ROMA — «Io un’idea per lui ce l’ho». L’ultimo tentativo di Matteo Salvini di ricomporre il puzzle di una Lega che rischia di sfuggirgli di mano è una proposta per Luca Zaia. Il governatore, dice Salvini, può avere un futuro in Europa: «Potrebbe fare tutto quello che vuole. Ovviamente Zaia ama il Veneto. Se portiamo a casa l’autonomia, le Olimpiadi, le ristrutturazioni e altri progetti suoi e della Regione, visto che nei prossimi anni molte iniziative passano per l’Europa, diciamo che sarebbe utile un difensore del Veneto in terra d’Europa». Quella che Salvini propone, direttamente a “casa di Zaia, nel corso della manifestazione “l’Italia dei sì” a Padova, è una exit strategy, o meglio un’uscita dall’impasse: bypassare il problema del terzo mandato — cui il “Doge” tiene — e liberarsi di un potenziale concorrente per la guida del partito.
Il segretario della Lega ha precisato che sarebbe felice se Zaia «fosse rieletto in Veneto». Ma si mostra stavolta remissivo sul tema di una norma che deroga al tetto dei due mandi: «Se gli altri hanno detto di no, è chiaro che da soli non ce la possiamo fare. La Lega ha votato da sola perché Pd, FdI, FI e M5s hanno votato contro. E siccome in democrazia vincono i numeri. ..».
Parole che Salvini pronuncia al Padova Congress quando Zaia non è ancora arrivato. Il governatore non ne sapeva nulla. E fiuta la trappola. Respinge l’idea di un impegno in Europa: «Sono concentrato a lavorare per i veneti, mi aspettano anni di attività, al mio futuro penso io. Non ho l’ansia del terzo mandato, e non perdo il sonno per questo. Il Parlamento è sovrano e deciderà se continuare a bloccare il mandato a sindaci e governatori e garantirlo invece a tutti gli altri». Unico orizzonte possibile sarebbe quello di un ruolo da commissario europeo: ma appare veramente difficile che FdI possa rinunciare a indicare un proprio esponente nel prossimo esecutivo Ue, specie se la presidente sarà nuovamente Ursula von der Leyen che i leghisti hanno chiarito che mai sosterranno mentre la premier sì. E per l’incarico di commissario Meloni ha in mente nomi di ministri a lei vicini, in primis Raffaele Fitto.
La divisione, nella maggioranza (e a bordo del Carroccio) Lega, resta netta. Anche perché la premier rivendica per la sua forza politica la presidenza del Veneto, invece Salvini vuole che Palazzo Balbi rimanga al suo partito, magari per il giovane segretario regionale Alberto Stefani. Tutto congelato: il leader, d’altronde, ha proposto ai governatori di candidarsi alle Europee per portare voti ma la risposta è stata negativa: sarebbe complicato motivare una corsa per Bruxelles da parte di chi in Regione — è il caso anche di Fedriga e Fontana — è stato eletto da poco.
Le Europee si avvicinano fra incertezze e timori, per Salvini. Con il Veneto che rischia di riservare brutte sorprese. Nella terra in cui c’è una forte nucleo di dissidenti — e si è consumata l’espulsione dell’eurodeputato Toni Dal Re — Forza Italia è pronta a schierare un ex leghista dal dente avvelenato come Flavio Tosi. Anche per corroborare il sogno adesso più vivido del sorpasso. Salvini continua a gettare acqua sul fuoco, anche davanti a big come Molinari e Centinaio che chiedono un cambio di linea e pongono dubbi su candidature esterne come quelle di Vannacci: «Siamo solo davanti a un attacco giornalistico», minimizza. Nel giorno in cui lancia ufficialmente il raduno con gli alleati della destra estrema nel gruppo europeo di Id. L’appuntamento è a Roma, il 23 marzo: «The winds of change», il titolo. Solo ieri l’evento è stato comunicato agli eletti, fra perplessità legate al timing e voglia di defezione. Pare che dal leader sia in arrivo una precettazione. Ma la prospettiva dell’assenza di importanti esponenti istituzionali (a cominciare dal presidente della Camera Lorenzo Fontana, responsabile Esteri della Lega, che ha un altro impegno) è concreta.