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Dai mondiali alla città del futuro: ecco perché Riad si è aggiudicata l’Expo 2023 nonostante le violazioni dei diritti umani

La capitale dell’Arabia Saudita, il Paese più conservatore del mondo, ha iniziato nel 2016 la sua rivoluzione con il principe ereditario Bin Salman. Ma il programma di modernizzazione è avvenuto tra arresti, torture e repressione del dissenso
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RAMALLAH – Il 2030 in Arabia Saudita è iniziato sette anni fa. Era il 25 luglio del 2016 Mohammed bin Salman, non ancora principe ereditario ma già responsabile degli Affari economici del regno, annunciava al mondo la sua rivoluzione. Un piano economico e sociale destinato a rivoluzionare il Paese più conservatore del mondo, aprire il mercato del lavoro ai giovani e alle donne (che allora, vale la pena ricordarlo, non potevano ancora guidare e giravano nella grande maggioranza a volto coperto), abolire le politiche di segregazione fra i sessi e il potere della polizia religiosa, diminuire la dipendenza dal petrolio (di cui il regno è il principale produttore al mondo e da cui, in un modo o nell’altro, dipende il 90 per cento dell’economia), aprire il Paese al turismo, all’arte, alle nuove tecnologie. Vision 2030, questo il nome del piano targato Mbs, venne annunciato all’americana: power point, schiere di consulenti, conferenze e viaggi stampa per approfondire i vari aspetti.

Molti al…

RAMALLAH – Il 2030 in Arabia Saudita è iniziato sette anni fa. Era il 25 luglio del 2016 Mohammed bin Salman, non ancora principe ereditario ma già responsabile degli Affari economici del regno, annunciava al mondo la sua rivoluzione. Un piano economico e sociale destinato a rivoluzionare il Paese più conservatore del mondo, aprire il mercato del lavoro ai giovani e alle donne (che allora, vale la pena ricordarlo, non potevano ancora guidare e giravano nella grande maggioranza a volto coperto), abolire le politiche di segregazione fra i sessi e il potere della polizia religiosa, diminuire la dipendenza dal petrolio (di cui il regno è il principale produttore al mondo e da cui, in un modo o nell’altro, dipende il 90 per cento dell’economia), aprire il Paese al turismo, all’arte, alle nuove tecnologie. Vision 2030, questo il nome del piano targato Mbs, venne annunciato all’americana: power point, schiere di consulenti, conferenze e viaggi stampa per approfondire i vari aspetti.

Molti allora, non ci credettero: troppo chiusa, troppo arretrata, troppo lontana dal mondo appariva l’Arabia Saudita. Era un mondo fa: oggi chi va nel Paese trova donne eleganti e truccatissime in prima fila in tutti gli eventi internazionali, gli architetti più famosi del mondo competere per avere spazio a Neom, la città del futuro che sta sorgendo nel deserto davanti al mar Rosso, Andrea Bocelli cantare ad Al Ula e Cristiano Ronaldo giocare nel campionato di calcio. I preparativi già in corso per la Coppa del Mondo di calcio del 2034. Una rivoluzione che sin dall’inizio ha avuto una data fissata: 2030, appunto.

Tutto questo, sia ben chiaro, non è venuto senza un prezzo: il programma di modernizzazione è stato accompagnato da una repressione del dissenso che non ha paragoni nella storia del Regno. Condanne a morte e prigione a vita per oppositori veri e presunti. Anni di carcere per chi esprimeva posizioni anche solo dubitative sui social network. Arresto di dozzine e dozzine di attivisti e attiviste, torture, intimidazioni. Centinaia di membri della famiglia reale imprigionati e depredati dei loro beni con accuse (assai plausibili) di corruzione. E su tutto, l’omicidio di Jamal Kashoggi nel consolato saudita di Istanbul nel 2018: attribuito dalla Cia a un gruppo di uomini alle dirette dipendenze del principe.

Ma nel quadro della modernizzazione, conquistare l’Expo del 2030 e farne la vetrina della nuova Arabia Saudita è stato fin dall’inizio un obiettivo prioritario per Mbs, più ancora della Coppa del Mondo di calcio che Riad si è aggiudicata solo poche settimane fa: per raggiungerlo il principe non ha badato a spese. Le ambasciate saudite nel mondo hanno speso milioni di dollari in programmi di promozione culturale, di assistenza ai Paesi più poveri, di sviluppo in quelli considerati chiave. Nello sforzo, un ruolo centrale lo ha avuto il Pif, il fondo di investimento saudita che in pochi anni è diventato uno dei più ricchi al mondo: proprietario di squadre di calcio come il Newcastle, finanziatore dei principali team del campionato saudita e delle loro folli campagne di acquisto di giocatori. Nonché attore di primo piano nel mondo degli e-games, della Formula Uno, del Golf, delle auto elettriche.

Questi e molti altri progetti in cui il Pif e l’Arabia Saudita tutta sono impegnati sono ancora in divenire. Chi in questi anni ha partecipato a riunioni come Mbs lo dice costantemente: completare ogni aspetto della rivoluzione entro il 2030 è l’ossessione massima del principe. Che forse per allora sarà già re, viste le precarie condizioni di salute del padre, l’anziano re Salman. L’Expo consentirà a Mohammed bin Salman di mostrare al mondo la sua rivoluzione: per questo sin dall’inizio era chiaro che l’Arabia Saudita avrebbe fatto qualunque cosa per vincere la scommessa. Ora sappiamo che c’è riuscita.

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