Forza Italia e il nodo Europee: dalle alleanze alla possibile candidatura di Tajani, le incognite per superare la Lega
di Matteo PucciarelliAntonio Tajani
(ansa)Obiettivo numero uno: un voto in più della Lega. Obiettivo numero due: non andare sotto alla percentuale del 2022, cioè l'8,3 per cento. La Forza Italia orfana di Silvio Berlusconi si prepara al voto delle Europee in uno stato di salute incerto. A sentire un pezzo di partito - quello più vicino al vicepremier Antonio Tajani, oggi alla guida degli azzurri - c'è grande entusiasmo e il congresso in programma tra febbraio a marzo sta lì a dimostrarlo; a sentirne un altro, FI è quotidianamente bullizzata dagli alleati di governo. I fatti in realtà sono abbastanza indicativi: vedi ad esempio l'ultima sconfitta in Consiglio dei ministri sulla mancata proroga al Superbonus; seguita alla mancata ratifica del Mes, con la Lega versione sovranista che si è trascinata dietro FdI, costringendo i forzisti all'astensione e a una mezza figuraccia con i compagni europei del Ppe.
Il voto di giugno darà ragione definitiva a uno dei due schieramenti, per così dire. In mezzo ci sono sei mesi e Tajani ha an…
Obiettivo numero uno: un voto in più della Lega. Obiettivo numero due: non andare sotto alla percentuale del 2022, cioè l'8,3 per cento. La Forza Italia orfana di Silvio Berlusconi si prepara al voto delle Europee in uno stato di salute incerto. A sentire un pezzo di partito - quello più vicino al vicepremier Antonio Tajani, oggi alla guida degli azzurri - c'è grande entusiasmo e il congresso in programma tra febbraio a marzo sta lì a dimostrarlo; a sentirne un altro, FI è quotidianamente bullizzata dagli alleati di governo. I fatti in realtà sono abbastanza indicativi: vedi ad esempio l'ultima sconfitta in Consiglio dei ministri sulla mancata proroga al Superbonus; seguita alla mancata ratifica del Mes, con la Lega versione sovranista che si è trascinata dietro FdI, costringendo i forzisti all'astensione e a una mezza figuraccia con i compagni europei del Ppe.
Il voto di giugno darà ragione definitiva a uno dei due schieramenti, per così dire. In mezzo ci sono sei mesi e Tajani ha ancora diversi nodi da sciogliere, non solo legati alle candidature ma anche alla tenuta stessa del partito, gravato da una montagna di debiti, cioè 90 milioni. Soldi che finora aveva garantito proprio il Cavaliere, anche perché a differenza di altri partiti sui contributi mensili degli eletti finora non c'era stata la disciplina che si vede altrove. La pacchia però pare sia finita e nei giorni scorsi FI ha messo in chiaro che per correre alle prossime elezioni, regionali comprese, bisogna pagare gli arretrati dovuti e non saranno ammesse deroghe.
Messi più o meno in sicurezza i conti, il vicepremier deve intanto decidere se candidarsi lui stesso per Bruxelles. Cioè come farà Giorgia Meloni e come aveva fatto in passato Matteo Salvini. Un modo per pesarsi con le preferenze - ovviamente nessuno di loro farà l'eurodeputato - e che però rappresenta un'arma a doppio taglio. Perché se va bene, uno si rafforza; se va male, su di sé ricade l'onta della sconfitta generale. Poi ci sono le alleanze. Fi farà un accordo con Noi moderati, il piccolo partito sempre collegato al Ppe e guidato da Maurizio Lupi? Le addizioni in politica non funzionano mai, ma i centristi possono valere un 1-2 per cento. E con Alternativa popolare del vulcanico sindaco di Terni Stefano Bandecchi? Su al nord, in Trentino Alto-Adige, si ripeterà lo schema dell'apparentamento con il Südtiroler Volkspartei? Nel 2019 Fi prese l'8,8 per cento eleggendo sei persone, mentre la media dei sondaggi dà oggi gli azzurri al 7,1 per cento. Basta appunto un due per cento di più o di meno per parlare di fallimento oppure di successo.
Dopodiché tanto dipenderà anche, e ovviamente, dalle candidature. Di sicuro nella circoscrizione Italia nord-occidentale corre di nuovo per un terzo mandato l'uscente Massimiliano Salini, 50enne di Comunione e Liberazione, 37 mila preferenze cinque anni fa. In Lombardia conta sempre di più la appena rientrata Letizia Moratti, che non si candiderà, ma di sicuro farà valere il proprio sistema di relazioni con il mondo dell'impresa. Tra l'altro la ex sindaca di Milano è anche una super finanziatrice: lei ha versato 35 mila euro nelle casse azzurre il 30 novembre, il figlio Gabriele 50 mila, l'amico Paolo Scaroni 30 mila. Dopotutto il capoluogo lombardo è la vera culla del berlusconismo, tornare a contare nel nord è quasi una scelta obbligata per sopravvivere allo strapotere dell'asse sovranista che guida del centrodestra. Il revival forzista potrebbe arricchirsi di un'altra candidatura di peso, l'ex governatore lombardo Roberto Formigoni. Lui si sente già in campagna elettorale, i suoi conti con la giustizia sono chiusi, ma una scelta definitiva attorno al suo nome ancora non c'è.
Altro rovello, la ricandidatura o meno di Lara Comi, condannata a 4 anni e 2 mesi per la “Mensa dei poveri”. Sono in corsa invece un altro ex presidente di Regione, ma del Piemonte, cioè il già leghista Roberto Cota; si parla di una possibile corsa dell’imprenditore Paolo Damiliano, candidato sindaco del centrodestra a Torino all’ultimo giro; e di Flavio Tosi, anche lui ex Lega, oggi dominus forzista in Veneto che vorrebbe fare il pienone di preferenze per dimostrare di essere competitivo per il dopo-Luca Zaia. E se l’eurodeputata leghista Stefania Zambelli ha lasciato Matteo Salvini per entrare in Fi, al centro Aldo Patriciello sta facendo il percorso inverso. Mister 80 mila preferenze, campagne elettorali in elicottero, ras delle cliniche private, dovrebbe versare 90 mila euro al partito; ma ha un altro problema e non è di soldi, cioè la concorrenza in Campania di Fulvio Martusciello, appoggiato da Tajani. E siccome con questi numeri nell’Italia centrale per Fi scatta un solo seggio, ecco il trasloco.
Problema simile si pone nell’Italia meridionale e Isole; la Sicilia è un piccolo granaio di voti forzisti, l’ex Italia viva Edi Tamajo si vorrebbe candidare senza gente intorno, ma c’è il catanese Mario Falcone (entrambi sono assessori regionali), la bandiera Caterina Chinnici (figlia di, candidata del centrosinistra alle scorse regionali) e poi un uomo di “area Totò Cuffaro”, chiunque esso sia 70-80 mila preferenze sono assicurate. Belle grane per Tajani e co., di sicuro in FI non ci si annoia. (2 - continua)