Impegnato da tempo a «mettere a fuoco il significato etico e antropologico della tecnologia per l’Homo sapiens», padre Paolo Benanti, teologo e filosofo francescano, è il nuovo presidente della commissione Algoritmi. Il governo Meloni gli ha proposto l’incarico poche ore dopo l’addio polemico del suo predecessore, Giuliano Amato. Il presidente emerito della Consulta aveva notato, in un’intervista a Repubblica, che le destre populiste – «l’abbiamo visto in Ungheria e in Polonia» – percepiscono come un nemico le Corti costituzionali. Alla conferenza stampa di inizio anno Giorgia Meloni è tornata a palesare la propria freddezza nei confronti dell’incarico ad Amato («Credo si sappia che non sia stata una mia iniziativa»), e lui ha colto la palla al balzo: «Questa è una commissione della presidenza del Consiglio, lascio senz’altro l’incarico», ha detto al Corriere della Sera: «Peccato, ci perdono qualcosa...». Nel giro di poche ore, il sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini ha annunciato la nomina del religioso.
Francescano del Terz’Ordine Regolare, classe 1973, professore alla Pontificia Università Gregoriana, padre Benanti è esperto di etica e – con approccio bergogliano – bioetica. Da tempo ha concentrato la propria riflessione sulle possibilità e i rischi – soprattutto per i più fragili della società – dell’intelligenza artificiale. Ha fatto parte della Task Force Intelligenza Artificiale per coadiuvare l’Agenzia per l’Italia digitale, ha collaborato col ministero dello Sviluppo economico e fa parte del comitato Onu di esperti sul tema. Parla di «algoretica», la riflessione etica sull’uso degli algoritmi. Né apocalittico né integrato: la Chiesa è «esperta di umanità», e come tale può contribuire alla «umanizzazione dell’intelligenza artificiale, la trasformazione del progresso in autentico sviluppo umano». Quanto fa paura l’intelligenza artificiale? «Se ben usata e regolamentata, può renderci migliori», ha risposto: «Mi spaventa di più la stupidità naturale». Parola di un uomo di Dio.