gennaro Sangiuliano, costato pare 250mila euro. Tolkien di Stato.
Una passione che ha attirato l’attenzione della stampa inglese (Repubblica ne ha scritto lo scorso 9 novembre), Guardian e Times si chiedevano perché mai i post fascisti volessero appropriarsene in maniera così smaccata. La verità è che la passione per Tolkien affonda le sue radici a sinistra. Nel ’68, tra la generazione dei figli dei fiori, gli Hobbit erano visti come una rivincita della dimensione fantastica e ludica contro la noia del realismo a una dimensione, sicché il Signore degli anelli era ritenuto la Bibbia degli hippies.
Nell’Italia intrisa di ideologia invece il fantastico non tira. Mondadori lo rifiuta. Lo pubblica, su suggerimento del direttore editoriale Alfredo Cattabiani, un editore conservatore come Rusconi, solo che per anni nessuno lo recensisce, sino a quando, nell’aprile del 1975 Marco Tarchi ne scriverà con entusiasmo su La Voce della fogna: “Il libro più fantasmagorico che ci sia mai capitato tra le mani”. “Scoprimmo che Tolkien lo avevamo letto in tanti, ma clandestinamente”, ricorda ora Croppi, che poi lascerà la destra per un percorso ideale tra radicali e La Rete. “Ci accorgemmo che offriva la chiave per una via d’uscita dalla retorica del neofascismo”.
Lo Hobbit, un omino tranquillo, abitudinario, veniva tirato dentro da Gandalf in un’avventura che rompeva il tran tran piccolo borghese. Questo piaceva. La fuga dal conflitto. Il rifugio nel magico. Prese corpo il progetto del Campo Hobbit, raduno estivo dei giovani di destra, ma più immaginario che partito, più divertimento che fede. Era una risposta al festival del Parco Lambro, il raduno del proletariato giovanile promosso dalla rivista Re Nudo, una Woodstock della sinistra extraparlamentare che sognava Macondo, piena di eccessi, droga a fiumi, sesso libero, vandalismi, ribellismi, che anticiperà il tumultuoso 1977.
L’idea del primo Campo Hobbit, a Montesarchio, è di un giovane professore di lettere, Generoso Simeone. Si tiene l’11 e il 12 giugno 1977, l’anno di nascita di Giorgia Meloni. Tra i promotori, oltre a Croppi, Maurizio Guercio, Flavia Perina, Bruno Socillo, Peppe Nanni. Alla seconda edizione, sulla Maiella, si presenta Gianfranco Fini, appena nominato segretario del Fronte della Gioventù. Viene con diffidenza, racconta chi c’era. I rautiani sono il fronte avverso. E il Campo Hobbit rompe con l’ortodossia. Marcello Veneziani li irriderà, “cose da pastorelle”. Ieri su La Verità ha ribadito che a Tolkien preferisce Pinocchio.
Nella terza edizione, in Abruzzo - Tarchi nel frattempo è stato espulso dal Msi per un articolo apparso sulla Voce della Fogna – Giorgio Almirante, il segretario del partito, indispettito per l’assenza di simboli di partito, minaccia di cacciare gli organizzatori. La minaccia funziona: molti non parteciperanno, per paura. Ed è la seconda contraddizione.
Quando Meloni entra nel Fronte della Gioventù Il Signore degli anelli è ormai una lettura obbligata nel suo mondo. L’educazione sentimentale dei fratelli maggiori. La premier si è anche fatta fotografare vestita da Sam Gamgee, uno degli hobbit. Successivamente ha disconosciuto l’immagine, definita “agghiacciante”, ma sono cose che si dicono sempre dopo. Dopodiché “Sam è sempre stato il mio personaggio preferito. Non ha la regalità di Aragorn, la magia di Gandalf, la forza di Gimli o la velocità di Legolas. È solo un hobbit, nella vita fa il giardiniere. Eppure, senza di lui Frodo non avrebbe mai compiuto la missione. Sono le piccole mani a cambiare il mondo, dice Tolkien”. Alla presentazione, oggi pomeriggio, Giorgia Meloni non poteva mancare. Ci è andata con la sorella Arianna, in forma privata.
È signor giornalismo quello di Forti, che nel 1992, da corrispondente negli Usa dell’Espresso, racconterà la sua battaglia contro l’Aids, che lo stroncherà a soli 38 anni. Scriveva nel 1980, dall’Abruzzo : “Nel campeggio non c’è un’atmosfera da adunata nostalgica, non ci sono i simboli dei regimi di Mussolini o Hitler. Sono i giovani di una nuova destra, degli anni Ottanta, che non si ritrovano più nel reducismo fascista ma che sono sempre più simili nell’aspetto e nelle abitudini ai loro coetanei di sinistra”.
È in quell’anno che Croppi e Gianpiero Rubei stringeranno amicizia con Giampiero Mughini, che poi realizzerà Nero è bello, il primo documentario sulla destra in Rai. Quindi i Campi Hobbit, apparentemente privi di ideologia, evasione dalla durezza del reale, sdoganano la destra, la fanno attraversare la Terra di Mezzo, farsi lentamente potere. Un potere desiderabile anche fuori dal recinto. Un esempio di egemonia riuscita. Si capisce ora tanta riconoscenza. Il vecchio Tolkien ha consentito l’uscita dal ghetto.