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Stellantis tra due Stati ma per i francesi è troppo italiana

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Parigi infastidita dall’attacco di Meloni sulla presunta cessione mascherata. La presenza di un ministro d’Oltralpe nel Cda risale ai tempi della Peugeot
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PARIGI - È un paradosso come solo le vicende a cavallo di Francia e Italia sanno essere, nel groviglio di rivalità, cliché e incomprensioni. Le accuse di Giorgia Meloni sulla poca “italianità” del gruppo Stellantis sono accompagnate Oltralpe da una lettura speculare e contraria. In Francia tanti si sono convinti che le nozze del costruttore Psa con Fiat Chrysler abbiano provocato una perdita di “francesità”. È un sospetto emerso sui media e nei sindacati fin dall’annuncio dell’operazione avvenuta quattro anni fa, e che da allora si ripete ad ogni occasione in cui il Ceo di Stellantis Carlos Tavares si esprime sull’Italia, subito accusato di trascurare la Francia.

Quel matrimonio, vale la pena ricordarlo, è arrivato dopo le iniziali resistenze del governo francese, che aveva fatto naufragare l’offerta di Fca per Renault, proprio qualche mese prima di dare il via libera all’operazione Stellantis. Una fusione “alla pari” come ha sottolineato più volte il ministro dell’Economia Bruno Le M…

PARIGI - È un paradosso come solo le vicende a cavallo di Francia e Italia sanno essere, nel groviglio di rivalità, cliché e incomprensioni. Le accuse di Giorgia Meloni sulla poca “italianità” del gruppo Stellantis sono accompagnate Oltralpe da una lettura speculare e contraria. In Francia tanti si sono convinti che le nozze del costruttore Psa con Fiat Chrysler abbiano provocato una perdita di “francesità”. È un sospetto emerso sui media e nei sindacati fin dall’annuncio dell’operazione avvenuta quattro anni fa, e che da allora si ripete ad ogni occasione in cui il Ceo di Stellantis Carlos Tavares si esprime sull’Italia, subito accusato di trascurare la Francia.

Quel matrimonio, vale la pena ricordarlo, è arrivato dopo le iniziali resistenze del governo francese, che aveva fatto naufragare l’offerta di Fca per Renault, proprio qualche mese prima di dare il via libera all’operazione Stellantis. Una fusione “alla pari” come ha sottolineato più volte il ministro dell’Economia Bruno Le Maire. È vero che lo Stato francese ha un suo rappresentante nel board di Stellantis - come ha detto Giorgia Meloni - ma perché era già presente nel cda di Psa, in quanto era andato in soccorso della famiglia Peugeot nel 2012, diventando azionista. La partecipazione del 6,2% in Stellantis, via la Banque publique d’investissement, è quindi l’eredità di una storia più lunga, e non garantisce al governo di Parigi di poter indirizzare come meglio crede le decisioni del gruppo.

Qualche mese fa, Le Maire ha invitato Stellantis a dare prova di “patriottismo” rimpatriando in Francia la produzione di piccoli veicoli elettrici come la Peugeot 208. Ma il ministro non è stato accontentato, visto che la fabbrica di riferimento per quel modello resta Saragozza, in Spagna. Il Ceo Carlos Tavares si è giustificato sottolineando la concorrenza cinese. E a riprova del fatto che Stellantis resta un gruppo privato con la sua autonomia rispetto al governo di Parigi - è delle ultime ore l’annuncio della soppressione di 600 posti di lavoro nello stabilimento di Mulhouse - ci sono le dichiarazioni di Emmanuel Macron sullo stipendio di Tavares, oltre 23 milioni di euro nel 2022. «Scioccante ed eccessivo», aveva commentato il capo di Stato.

Con le accuse di Meloni riemerge una vecchia ossessione anti-francese. Un’ostilità coltivata dentro Fratelli d’Italia ancora prima di arrivare al potere. Negli ambienti diplomatici a Parigi alcuni ricordano i rapporti del Copasir, presieduto da Adolfo Urso, che allertavano sulle troppe acquisizioni francesi in Italia. E l’atteggiamento non è molto cambiato da quando FdI è arrivato al governo, con l’apertura di vari fronti su gruppi o dirigenti francesi presenti nel nostro Paese. L’ultima prova si è avuta con il veto posto dal governo Meloni contro Safran, multinazionale dell’aviazione e della difesa controllata dal governo di Parigi, a proposito dell’acquisizione dell’ex Microtecnica, società specializzata in componenti aeronautici oggi di proprietà del gruppo americano Collins Aerospace. A novembre, pochi giorni prima dell’anniversario del Trattato del Quirinale, il governo ha esercitato il golden power per bloccare l’offerta francese, adducendo ragioni di “sicurezza nazionale”. Un affronto, deciso insieme alla Germania, che non è stato digerito a Parigi.

Se Meloni e Macron hanno trovato una convivenza istituzionale, cercando di portare avanti alcuni dossier, la vena antifrancese a Palazzo Chigi non è scomparsa. Alcuni macronisti sono convinti che l’ispiratore di tanti attacchi sia Giovanbattista Fazzolari. Il più francese dei meloniani ha infatti vissuto a Metz, in Lorena, seguendo suo padre diplomatico, e facendo gli studi al liceo Chateaubriand di Roma. Il “Richelieu” della premier, che si vanta di conoscere bene la società francese e cita tra i suoi libri preferiti “L’uomo che ride” di Victor Hugo, ha frenato a lungo l’organizzazione della prima visita a Parigi della premier. E sempre lui ha teorizzato di non riscaldare troppo i rapporti con Macron e con una Francia che dovrebbe - così ha spiegato a Le Monde - smettere di considerare l’Italia come “la sorellina minore”.

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