La riforma del premierato non convince gli ex presidenti della Camera. Fini: “Preferisco il modello tedesco” (che piace al Pd)
di Giovanna VitaleROMA – Il rosso, il bianco, il nero. È una bocciatura in technicolor quella che, in tarda mattinata, illumina l’auletta dei gruppi a Montecitorio: seduti alla roulette del premierato, tre ex presidenti della Camera che più diversi non si può si dichiarano tutti pressoché contrari – pur con sfumature distinte – alla riforma partorita dal governo. Da rivedere, se non addirittura archiviare.
[[(FckEditorEmbeddedHtmlLayoutElement) onecms:0dd0207f-b19d-41e5-8ff0-e540da916039]]
Lo dice tranchant Fausto Bertinotti: «Andiamo verso una deriva autoritaria, è questo il disegno, mettere fine alla Repubblica costituzionale e antifascista», sentenzia l’ex segretario di Rifondazione alzando il pugno chiuso. Lo ribadisce Pier Ferdinando Casini, vecchia scuola democristiana: «Attenzione alla distorsione delle regole democratiche», scandisce, abbandonando il consueto aplomb. E se poi, quando tocca a Gianfranco Fini, persino il mentore di Giorgia Meloni si spinge ad affermare che il ddl Casellati «non …
ROMA – Il rosso, il bianco, il nero. È una bocciatura in technicolor quella che, in tarda mattinata, illumina l’auletta dei gruppi a Montecitorio: seduti alla roulette del premierato, tre ex presidenti della Camera che più diversi non si può si dichiarano tutti pressoché contrari – pur con sfumature distinte – alla riforma partorita dal governo. Da rivedere, se non addirittura archiviare.
[[(FckEditorEmbeddedHtmlLayoutElement) onecms:0dd0207f-b19d-41e5-8ff0-e540da916039]]
Lo dice tranchant Fausto Bertinotti: «Andiamo verso una deriva autoritaria, è questo il disegno, mettere fine alla Repubblica costituzionale e antifascista», sentenzia l’ex segretario di Rifondazione alzando il pugno chiuso. Lo ribadisce Pier Ferdinando Casini, vecchia scuola democristiana: «Attenzione alla distorsione delle regole democratiche», scandisce, abbandonando il consueto aplomb. E se poi, quando tocca a Gianfranco Fini, persino il mentore di Giorgia Meloni si spinge ad affermare che il ddl Casellati «non può essere demonizzato, ma nemmeno incensato», significa che davvero qualcosa non funziona nella madre di tutte le riforme. Anche perché «io ero un convinto sostenitore del semipresidenzialismo francese e lo resto», precisa lo storico capo della destra: un modello «purtroppo» negletto dall’attuale maggioranza, che avrebbe fatto meglio «a guardare al cancellierato tedesco» anziché rifugiarsi in un compromesso indigeribile ai più.
Invitati a esprimersi in ordine alfabetico, il trittico che ha guidato la Camera dal 2001 al 2013 non ha dubbi. È tutto da rifare. E forse non è un caso se il costituzionalista Francesco Saverio Marini, estensore del testo, preferisca andar via prima di intervenire. Il più netto è Bertinotti: «C’è un forte ridimensionamento del ruolo del Presidente della Repubblica. Io penso che viviamo una crisi profonda della democrazia e della politica — già oggi autoritaria, a tendenza oligarchica — e ogni ipotesi di fuga da questi problemi attraverso acrobazie istituzionali sia destinata al fallimento. A meno che non vi sia un obiettivo, cioè usare tali acrobazie come grimaldello per forzare il quadro». Casini richiama invece al dovere di lealtà: «Non prendiamoci in giro. Questa riforma cambia tutto a partire dalla funzione di terzietà del Capo dello Stato, al quale vengono tolti tutti i poteri di moral suasion. Sono poteri a fisarmonica funzionali a momenti di emergenza, una terzietà “senza unghie” si riduce al taglio del nastro». Fini su questo però dissente: «La Costituzione non è un totem intoccabile, mi rifiuto di dire un no a priori», premette. Senza tuttavia celare il rammarico per l’occasione mancata: «Un partito che aveva nel programma elettorale l’opzione presidenzialista ha dovuto prendere atto che non era praticabile perché all’interno della coalizione Lega e FI hanno espresso dissenso per l’elezione diretta del Capo dello Stato», spiega l’ex leader di An. «Meloni è stata realista e ha trovato un’intesa diversa. Mi spiace solo che, non avendo potuto guardare a Parigi, anche alla luce di un fatto politico — la volontà del Pd di ragionare su un’ipotesi di cancellierato — non abbia dato un’occhiata a quel che accade a Berlino. Sarebbe stata una strada più facile da comprendere», riflette Fini, ricordando come la sfiducia costruttiva alla base del modello tedesco rafforzi la stabilità.
Parole che precipitano il dibattito in un acceso botta e risposta con Casini, pronto a ricordare all’ex An «la nascita del governo Monti, al quale anche tu contribuisti con il tuo voto». L’alleato di allora non la prende bene: «Non ti dirò che non hai capito per non essere sgarbato», taglia corto e lancia un avvertimento: «Chi ha un po’ di esperienza sa che le riforme si possono fare a maggioranza, ma poi il referendum può annullare quella volontà». Meglio allora correggere le storture più evidenti: «Occorre ridare al corpo elettorale la possibilità di eleggere i parlamentari. No alle liste bloccate», incalza Fini. Ancora: evitare il premio di maggioranza in Costituzione. E abolire quella «bizzarria» per cui «un presidente del Consiglio eletto dal popolo possa essere sostituito». Vale a dire, ridurre in coriandoli la madre di tutte le riforme.