Per molto meno le toghe italiane hanno fatto sciopero. Stavolta, contro i test psico attitudinali sottoscritti dal Guardasigilli Carlo Nordio, e che oggi approdano in Consiglio dei ministri, si rischia la più totale rottura. Grottesco, alla fin fine, che sia proprio un ministro-magistrato a imporli ai colleghi. Mentre Questione giustizia, l’house organ di Magistratura democratica, ripropone pari pari l’appello che dozzine di psicoterapeuti e psicanalisisti sottoscrissero quando l’allora ministro della Giustizia Roberto Castelli nel 2004 (governo Berlusconi) lanciò la stessa proposta. Che fu giudicata inammissibile perché “nessun tecnico, anche soltanto minimamente competente in materia, saprebbe in coscienza avallare una simile supposizione o presunzione”. Cioè quella di stabilire se un aspirante magistrato è davvero il “tipo giusto” per fare questo lavoro. Un fatto è certo, il primo a proporre i test è stato Licio Gelli, il gran maestro della P2, nel suo Piano di rinascita democratica.
La decisione cade sulla magistratura - tutta unita nel dire no - come un fulmine. Che alla vigilia porta il sempre garbato presidente dell’Anm Giuseppe Santalucia a parlare di “un proclama contro i magistrati, per far pensare che hanno bisogno di essere controllati dal punto di vista psichico o psichiatrico". Non solo. Anche il Csm - pur “commissariato” dal vice presidente Fabio Pinelli - interviene. Ecco la netta presa di posizione di tutti i togati, di destra, di centro, di sinistra, o indipendenti che siano, che firmano un documento comune, cui aderiscono anche i due laici di sinistra - del Pd Roberto Romboli e di M5S Michele Papa - per mettere in chiaro che “L'articolo 106 della Costituzione prevede quale unico criterio di accesso alla magistratura professionale quello tecnico”. E cioè “le nomine dei magistrati hanno luogo per concorso". Allo stesso comma della Carta si riferisce Ernesto Carbone, il laico di Italia viva, che presenta un suo documento non solo per bocciare la proposta del governo, ma per segnalare che “i veri problemi della giustizia sono altri, come i tempi lunghi dei processi e le 129mila prescrizioni nel 2017”.
Peraltro, come scrivono i togati del Csm, i test finiscono in un decreto legislativo, quello che attua la riforma dell’ordinamento giudiziario dell’ex ministra Marta Cartabia. E va da sé che questo configura un vero sgarbo istituzionale verso il futuro palazzo Bachelet. Se il ministro Nordio - “per 40 anni sono stato magistrato” dice sempre lui - vuole sfidare le toghe con i test lo faccia con una sua legge, che porta sotto il suo unico nome.
Per giunta non è detto che questa proposta, infilata in un decreto legislativo, come ha fatto la commissione Giustizia del Senato per volontà della presidente Giulia Bongiorno e del forzista Pierantonio Zanettin, passi il controllo di costituzionalità che spetta al Quirinale. In questo caso è palese come non ci sia alcuna compatibilità tra la Costituzione, che parla di accesso per concorso, e i test che interverrebbero dopo le prove scritta e orale. Con una commissione mista tra analisti scelti dal Guardasigilli e dal Csm. Una valutazione attitudinale del tutto incostituzionale.
Ma non basta. Perché c’è un altro argomento scottante in ballo, quello del “fascicolo delle toghe”, così lo ha battezzato Enrico Costa di Azione già con Cartabia che lo ha fatto entrare nella sua legge. Lui stesso ne parla così: “Un fascicolo che doveva contenere gli esiti dell’attività di ciascuna toga, dalle inchieste flop, alle sentenze ribaltate, fino gli arresti ingiusti, ma anche le performance e i meriti di giudici e pm. Un’innovazione di portata storica”. Contro cui, tocca ricordarlo, le stesse toghe hanno fatto sciopero il 15 maggio del 2022.
Costa non ha mai perso di vista il fascicolo soprattutto quando Nordio lo ha affidato alla commissione Galoppi. E, dice Costa, ha perso il suo scopo, perché dentro non ci finirà tutta la vita professionale dei giudici, ma solo “un campione”. E in una lettera al Foglio scrive: “A me resta solo la strada di denunciare questo scempio, questo dietrofront, questo favore alle correnti, questo non far pagare mai il magistrato che sbaglia. Ma forse sono stato io a illudermi, perché Nordio è sempre un magistrato”.
Nordio lo ha portato a palazzo Chigi, ma l’ala dura del governo ha già cominciato a sollevare un sopracciglio, per cui non è affatto detto che alla fine Costa non vinca la sua battaglia e il fascicolo torni a essere un vero dossier della vita professionale dei magistrati. Che a quel punto, per il timore di perdere un processo e poi non fare carriera, non andranno fino in fondo nelle inchieste.