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Pasticcio premierato. Su sfiducia e poteri pronti altri ritocchi. E anche Iv ha dubbi

(ansa)
Le ultime modifiche vanno a impattare su articoli della Costituzione che non dovevano essere toccati
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ROMA — Il ddl Casellati sul premierato potrebbe cambiare ancora rispetto alla formulazione presentata dal governo appena lunedì, per di più su uno dei punti più delicati: i poteri del presidente del Consiglio eletto in caso di sfiducia.

Ad annunciarlo a palazzo Madama è stata la ministra forzista per le Riforme Maria Elisabetta Casellati. Cui ha subito dato man forte il presidente del Senato Ignazio La Russa: «Se ci sarà necessità di valutare ulteriori emendamenti ci prenderemo tutto il tempo necessario», ha tagliato corto il co-fondatore di Fratelli d’Italia. Segno che nella fretta di correggere il testo varato in Cdm, già limato varie volte per comporre i dissidi interni alla maggioranza, sono stati aggiunti passaggi poco chiari, forieri di interpretazioni controverse, che di fatto vanno a impattare su altri articoli della Costituzione che in teoria non dovevano essere toccati.

Un pasticcio. Consumato su una riforma scritta e riscritta per assecondare la richiesta di Giorgia Meloni …

ROMA — Il ddl Casellati sul premierato potrebbe cambiare ancora rispetto alla formulazione presentata dal governo appena lunedì, per di più su uno dei punti più delicati: i poteri del presidente del Consiglio eletto in caso di sfiducia.

Ad annunciarlo a palazzo Madama è stata la ministra forzista per le Riforme Maria Elisabetta Casellati. Cui ha subito dato man forte il presidente del Senato Ignazio La Russa: «Se ci sarà necessità di valutare ulteriori emendamenti ci prenderemo tutto il tempo necessario», ha tagliato corto il co-fondatore di Fratelli d’Italia. Segno che nella fretta di correggere il testo varato in Cdm, già limato varie volte per comporre i dissidi interni alla maggioranza, sono stati aggiunti passaggi poco chiari, forieri di interpretazioni controverse, che di fatto vanno a impattare su altri articoli della Costituzione che in teoria non dovevano essere toccati.

Un pasticcio. Consumato su una riforma scritta e riscritta per assecondare la richiesta di Giorgia Meloni di dare più poteri all’inquilino di Palazzo Chigi benedetto dall’investitura popolare e meno al presidente della Repubblica. Nell’ultima versione del governo perfino la scelta se andare al voto o meno in caso di dimissioni e impedimento del premier eletto spetterebbe a quest’ultimo, mentre l’art.88 della Costituzione assegna espressamente tale prerogativa al capo dello Stato. Come se non bastasse, in commissione Affari costituzionali del Senato gli emendamenti proposti dall’esecutivo sono arrivati in ritardo, costringendo le opposizione a una corsa contro il tempo per depositare i sub-emendamenti — all’incirca duemila — entro oggi alle 15.

A suscitare forti perplessità è la parte del testo in cui si prevede che il premier eletto può chiedere le elezioni anticipate nel caso di sfiducia con “mozione motivata” e in quello di dimissioni volontarie (per esempio per una crisi politica extraparlamentare), senza però specificare cosa avviene nell’ipotesi più frequente di un governo che pone la fiducia su un provvedimento — per esempio la legge di Bilancio — e gli viene negata.

Le dimissioni, hanno sostenuto i costituzionalisti, ma anche il senatore di FdI Marcello Pera, sono obbligatorie e non volontarie, quindi si aprirebbero dubbi su cosa dovrebbe fare il presidente della Repubblica. Casellati ha ripreso la tesi del professore Francesco Saverio Marini, consigliere giuridico di Meloni, secondo il quale un presidente del Consiglio sfiduciato su un singolo atto non è obbligato a dimettersi. Le sue eventuali dimissioni sarebbero dunque volontarie, dandogli la possibilità di chiedere elezioni anticipate o «passare la palla», come ha detto Casellati, a un premier di riserva, espresso dalla stessa maggioranza. «Se la parola “volontarie” dovesse dar luogo a problemi di interpretazione non c’è nulla di immodificabile nella vita tranne la morte — ha spiegato la ministra per le Riforme — nella maggioranza c’è un accordo per evitare che il secondo premier possa avere più poteri del primo». Una modifica lessicalmente minima, ma che aumenterebbe ancora di più i poteri del premier eletto rispetto ai partiti della coalizione, dato che potrebbe sempre minacciare le elezioni anticipate: una soluzione che a Meloni piace, ma che la Lega sembra giudicare troppo squilibrata in favore del premier eletto.

Intanto l’opposizione annuncia le barricate in Parlamento. Compresa Iv, inizialmente favorevole: «Se fanno un “pasticcellum” noi non lo votiamo», annuncia il capogruppo in Senato Enrico Borghi. Pd e Avs sono invece per la linea dura: «Questo ddl è inemendabile», dicono Dario Parrini e Peppe De Cristofaro, pronti all’ostruzionismo. Sulla stessa linea Azione, che propone di approvare una soluzione alla “tedesca” con la sfiducia costruttiva: «Il premierato è ideato male, scritto peggio e destinato a diventare l’ennesimo scontro in un referendum che non porterà a nulla — dice Carlo Calenda — l’esecutivo vuole uno scontro che gli consente di essere governo e opposizione insieme e non vuole parlare dei problemi su cui non sta riuscendo a incidere ma buttarla in caciara».

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