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Sardegna al voto, la vigilia in pellegrinaggio da Gigi Riva sull’isola che non ha più leader

Il pellegrinaggio alla tomba di Gigi Riva a Cagliari 

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“Qui o mangi o ti curi”. Il voto riluttante e senza grandi speranze della città che Truzzu governa
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E poi una signora scoppia a piangere. Ci si sente come degli intrusi. Perché davanti alla tomba di Gigi Riva dolore privato e pubblico si mescolano. Infatti inizialmente, se ti presenti, ti guardano con sospetto isolano. Bisogna chiedere con tatto, come davanti a un parente che non c’è più. Riva, il più grande attaccante del calcio italiano, l’eroe dello scudetto del Cagliari, è morto da più di un mese e la gente sarda continua ad accorrere in pellegrinaggio al cimitero di monumentale di Bonaria. Processione civile. Atto di fede popolare. Non è incredibile?

«Noi veniamo ogni sabato», ammette Gianni Pisanu, 70 anni. «Vede, sembrava sardo anche se non lo era, questo ci piaceva di lui». I suoi fratelli, Salvatore e Cesare annuiscono. «Io ho conservato la zolla dello stadio Amsicora il giorno della vittoria in campionato, nel 1970», racconta Alessandro Fiori. «Siamo cresciuti con lui», confessa la signora Andreina Ena. Lei e il marito sono venuti da Decimoputzu. Il marito, Massimo, i…

E poi una signora scoppia a piangere. Ci si sente come degli intrusi. Perché davanti alla tomba di Gigi Riva dolore privato e pubblico si mescolano. Infatti inizialmente, se ti presenti, ti guardano con sospetto isolano. Bisogna chiedere con tatto, come davanti a un parente che non c’è più. Riva, il più grande attaccante del calcio italiano, l’eroe dello scudetto del Cagliari, è morto da più di un mese e la gente sarda continua ad accorrere in pellegrinaggio al cimitero di monumentale di Bonaria. Processione civile. Atto di fede popolare. Non è incredibile?

«Noi veniamo ogni sabato», ammette Gianni Pisanu, 70 anni. «Vede, sembrava sardo anche se non lo era, questo ci piaceva di lui». I suoi fratelli, Salvatore e Cesare annuiscono. «Io ho conservato la zolla dello stadio Amsicora il giorno della vittoria in campionato, nel 1970», racconta Alessandro Fiori. «Siamo cresciuti con lui», confessa la signora Andreina Ena. Lei e il marito sono venuti da Decimoputzu. Il marito, Massimo, indossa la tuta del Cagliari: «Ci gridavano banditi e pastori, e lui scelse noi, e non i soldi della Juventus. Sono cose che non si dimenticano». Molti ricordano, a bassa voce, che ultimamente passeggiava silenzioso per via Dante, o mangiava da solo al ristorante La Stella Marina, «quando lo incontravi bastava un cenno con gli occhi e lui increspava le labbra per risponderti, nessuno di noi è mai stato invadente», dice una signora. Fioriscono i ricordi. I duelli con Morini e Burgnich. Quella volta che De Sisti gli disse «non passiamo di qui che ho paura» e Riva: «A me qui non fanno un cazzo». Roberto Pisano racconta: «Una volta imboccai con troppa disinvoltura via Tola, frenai di botto davanti a un pedone, e un signore mi urlò in sardo: “O callone!”. Ohi, coglione. Mi girai. Era lui, Gigi Riva». Un giovane bacia il drappo rossoblù intrecciato al cancello. Una madre spiega a un bambino che Gigi Riva faceva tanti gol.

Perché queste persone continuano a venire qui?

