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L’ira dopo il ko in Sardegna: i cinque giorni in cui Meloni ha pianificato il suo attacco a Mattarella

(ansa)
La premier innervosita dal messaggio del Quirinale sui manganello che ha oscurato il G7 presieduto a Kiev. Passata la sconfitta elettorale, ha dettato la linea: fare scudo alla polizia per cavalcare l’onda legalitaria
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WASHINGTON — Non c’è niente di casuale, nell’attacco di Giorgia Meloni a Sergio Mattarella. Non si tratta di un aggettivo dal sen sfuggito. C’è invece pianificazione, volontà di conflitto, identificazione del bersaglio: il Colle. La premier ha scelto di entrare in rotta di collisione con Sergio Mattarella in modo consapevole, oltreché unilaterale. E ha costretto il governo – anche i ministri più dubbiosi - a seguirla. È pubblico il suo attacco di mercoledì sera. Si tratta in realtà di un piano che ha preso forma fin da sabato scorso, dopo le immagini delle manganellate agli studenti nei cortei del venerdì. Un’escalation portata avanti da Palazzo Chigi prima per uscire dall’angolo, visto il turbamento dell’opinione pubblica, poi per cercare di sfruttare gli eventi costruendo uno slogan legalitario, in vista delle prossime scadenze elettorali regionali. Di certo, una strategia studiata a tavolino. Che adesso è utile ricostruire, ora dopo ora.

L’irritazione di Giorgia

Partiamo dalla fine…

WASHINGTON — Non c’è niente di casuale, nell’attacco di Giorgia Meloni a Sergio Mattarella. Non si tratta di un aggettivo dal sen sfuggito. C’è invece pianificazione, volontà di conflitto, identificazione del bersaglio: il Colle. La premier ha scelto di entrare in rotta di collisione con Sergio Mattarella in modo consapevole, oltreché unilaterale. E ha costretto il governo – anche i ministri più dubbiosi - a seguirla. È pubblico il suo attacco di mercoledì sera. Si tratta in realtà di un piano che ha preso forma fin da sabato scorso, dopo le immagini delle manganellate agli studenti nei cortei del venerdì. Un’escalation portata avanti da Palazzo Chigi prima per uscire dall’angolo, visto il turbamento dell’opinione pubblica, poi per cercare di sfruttare gli eventi costruendo uno slogan legalitario, in vista delle prossime scadenze elettorali regionali. Di certo, una strategia studiata a tavolino. Che adesso è utile ricostruire, ora dopo ora.

L’irritazione di Giorgia

Partiamo dalla fine. Dall’intervento di Meloni di mercoledì a Tg2 Post, in prima serata. «Penso che sia molto pericoloso togliere il sostegno delle istituzioni a chi ogni giorno rischia la sua incolumità per garantire la nostra». È tutto in una parola: “istituzioni”. Tradotto: Sergio Mattarella. Significa che la premier ha compiuto l’ultimo, consapevole passo verso il conflitto. E l’ha fatto perché irritata – a dir poco irritata – per l’uscita con cui il Capo dello Stato aveva richiamato la polizia a dosare l’uso della forza, ricordando che «con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento». Ma cosa imputa Meloni al Colle, che ha soltanto richiamato alla moderazione nella gestione della piazza e al diritto di manifestare?

La telefonata di Mattarella

Torniamo a sabato. La presidente del Consiglio è a Kiev, dove deve presiedere un G7 in videocollegamento. È avvertita che in Italia, da ventiquattro ore, si dibatte di quelle manganellate. Non ha messo ancora la testa sul problema. Attorno a mezzogiorno, però, una nota ufficiale di Fratelli d’Italia ha già attaccato «la sinistra che spalleggia i violenti» ed è «causa dei disordini». Attorno alle 15, Mattarella chiama Matteo Piantedosi per condannare quanto accaduto. Poi telefona anche alla leader, anticipandole quanto renderà pubblico. A summit concluso, Meloni sale a bordo del treno che la riporterà in Polonia. Sente i suoi fedelissimi a Palazzo Chigi e a via della Scrofa. Ricostruisce l’accaduto. Poi ordina di rilanciare. Tocca a Giovani Donzelli farlo. Utilizzando sempre la stessa parola: “Istituzioni”. «Chi porta una divisa non resterà senza il pieno sostegno delle istituzioni». È il primo segnale: l’obiettivo politico è individuato.

La linea del governo

Già quel sabato sera, Meloni trasmette al partito e al resto del governo la linea, che può riassumersi in due accuse. La prima: chi attacca la gestione della piazza, espone la polizia, che può diventare facilmente bersaglio di manifestanti violenti. La seconda: intervenire a poche ore dalle elezioni in Sardegna è una scelta poco opportuna, perché rischia di condizionare l’esito elettorale. Ma c’è di più, perché la fondatrice di Fratelli d’Italia lamenta che quella dichiarazione ha anche oscurato un appuntamento internazionale di rilievo come il G7 di Kiev. Il senso della sconfessione di Mattarella inizia a prendere forma.

Il risultato sardo

Sono gli elettori sardi a fare il resto, bocciando l’uomo di Meloni. Già domenica sera la premier è furibonda. Lunedì tutto precipita. La presidente del Consiglio incontra Salvini e Tajani, poi altri ministri a Palazzo Chigi. Con diversi di loro ragiona: quelle parole non ci hanno certo favorito. E aggiunge: il dibattito degli ultimi tre giorni espone la polizia, soprattutto perché si avvicina il G7 in Puglia. È evidente che il senso delle parole del Capo dello Stato è completamente diverso, perché limitato a un fatto specifico, mirato a condannare manganellate dirette contro studenti sedicenni. Tutto, tra l’altro, immortalato in video inequivocabili. Ma questo non basta, a Palazzo Chigi. E a Meloni, che decide di spingersi addirittura oltre.

Le contromosse

Il primo a farne le spese è Piantedosi. Il ministro dell’Interno, a fatti appena accaduti, esprime “condivisione” delle parole del Capo dello Stato. Poi, però, la sua posizione inizia a irrigidirsi. È Meloni, fin da martedì, a chiedere di non “sguarnire” il sostegno incondizionato alla polizia. Nel frattempo, mercoledì, arriva l’attacco della premier al Colle. Mattarella fa sapere di aver chiamato il capo della Polizia Pisani per solidarizzare con gli agenti aggrediti a Torino da autonomi. Un segnale chiaro per respingere gli attacchi strumentali dei vertici dell’esecutivo.

Gli effetti del pressing sui ministri sono evidenti giovedì mattina. Piantedosi “copre” le cariche della polizia a Pisa. Tajani se la prende con i manifestanti «figli di papà radical chic e violenti». E Salvini rilancia, sposando la “tesi Meloni”. La strategia dell’accerchiamento è completata.

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