“Sul terzo mandato hanno tradito gli accordi”. Ma nel mirino dei riformisti Pd c’è l’alleanza con Conte
di Lorenzo De CiccoROMA — Se un pezzo di Pd sbuffa in queste ore come un cuociriso, è perché si va molto oltre il merito della questione, il terzo mandato. Per dire: nemmeno tutto il fronte che un anno fa aveva sostenuto Stefano Bonaccini al congresso è graniticamente a favore della misura cara a Salvini. Il punto è un altro. Anzi sono due. Il primo è quasi personale. I big della minoranza dem, a cominciare da Bonaccini, nei conversari di queste ore imputano alla segretaria Elly Schlein il «tradimento» del patto raggiunto in Direzione nazionale lunedì. Di avere cercato ieri, in Commissione Affari costituzionali e ancora prima nella riunione dei senatori dem, una prova di forza interna, per imporre la sua linea e mettere all’angolo i famigerati “cacicchi”, a cominciare da Vincenzo De Luca in Campania. C’è chi arriva a dipingere la strategia della leader come «un tranello studiato», dunque in malafede, perché sarebbe stato sconfessato il compromesso faticosamente raggiunto quattro giorni fa.
L’altra quest…
ROMA — Se un pezzo di Pd sbuffa in queste ore come un cuociriso, è perché si va molto oltre il merito della questione, il terzo mandato. Per dire: nemmeno tutto il fronte che un anno fa aveva sostenuto Stefano Bonaccini al congresso è graniticamente a favore della misura cara a Salvini. Il punto è un altro. Anzi sono due. Il primo è quasi personale. I big della minoranza dem, a cominciare da Bonaccini, nei conversari di queste ore imputano alla segretaria Elly Schlein il «tradimento» del patto raggiunto in Direzione nazionale lunedì. Di avere cercato ieri, in Commissione Affari costituzionali e ancora prima nella riunione dei senatori dem, una prova di forza interna, per imporre la sua linea e mettere all’angolo i famigerati “cacicchi”, a cominciare da Vincenzo De Luca in Campania. C’è chi arriva a dipingere la strategia della leader come «un tranello studiato», dunque in malafede, perché sarebbe stato sconfessato il compromesso faticosamente raggiunto quattro giorni fa.
L’altra questione è tutta politica. Riguarda l’asse con i 5 Stelle. Intorno al governatore dell’Emilia Romagna e presidente del Pd, leggono la mossa di Schlein di ieri come la riprova di un Pd schiacciato sull’ex premier. «Dobbiamo votare contro il terzo mandato per non rompere con Conte alla vigilia delle elezioni sarde», hanno ripetuto ieri, nel vertice dei senatori, sia Dario Franceschini che il capogruppo Francesco Boccia. Nella minoranza poi c’è chi ricorda con quale «tatto» siano stati trattati gli ordini del giorno dei 5S sull’Ucraina e sul Medio Oriente, negli ultimi mesi, per evitare che le fratture venissero a galla. Mentre, al contrario, «nessuno si cruccia se in Parlamento ci comportiamo all’opposto rispetto ad Azione e Iv», che ieri hanno votato in modo diverso dal Pd.
Una narrazione che naturalmente dal fronte Schlein smentiscono seccamente, parlando di una decisione collegiale, a Palazzo Madama, sostenuta dal grosso dei senatori, inclusi alcuni bonacciniani. Tanto che tutti gli esponenti dem in Commissione hanno votato come da indicazioni, contro il terzo mandato. Il che è vero, anche se in diversi, da Alessandro Alfieri a Simona Malpezzi e Graziano Delrio, non certo peones, durante la riunione interna avevano spinto per uscire dall’aula, in modo da non rompere con i sindaci. Perché questo sarebbe stato il «compromesso».
Per capire cosa si sia rotto, al Nazareno, portando il correntone di minoranza a cassare per la prima volta pubblicamente (e duramente) le scelte della leader, va riavvolto il nastro di qualche giorno. Bisogna tornare appunto a lunedì, alla Direzione nazionale. È in quella sede che Bonaccini avrebbe proposto a Schlein una mossa secca: votare con la Lega sul terzo mandato, per provare a mandare sotto Meloni. Operazione diventata quasi impossibile, quando il Movimento ha chiarito che si sarebbe opposto al terzo mandato, insieme a FdI e FI. Ma il fronte degli amministratori locali dem — da De Luca al pugliese Michele Emiliano, ai sindaci Antonio Decaro e Dario Nardella, Matteo Ricci e molti altri — premeva per votare comunque a favore. Da qui è nata la trattativa. Prima per sopire le frizioni in Direzione. Poi per trovare una scappatoia gradita a tutti in Senato.
Schlein, per chiudere la pratica in Direzione, aveva affidato la questione a un «gruppo di lavoro», che avrebbe dovuto tenere in conto la posizione degli amministratori. La promessa: arrivare a una proposta di riforma «organica» sui vertici di Regioni e Comuni, in cui affrontare anche il nodo dei mandati. Invece ieri è arrivato il no all’emendamento leghista. Questo sarebbe il «tradimento» di cui parlano tanti, nell’area Bonaccini, che ora chiede espressamente «un chiarimento» alla segretaria. Una resa dei conti. O, per dirla in modo più morbido, un tentativo di pacificazione, prima della conta in Aula la prossima settimana. Perché la Lega ripresenterà l’emendamento nell’emiciclo di Palazzo Madama e i dem rischiano, stavolta sì, di spaccarsi anche nella conta. Senza un chiarimento, tra i “falchi” della minoranza c’è addirittura chi ragiona in queste ore su una soluzione drastica: uscire dalla segreteria unitaria. A tre mesi dalle Europee.
Ma il vero nodo da chiarire con Schlein, più che il terzo mandato, è il presunto «appiattimento» sui 5 Stelle. In questo clima, per la segretaria le elezioni in Sardegna di domenica diventano davvero uno spartiacque. Vincere significherebbe spazzare via le critiche, confermare che la linea di appeasement con Conte premia e mette in seria difficoltà Meloni. Perdere, invece, regalerebbe gli avversari interni un argomento in più. E molto più difficile da dettare.