Nella Sardegna che oggi va al voto (seggi aperti dalle 6,30 alle 22, lo spoglio domani) orfana di grandi leader politici, senza più punti di riferimento, nel deserto sociale che è la società deprivata dai partiti di massa, questa fila religiosa ci dice che abbiamo bisogno di protezione e di eroi popolari in cui credere. «Io non andrò a votare», rivela una donna. «Sono tutti uguali». «Io lo farò turandomi il naso», ammette il signor Vincenzo D’Atri. Truzzu o Todde? chiediamo. «Tendenzialmente sono di centrodestra», risponde con discrezione. «Qui o mangi o ti curi», racconta il signor Ema. «Si cura solo chi ha i soldi, i trasporti costano troppo», approva la moglie. «Abbiamo ferrovie come nell’Ottocento», sottolinea D’Atri. «Dopodiché non riusciamo a stare lontani da qui, ci viene il mal di Sardegna, quando siamo fuori dopo un po’ sentiamo irresistibile il bisogno di tornare». Gigi Riva aveva trovato casa. Ed era di lunghi silenzi. «Per noi l’amicizia è tutto», Salvatore Pisano. «Ho conservato gli abbonamenti del Cagliari di Gigi», ammette. Un tifoso del Napoli, Mauro Cristarella Orestano, fa una foto alla bara schermata da una coperta rossa. «Anche De Andrè scelse la Sardegna», fa notare D’Atri.

Lo storico Luciano Marrocu, l’autore di Storia popolare dei sardi e della Sardegna (Laterza), mi racconta che la borghesia cittadina dell’Antico caffè di Cagliari giudica pessimo Truzzu, forse il peggior sindaco d’Italia (e nonostante ciò imposto da Giorgia Meloni), eppure oggi voterà per la destra. «Per avversione antropologica alla sinistra. Ma qui più che Truzzu contano le frequentazioni, le preferenze agli amici degli amici! Si votano i candidati». «Ti mettono in tasca buste di santini, e ti dicono noi scegliamo la persona, destra e sinistra si equivalgono», gli fa eco la moglie, Alessandra Piras, che dirige il Filmfestival. La borghesia progressista è spaventata da un’eventuale vittoria dei meloniani. «Sono nervosa, non deve succedere», ammette Piras. «Non deve succedere!» ci aveva detto pure Vera Ciusa, vecchia militante per i diritti delle donne, l’altra sera prima del comizio di Alessandra Todde.

La Sardegna ha un milione e mezzo di abitanti, ma la partita si decide a Cagliari, che, circondario incluso, conta quattrocentomila elettori. Che un sindaco del capoluogo, disistimato dai suoi cittadini possa diventare addirittura presidente della Regione, solo perché espressione del partito della premier, dovrebbe suonare come un grande allarme sulla crisi della politica. Del resto tutto è mutato. Orgosolo, dove il Pci aveva il 70 per cento, ora vota a destra. Il Sulcis non è più una roccaforte della sinistra. Le delusioni sono state troppe. La sinistra si è ritrovata senza popolo, e il radicamento, spesso clientelare, della destra ha fatto più presa. I più parlano bene di Alessandra Todde, una manager che parla una lingua di verità, ma l’esito è nelle mani di Renato Soru, che ha deciso di rovinare i piani del centrosinistra correndo da solo. «Renato non lo capisco», ammette Marrocu. «Ero un suo sostenitore, invece rischia di far vincere la destra».

Cosa scriverebbe di queste elezioni Michela Murgia? Se vince Todde le alleanze si rimescolano, se perde continua il lungo inverno sovranista. Marrocu non crede che il voto disgiunto dei sardisti sarà decisivo, ma in città si mormora che anche i riformisti del Pd, che non hanno digerito Todde, potrebbero segretamente scegliere Soru.

La tomba di Riva non è indicata. Non c’è nessuna segnaletica, però ognuno sa magicamente che riposa in fondo al vialone a destra, e per l’intera mattina - una mattina di sole e di pioggia - la processione sarà costante. È un rispetto commovente. Molti che sono venuti ad omaggiarlo non andranno alle urne, ma torneranno presto qui. Vota per noi da lassù, Gigi Riva.

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