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La Lega ora pensa allo “sgambetto” in Sardegna. E Meloni cerca Zaia

(ansa)

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Corsa al voto disgiunto alle urne di domenica. Palazzo Chigi apre a una ripresa del progetto dopo le Europee, se il Carroccio rinnoverà la sua leadership
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ROMA — Due trappole. Una studiata a Palazzo Chigi, l’altra pianificata a via Bellerio. Una per mettere in crisi la premier, l’altra per emarginare il segretario della Lega. Giorgia Meloni e Matteo Salvini, nonostante quel dirsi «amici» su un palco di Cagliari, non sono mai stati così distanti. Perché il Carroccio è al limite dell’implosione, dopo la prima bocciatura del terzo mandato al Senato. Perché la Sardegna rischia di bloccare la cavalcata della presidente del Consiglio verso le Europee. Un passaggio talmente delicato, quello sull’Isola, che anche Ore 11 — il Mattinale ideato da Giovanbattista Fazzolari — ammette la portata della sfida: «Il voto è considerato da più parti un test nazionale: in particolare, Meloni e Schlein potrebbero trarre qualche indicazione sulle future strategie politiche in vista delle Europee». Se non un avvertimento all’alleato scalpitante, qualcosa di molto simile.

Con ordine. La prima trappola, dunque. Nasce come fallo di reazione all’intransigenza di …

ROMA — Due trappole. Una studiata a Palazzo Chigi, l’altra pianificata a via Bellerio. Una per mettere in crisi la premier, l’altra per emarginare il segretario della Lega. Giorgia Meloni e Matteo Salvini, nonostante quel dirsi «amici» su un palco di Cagliari, non sono mai stati così distanti. Perché il Carroccio è al limite dell’implosione, dopo la prima bocciatura del terzo mandato al Senato. Perché la Sardegna rischia di bloccare la cavalcata della presidente del Consiglio verso le Europee. Un passaggio talmente delicato, quello sull’Isola, che anche Ore 11 — il Mattinale ideato da Giovanbattista Fazzolari — ammette la portata della sfida: «Il voto è considerato da più parti un test nazionale: in particolare, Meloni e Schlein potrebbero trarre qualche indicazione sulle future strategie politiche in vista delle Europee». Se non un avvertimento all’alleato scalpitante, qualcosa di molto simile.

Con ordine. La prima trappola, dunque. Nasce come fallo di reazione all’intransigenza di Meloni sul terzo mandato. Da settimane, Salvini prega la leader di dargli ascolto, di non umiliarlo in Parlamento perché Luca Zaia lo tallona, preme, rischia di metterlo in difficoltà nel partito. Niente da fare: lo schiaffo di ieri ha sancito l’irrilevanza del leghista di fronte alle richieste dell’ala veneta. La vendetta politica prenderà forma nelle prossime ore. I leghisti sardi, è il tam tam che si rincorre sull’Isola in queste ore, vogliono punire il meloniano Paolo Truzzu, candidato governatore di FdI imposto contro l’uomo scelto dal Carroccio, Christian Solinas. E vogliono farlo intensificando un’opzione che già da giorni agita Palazzo Chigi: il voto disgiunto. Una X sulla lista di centrodestra, un’altra su un candidato governatore di un’altra coalizione.

Da giorni, Salvini batte l’Isola. Vede gente, stringe mani. Quando non è su un palco, si spende soprattutto per il partito: votate le liste della Lega. L’altro ieri, durante il comizio di Cagliari, i militanti con le bandiere padane sono rimasti a braccia conserte ogni volta che qualcuno dal palco chiedeva di votare Truzzu. Un segnale inequivocabile. Uno scenario tra l’altro chiarissimo anche al medesimo Truzzu, che si sfogava nel backstage: «Salvini sta facendo una lunga campagna qui in Sardegna perché è dato molto basso nei sondaggi. Per questo chiede di votare per le sue liste». Come a dire: lo fa per sé, soprattutto, a me pensa meno. Il timore di queste ore, dopo la spaccatura al Senato sul terzo mandato, è che l’ordine di scuderia diventi ancora più radicale. E orienti il consenso verso Renato Soru. Lo stesso, anzi peggio, sembra pronto a fare il Partito sardo d’Azione. Una fetta dei “sardisti” sceglierà la Presidente del centrosinistra, un’altra l’imprenditore. E lo stesso Solinas, preoccupato dalle difficoltà di riuscire ad essere eletto alle Europee nella circoscrizione insulare, raccontano che sia poco incline a sostenere chi l’ha scacciato dal palazzo del governo regionale.

Meloni è ormai avvertita del rischio di un clamoroso capitombolo. Ritiene l’offensiva di Salvini delle ultime settimane la vera causa di questa flessione nel consenso. Ed è stufa, prima ancora che stanca. Raccontano fonti a lei vicine che starebbe già ragionando su uno schema alternativo, che parte da un presupposto: per continuare a governare è comunque necessaria la Lega. E siccome la previsione è che il Carroccio scivoli molto in basso nelle percentuali elettorali delle Europee, si attrezza. Con un Salvini debole, potrebbe favorire una nuova fase. Ribalterebbe lo schema, proponendo a Zaia un patto che suona così: ti concedo il terzo mandato, in cambio di una “normalizzazione” del Carroccio. L’obiettivo sarebbe duplice: offrirgli il Veneto, ma nei fatti anche la scalata della Lega. Orientando, soprattutto, la trasformazione del partito in una forza desalvinizzata, meno radicale, più affidabile. Un indizio — ancora vago — l’ha fornito ieri una meloniana come Wanda Ferro, sottosegretaria all’Interno: «Ci sono posizioni diverse che si potranno ridiscutere nel Testo unico degli Enti locali. Poi magari si rimane su posizioni differenti, ma si deve avere l’intelligenza di confrontarsi». Un segnale. Rivolto proprio a Zaia.

Annusata la trappola, Salvini sgomita a ritmo crescente. Ed è per questo che è pronto ad addossare un’eventuale sconfitta di Truzzu a Palazzo Chigi, in nome di un principio: non si può gestire con le forzature una coalizione, serve un’inversione di rotta. Le sentinelle parlamentari meloniane sono già in allerta: da lunedì — dovesse verificarsi davvero l’inimmaginabile in Sardegna — potrebbe determinarsi un’escalation del Carroccio. A quel punto, anche il voto in Aula sul terzo mandato, che i leghisti intendono riproporre, diventerebbe un salto nel buio. Dagli effetti politici impronosticabili.

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